Condividi

    Ricorre quest’anno il centenario della nascita di Mario Luzi, una delle figure più eminenti della cultura, della poesia e della letteratura del Novecento. La sua nomina a senatore a vita, il 14 ottobre 2004, rappresenta la sintesi di un lungo percorso culturale e civile: aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo letterario ed artistico. Al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che gli aveva dato personalmente la notizia della nomina, Mario Luzi così rispondeva commosso: «Grazie, Presidente Ciampi, è proprio un regalo inaspettato per i miei 90 anni».

    Nato il 20 ottobre 1914 a Castello, presso Firenze, Mario Luzi ha attraversato e vissuto i momenti più intensi e drammatici della storia d’Italia, dal fascismo alla guerra, dal boom economico al terrorismo. Nella sua poesia, le pulsioni, le tensioni, le aspirazioni dell’Italia costituivano una sorta di melodia continua sottofondo e prospettiva di parole sempre fresche, autentiche, vissute. Fin da giovane, negli anni Trenta, Luzi prese parte all’intensa vita culturale di Firenze, stringendo legami con gli intellettuali che frequentavano il famoso Caffè “Giubbe Rosse”, da Betocchi a Bo, da Pratolini a Bilenchi.

    Dal 1938 insegnò nelle scuole medie e dal 1955 nelle università di Firenze e Urbino. Per tutta la vita proseguì la sua opera di maestro e di educatore e la sua fu fino alla fine una «pedagogia della testimonianza».

    Il primo momento della poesia di Mario Luzi è stato più propriamente ermetico: al 1935 risale la sua prima raccolta, «La barca», alla quale è seguito «Avvento notturno», testo esemplare di quello che la critica chiamerà «ermetismo fiorentino». Ricchissima la produzione successiva, che scandisce le tappe e gli sviluppi di un itinerario poetico fra i più articolati del Novecento italiano, passando attraverso la fase dell’esperienza, dell’esistenza, della sintesi finale tra l’uomo, la sua coscienza e l’assoluto.

    Tutta la sua vita e il suo impegno civico sono stati un continuo dialogo, come sospeso tra poesia, riflessione filosofica, esperienza umana.

    Tema dominante della poesia di Mario Luzi è la contrapposizione, piena d’angoscia, tra tempo-eternità ed individuo-cosmo. La sua poesia è una sorta di drammatico conflitto tra un «Io», che aspira al sublime, e la realtà quotidiana. Il discorso che ne nasce si fa dialogo interiore – con se stesso – ed esteriore – con gli altri. Dialogo che trasforma l’interiorità in cassa di risonanza delle storie individuali e della storia collettiva, voce della coscienza dei singoli e della civiltà di un intero popolo.

    La sintassi, inizialmente costretta entro moduli chiusi, si accosta gradualmente al parlato fino a raggiungere, da «Onore del vero» in poi, un singolare equilibrio di recitativo e canto. E questo era il destino della sua poesia: dischiudere il dato di realtà, nella sua essenzialità, alla forza ideale ed eterna dell’intuizione artistica.

    Alla produzione poetica si affiancano il teatro e la critica letteraria su autori italiani e stranieri. Per Luzi autore di testi teatrali non c’è scissione tra prosa e poesia: tutto è incanto e disincanto, arte ed esperienza, realtà e ideale.

    Ma oltre che poeta e critico, Luzi è stato anche un protagonista del suo tempo, sia per l’attività di insegnante di liceo e professore universitario, sia come uomo sempre disponibile al dialogo e al confronto dialettico, dall’intervista all’articolo di giornale, fino al dibattito pubblico. Per Mario Luzi insegnare non rappresentava un esercizio di didattica, non consisteva nella mera trasmissione di nozioni da docente a discente. Insegnare significava testimoniare e, grazie alla sua testimonianza, le giovani generazioni potevano «scoprire» il sapere senza subirlo, facendolo proprio. Il sapere era per lui esercizio di libertà.

    Importanti sono stati i suoi viaggi, in Italia e nel mondo, tra i quali ricordiamo quello in Russia nel 1966 e quello in India nel 1968.

    Collaborò con molti quotidiani della sua epoca, con il «Corriere della Sera» dal 1967 a 1974 e con «Il Giornale» dell’amico Indro Montanelli, fino ai primi anni Novanta. Dal 1991, a partire dalla prima guerra del Golfo, espresse chiaramente il proprio dissenso verso il ritorno alla pratica armata da parte delle grandi potenze. Il suo convincimento si tradusse in radicato e coerente impegno civile.

    Nominato senatore a vita, Luzi fece il suo ingresso a Palazzo Madama il 9 novembre 2004, dove tornò ancora il 15 dicembre e il 10 febbraio successivi. Intese quella nomina con rinnovata responsabilità e impegno. L’ultimo intervento pubblico, pochi giorni prima della sua scomparsa, avvenuta il 28 febbraio 2005, fu per la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena rapita in Iraq.

    Nella seduta del Senato del 1° marzo 2005, il Presidente del Senato, nel dare all’Assemblea la triste notizia della sua morte, intese rendergli omaggio pubblicando nel resoconto il testo di un intervento che avrebbe voluto pronunciare in Aula. Desidero ricordare oggi un passaggio delle sue riflessioni: «L’Italia è un Paese in fieri, come le cattedrali. Lo è secolarmente, non discende da una potestà di fatto come altre Nazioni europee, viene da lontani movimenti sussultori fino alla vulcanicità dell’Ottocento e del Novecento».

    Già nel 1958, in uno studio a lui dedicato, Andrea Zanzotto lo definiva così: «Nessuno come Luzi ha espresso il senso più profondo di questi anni di speranze deluse, sospinte sempre verso un fantomatico futuro, in un clima di “immutabilità del mutamento” storico-politico».

    Il suo monito resta per noi di inalterata attualità: recuperare il senso della storia significa innanzitutto costruire una prospettiva. Onorevoli colleghi, in ricordo di Mario Luzi, invito l’Assemblea a rispettare un minuto di silenzio e di raccoglimento.  Salutiamo il figlio di Mario Luzi, che ha seguito con noi la commemorazione e che è presente in tribuna. 

    Condividi