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    Cari Colleghi,
    Gentili ospiti,
    Signore e Signori,

    sono particolarmente lieto di poter accogliere oggi, nei pressi del Senato, Marco Cavallo, in una delle tappe del suo viaggio in tutta Italia organizzato da Stop OPG per chiedere la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. Questo cavallo di legno e cartapesta è simbolo di una battaglia iniziata nel 1973 e che, pur tra tante difficoltà, ancora continua.
    Il viaggio e l’incontro di oggi costituiscono un prezioso momento di confronto e di riflessione, che riporta all’attenzione di tutti noi un tema di grande delicatezza sia sul piano istituzionale che su quello umano e sociale.

    Il ricovero negli ospedali psichiatrici giudiziari, disciplinato per la prima volta da una legge del 1904, è ancora oggi previsto dal Codice penale come misura di sicurezza. Tuttavia, le condizioni di degrado, le carenze delle strutture, nonché le pessime condizioni di vita dei malati al loro interno – attestate anche da un’indagine parlamentare – hanno fatto sì che iniziasse un processo di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari. Un processo, avviato dalla giurisprudenza costituzionale e di legittimità con l’introduzione dell’obbligo per il giudice di verificare lo stato di salute psichica del soggetto e il perdurare dell’infermità mentale al momento del ricovero e proseguito con importanti modifiche normative. La chiusura delle strutture, decisa nel 2011, è a oggi fissata al 1 aprile 2014.
    Eppure, il traguardo è ancora lontano. Resta ancora molto da fare perché la sicurezza e la salute delle persone coinvolte siano tutelate in maniera concreta ed effettiva. È necessario un diverso approccio alla malattia mentale, che sposti gli obiettivi dell’intervento pubblico dal controllo sociale dei malati di mente alla promozione della salute e alla prevenzione dei disturbi mentali, dagli interventi fondati sul ricovero ospedaliero a quelli incentrati sui servizi territoriali di assistenza.

    Per completare l’iter è necessaria una riforma legislativa, ma serve anche un previo, approfondito confronto con Governo, Regioni, Enti Locali e mondo del volontariato. È questo il percorso più corretto per definire le misure alternative alla detenzione e i percorsi di riabilitazione e reinserimento sociale delle persone oggi ancora presenti negli OPG, stabilendo quali strutture specializzate, nell’ambito dei servizi di salute mentale, dovranno accoglierle e curarle. Non possono i pazienti continuare a pagare per le difficoltà e le lentezze delle Istituzioni.
    Nel prepararmi all’incontro di oggi ho voluto approfondire la storia di Marco Cavallo, e mi sono imbattuto in quella di Tinta. Lo voglio ricordare oggi con le parole di Giuseppe Dell’Acqua e del suo “Non ho l’arma che uccide il leone”:

    “Quando il cavallo acquistò la sua forma definitiva era enorme e bello. Tinta guardava affascinato ed incredulo. Nessuno osava toccare il cavallo, solo Vittorio lavorava ogni giorno per rifinirlo e Tinta era con lui a passargli gli strumenti. Nessuno, prima di allora, aveva mai conosciuto Tinta. Era rinchiuso nel reparto «C», il reparto più brutto e orrendo del manicomio, esclusione nell’esclusione. Aveva venti anni, tutti passati negli istituti. [...] Tinta desiderava avere un orologio, dormire nella pancia del cavallo e avere la possibilità di uscire dal manicomio. Più che tutto un orologio, intanto, per poter tornare in orario.
    La pancia del cavallo diventò la pancia dei desideri e il suo colore fu l’azzurro. Marco Cavallo, il cavallo azzurro. E Tinta ebbe il suo orologio, dormì nella pancia del cavallo e fu libero.”

    Il viaggio di Marco Cavallo è un’occasione importante per parlare di questo, per evitare che la terribile condizione in cui si trovano i malati si protragga ancora nel tempo. Grazie, dunque, a Stop OPG e a tutti i miei colleghi che hanno sostenuto questa iniziativa.

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