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    Autorità, cari amici,

    vorrei per prima cosa salutare affettuosamente i familiari di Mario Amato: la moglie Giuliana, i figli Sergio e Cristina, i nipotini, il cognato Piero Mesa. Sono molto grato al Presidente Paolo Bolognesi e al Comitato promotore per avermi dato l’opportunità di partecipare a questo momento di raccoglimento in ricordo del giudice Mario Amato, ucciso qui trentasei anni fa mentre aspettava l’autobus che avrebbe dovuto portarlo al Palazzo di Giustizia. Mi fa molto piacere anche che Virginia Raggi abbia scelto per uno dei suoi primi atti ufficiali questo luogo, che trasmette la memoria degli anni più bui della città e del Paese, e colgo l’occasione per augurarle di cuore buon lavoro.

    La mia presenza qui oggi, non posso nasconderlo, è molto più di un mero dovere istituzionale, a causa dei 43 anni che ho trascorso in magistratura. Non conoscevo Mario – mi sento comunque di chiamarlo per nome – ma, senza saperlo, avevamo molto in comune. Nel 1980 lui era Sostituto Procuratore a Roma e io a Palermo. Lui indagava sulla destra neofascista eversiva romana, mentre io affrontavo la mia prima vera inchiesta di mafia, l’omicidio di Piersanti Mattarella. Entrambi avevamo capito che la chiave per colpire e per prevenire i fenomeni criminali organizzati, mafia e terrorismo, è indagare sui collegamenti fra persone ed episodi criminali.

    Nel volantino di rivendicazione del suo omicidio dei Nuclei Armati Rivoluzionari si legge che avevano “eseguito la sentenza di morte contro il sostituto procuratore per le cui mani passavano tutti i processi a carico dei camerati”. Era proprio vero: da quando nel 1977 era tornato nella Capitale, Amato lavorava a pieno ritmo sul terrorismo nero sebbene prima non se ne fosse mai occupato. Intuì che l’eversione di destra, di cui si occupava sostanzialmente da solo, era un fenomeno complesso; trovò lui stesso prove della riconducibilità alla stessa matrice di diversi episodi avvenuti a Roma; e in due audizioni al CSM (l’ultima pochi giorni prima di essere ucciso) lamentò lo scarso interesse che il terrorismo di destra incontrava tanto nella magistratura quanto nelle forze di polizia. Sapeva di essere un obiettivo ma scelse comunque di andare avanti. Chiese al Procuratore e ai colleghi un sostegno nelle indagini, e la tutela della sua persona, ma le sue richieste non furono accolte. Come molti precursori non fu compreso. Giudicare ora non è facile, ma le ragioni per cui a quel tempo non si indagava sull’eversione di destra come su quella di sinistra sono complesse. Certamente, come Amato stesso disse, le forze di polizia erano comprensibilmente rivolte verso il terrorismo di sinistra perché più diffuso e articolato. Ma contribuirono anche altri elementi. Il quadro dell’eversione di destra nella capitale era molto cambiato. In momenti precedenti a quello in cui indagava Amato, in relazione soprattutto alle vicende stragiste, erano emerse certe opacità e vicinanze ideologiche alla destra di alcuni apparati dello Stato. I N.A.R. invece erano formati da una giovanissima generazione di fascisti che, a differenza dei loro predecessori, nutriva un forte orientamento anti-istituzionale. Un odio per lo Stato che vollero segnare platealmente, prima uccidendo il giudice Occorsio nel 1976, poi colpendo in sequenza rappresentanti delle forze dell’ordine e dello Stato, edifici pubblici e luoghi istituzionali, quindi Mario Amato; e rivendicando i propri attentati, a differenza della precedente generazione di fascisti eversivi, proprio per segnalare la loro distanza dalle istituzioni.

    Amato aveva ragione e, tristemente, solo dopo la sua uccisione arrivarono decine di automobili blindate alla Procura di Roma e fu creato un pool di magistrati contro il terrorismo di destra. A lui dobbiamo, come a Giovanni Falcone nel settore della mafia, e ad altri magistrati coraggiosi, la maturazione di un nuovo metodo di fare le indagini, su terrorismo e mafia, basato sulla condivisione e il collegamento degli elementi probatori e sulla collaborazione intensa e stretta fra magistrati dentro le Procure, fra le Procure, e fra queste e le forze di polizia. Quel metodo che io ho cercato di raccontare in molti Paesi del mondo quando ero Procuratore Nazionale Antimafia. Va in questo senso anche la scelta operata dal legislatore l’anno scorso, che sostenevo da molti anni, di includere nella competenza della Procura Nazionale Antimafia anche il terrorismo. Sappiamo molto ma non ancora tutto sulle vicende di quei difficili e dolorosi anni. Anche a distanza di molto tempo dobbiamo insistere e impegnarci perché le verità ancora nascoste possano emergere e in Italia non si debbano più piangere eroi che non volevano essere tali, persone che non desideravano essere famose, solo fare il proprio dovere senza compromessi. Per questo ringrazio tutti i presenti e coloro che continuano caparbiamente a coltivare la memoria e mi stringo in un abbraccio affettuoso ai familiari di Mario. Grazie.

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