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    Autorità, gentili ospiti, cari Anna e Giuseppe Cossiga,

    sono lieto di ospitare in Senato l’incontro di questa mattina, dedicato al ricordo del Presidente emerito Francesco Cossiga in relazione a una sua iniziativa che costituisce un passaggio fondamentale della nostra storia repubblicana.

    Il messaggio alle camere sulle riforme costituzionali del 26 giugno 1991 rappresentò e rappresenta tuttora un unicum nel panorama di questa tipologia di atti presidenziali. Ciò sia per la forma, sia per il contenuto. Dopo aver rievocato la cornice storica  e politica della fase costituente della nostra Repubblica, e aver ricostruito le trasformazioni economiche e sociali del paese dal dopoguerra ad allora, il presidente Cossiga sottolinea la necessità di una complessiva revisione dell’assetto istituzionale e indica quali principali questioni la forma di governo, il sistema elettorale, il ruolo delle autonomie, la disciplina dell’ordine giudiziario, i nuovi diritti di cittadinanza e gli strumenti relativi alla finanza pubblica. Più che ad un messaggio, il Parlamento si trovò di fronte quasi a un piccolo trattato che, nelle sue ottanta pagine, affrontava in ogni aspetto il tema delle riforme, con le numerose e delicate questioni connesse. Il tono è alto e appassionato, dotto e a tratti ironico, fa trasparire insomma tutta la straordinaria cultura giuridica e politica e la personalità non comune di Francesco Cossiga.

    Il messaggio prendeva avvio dagli sconvolgimenti internazionali di quegli anni che, con la fine del blocco sovietico, avevano inevitabilmente fatto saltare gli equilibri interni al sistema politico del Paese retti sulla conventio ad excludendum e parallela conventio ad consociandum che avevano caratterizzato, nel bene e nel male, i rapporti tra i due principali partiti della Repubblica. Il tema delle riforme costituzionali era in realtà materia già frequentata e assai abusata: l’invecchiamento dell’assetto organizzativo dei poteri dello Stato era cosa riconosciuta quasi unanimemente e vari, ancorché infruttuosi, tentativi erano già stati compiuti in tal senso.

    Lo stesso Francesco Cossiga, giurando dinanzi al Parlamento in seduta comune, auspicava, cito,  ”adattamenti dell’assetto istituzionale” aventi “come fine un ordinamento più efficiente, più moderno e maggiormente garantito”. Ciò che fino ad allora aveva avuto il carattere dell’opportunità assumeva allora quello dell’urgenza: lo iato tra lo straordinario sviluppo economico e sociale del paese e un sistema costituzionale e amministrativo caratterizzato da palesi disfunzioni sembrava destinato a non reggere a lungo sotto i colpi della storia. Cossiga, con lungimiranza, era preoccupato anche dalle sfide poste dal completamento del Mercato comune europeo e dal rischio, in assenza di strutture pubbliche adeguate, che questo fosse “dominato soltanto dalla grandi forze economiche”. Soprattutto, però, temeva che scoppiasse con virulenza – cito le sue parole – “il problema della corrispondenza tra istituzioni consolidate e realtà sociale” aggravato da una “involuzione oligarchica” del sistema dei partiti: “Il processo riformatore, pertanto,  deve anzitutto trarre alimento dalla primaria esigenza di recuperare la fiducia del popolo nelle istituzioni democratiche e rappresentative, a cominciare dagli stessi partiti”. (Fine della citazione)

    L’appello del presidente rimase inascoltato, la grande riforma non ebbe luogo e, di lì a poco, un intero sistema sarebbe franato sotto la spinta convergente delle inchieste giudiziarie, dell’insostenibile situazione dei conti pubblici, delle stragi di mafia, aprendo la strada a una singolare “seconda repubblica” a Costituzione invariata. Non possiamo sapere cosa sarebbe successo se il Parlamento avesse dato corso alle riforme auspicate, o comunque se avesse posto le basi per avviare, nell’XI legislatura, una reale fase costituente, come auspicato da Francesco Cossiga nella consapevolezza che il tempo a disposizione fosse ormai poco, pochissimo: di sicuro l’urgenza di allora non è venuta meno. Anzi: si è aggravata.

    Gli ultimi ventitré anni, costellati di nuovi, ripetuti e falliti tentativi di rivedere in profondità l’assetto delle nostre istituzioni, non hanno potuto che accrescere questa urgenza. Se il sistema non è più rispondente alle esigenze di oggi, così come non lo era già nel 1991 e ancor prima di allora, è perché il cammino di questi anni è costellato di occasioni mancate. Il fatto che l’unica riforma organica entrata in vigore, quella del titolo V, abbia sollevato e sollevi innumerevoli questioni applicative, necessitando essa stessa di una nuova revisione, non può certo essere un argomento a favore dell’immobilismo, ma semmai un monito sul metodo da utilizzare per giungere al traguardo. Faccio mie queste parole di Francesco Cossiga, la cui validità resta estremamente attuale: “La richiesta di riforme istituzionali non è una richiesta solo ‘politica’ o tanto meno ‘ di ingegneria costituzionale’, ma è una richiesta civile, morale e sociale di governo, di libertà, di ordine, di progresso da parte della gente comune”.

    Oggi più che allora c’è una forte domanda di cambiamento da parte dei cittadini: questa domanda deve essere ascoltata e soddisfatta nella sostanza di ciò che chiede. Se il processo di riforma che apprestiamo ad avviare in Parlamento fosse guidato dall’intento di compiacere superficialmente l’opinione pubblica, senza affrontare i problemi in chiave organica, si consumerebbe un tradimento del Paese e dei cittadini. Parliamo, ad esempio, del bicameralismo. La sua revisione, oggetto di dibattito già dai primi tempi della Repubblica, è oggi volontà condivisa. Ho già avuto modo di esprimermi sul tema, ma ritengo giusto tornarci ora che il processo di riforma sembra più vicino. La riduzione dei costi dell’intera macchina dello Stato è un obiettivo da perseguire con coerenza e determinazione: non si può però ripensare il bicameralismo solo con la calcolatrice alla mano. Al Paese servono istituzioni efficienti: queste, poi, devono anche contenere i costi di funzionamento. Dico questo perché anche nell’ipotesi di scuola in cui avesse un bilancio pari a zero, un’istituzione che non riesce ad ottenere gli obiettivi prefissati e a garantire rapidità di intervento rappresenterebbe comunque un freno rilevante per il Paese.

    La società di oggi è più complessa rispetto a quella della metà del secolo scorso e solo un sistema bicamerale può garantire un efficiente governo della complessità. Le esperienze dei maggiori Paesi, europei e non solo, lo testimoniano.

    In un momento storico in cui le duplicazioni e gli sprechi non possono essere più tollerati, ogni istituzione, deve avere una sempre maggiore legittimazione popolare. Tale legittimazione deve trasparire innanzitutto dalle funzioni dell’organo assembleare, e in base a queste dalla definizione della sua composizione. Occorre trovare un nuovo equilibrio, ferma restando la necessità di una significativa riduzione del numero dei parlamentari. Se, da un lato, si intende attribuire alla Camera, in via esclusiva, il rapporto fiduciario con l’esecutivo, dall’altro il Senato, libero dalle implicazioni di tale rapporto, potrebbe esercitare, sempre in via esclusiva, le funzioni del Parlamento inerenti il rapporto con le autonomie territoriali, lo svolgimento della funzione di controllo, comprese le commissioni d’inchiesta, le nomine, i rapporti con il Parlamento europeo. Una volta identificati gli ambiti di competenza tra le due Camere, sarà più agevole rivedere il procedimento legislativo, sia nei modi sia nei tempi, garantendo le dovute corsie preferenziali ai disegni di legge di iniziativa governativa, ponendo così un limite all’irrefrenabile dilagare della decretazione d’urgenza.

    Che sia una “grande” o una “piccola” riforma, “nessuna riforma istituzionale – concludo con le parole del Presidente Cossiga – ha mai da sola risolto i problemi di una società: a questo fine, è necessario l’impegno della società stessa, a tutti i livelli. [...] Una sola opera di ingegneria costituzionale [...] non molto potrebbe ai fini di un mutamento profondo del modo di essere e di operare di uno Stato moderno, se non si combinasse con una reale metànoia (ripensamento, ndr) del modo di fare politica, che coinvolga partiti, movimenti, cittadini, gruppi, ed insieme rinnovi concezioni, mentalità ed abitudini: [...] metànoia (ripensamento, ndr) della politica e riformismo istituzionale debbono essere momenti distinti ma sinergici di un’unica ed autentica rivoluzione democratica”. Un monito profetico, parole cariche di consigli utili in questi giorni così carichi di attesa.

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