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    Lo scorso 30 marzo 2014 è morto a Milano Gerardo D’Ambrosio, componente della nostra Assemblea nella XV e XVI legislatura. Con la sua scomparsa viene meno uno dei maggiori protagonisti delle vicende giudiziarie italiane e un testimone di impegno e coerenza spesi a servizio delle istituzioni democratiche.

    Nato a Santa Maria a Vico, in provincia di Caserta, il 29 novembre 1930, si laureò in giurisprudenza a Napoli nel 1952. Cinque anni dopo entrò in magistratura. Venne assegnato alla procura della Repubblica presso il tribunale di Nola, successivamente trasferito al tribunale di Voghera e, infine, arrivò a Milano come pretore civile per diventare, dopo cinque anni, giudice istruttore penale conducendo l’istruttoria al processo per la strage di Piazza Fontana. Sulla sua indipendenza e imparzialità diceva: «La mia toga è sempre stata come quella degli altri: nera e con i cordoni dorati». Manlio Milani, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di piazza della Loggia, lo conferma: «Aveva ben saldo un solo principio in mente, quello della legalità». Era integro, intransigente con se stesso e con gli altri. Affermava: «Dobbiamo essere crudeli con noi stessi: il Paese ha rifiutato la legalità».

    Nel 1981 passò alla procura generale di Milano con funzioni di sostituto procuratore generale, incarico che mantenne per otto anni e durante il quale sostenne l’accusa nel processo sul crac del Banco Ambrosiano. Nel 1989 divenne procuratore aggiunto dirigendo il dipartimento criminalità organizzata e dal 1991 quello dei reati contro la pubblica amministrazione. Nel 1992 entrò nel pool di Mani pulite. Saverio Borrelli, in un’intervista, lo ricorda così: «D’Ambrosio ha sempre dato un apporto di saggezza e di dottrina, indispensabile». Dal 1999 fu alla guida della procura della Repubblica di Milano fino a quando, nel 2002, andò in pensione.

    In occasione del suo 72° compleanno, il giorno prima del pensionamento, affermava: «Nella magistratura non ci sono momenti belli né brutti. Ci sono momenti in cui cerchiamo di fare il nostro dovere fino in fondo, con grande imparzialità. Non è che lasci la magistratura. Mi occuperò ancora dei problemi della magistratura e combatterò ancora perché siano risolti i problemi della giustizia». D’Ambrosio era così, un combattente, un combattente sempre, e infatti dopo la magistratura si occupò di giustizia come senatore. Lasciò la toga ma mai abbandonò l’impegno per la giustizia. Alle elezioni politiche del 2006 accettò la candidatura proposta dai Democratici di Sinistra risultando eletto senatore per la Regione Lombardia e alle elezioni del 2008 venne confermato senatore del Partito Democratico.

    In entrambe le legislature fu componente della 2a Commissione permanente ove ebbe modo di affrontare le questioni della giustizia che lo avevano spinto a dedicarsi, dopo l’esperienza da magistrato, alla vita politica e io là l’ho ritrovato nel corso delle numerose audizioni fatte in quella legislatura, l’ultima, nell’ambito delle riforme sulla giustizia e sulla sicurezza. Partecipò sempre attivamente ai lavori e ai dibattiti parlamentari. Come emerge chiaramente nei suoi interventi, in particolare in occasione degli annuali dibattiti sulla relazione del Ministro della giustizia, D’Ambrosio era consapevole delle gravi difficoltà che affliggevano, e ancora purtroppo affliggono, il sistema giudiziario italiano, in particolare i lunghi tempi di definizione dei processi. Era convinto che per risolvere il problema fosse necessario intervenire sulla disciplina delle impugnazioni per adeguarle alla logica del rito accusatorio, rimediando così ad una lacuna lasciata dal legislatore nel 1988.

    Fu anche molto attento alle esigenze della cooperazione internazionale, alla lotta al crimine; fu infatti relatore in entrambe le legislature dei provvedimenti volti all’istituzione delle squadre investigative comuni sovranazionali. Proprio la passione civile lo portò in varie occasioni ad esprimere insoddisfazione per la difficoltà, incontrata nella nuova veste di parlamentare, di intervenire in modo efficace sui nodi irrisolti della giustizia. Una volta mi confidò: «Questi non ci ascoltano».

    Per lui i principi venivano prima delle contingenze perché i principi sono i valori fondanti dello Stato di diritto, della giustizia, della democrazia. Nella seduta del 23 maggio 2012, ricordando Giovanni Falcone, a vent’anni dall’attentato mafioso, così affermava: «Le delusioni non hanno fermato Falcone, che era un grande uomo, un uomo di grande intelligenza e di grande capacità, ma anche di grande serietà». Le sue parole valgono per noi come monito intransigente e sono la sua memoria più viva. D’Ambrosio non si è fermato di fronte alle delusioni; la sua serietà è stata sinonimo di intelligenza, di fedeltà alla Costituzione e ai suoi valori fondanti. Infatti, D’Ambrosio ha combattuto sempre con quel grande senso dello Stato e delle istituzioni che lo ha guidato per tutta la vita. Ha contribuito e ha combattuto fino all’ultimo; la sua è stata una delle più alte dimostrazioni di integrità e insieme di severità.

    Concludo pertanto il mio ricordo di Gerardo D’Ambrosio proprio con le sue parole: «La tendenza a cercare la scorciatoia è, in qualche modo, umana. Però la questione è prima di tutto culturale. Ma ricordo che il nostro Paese ha saputo anche dare dei buoni esempi. Penso a tutti quei funzionari, alcuni conosciuti e molti oscuri, che hanno servito lo Stato in maniera integerrima per anni, per decenni. Riscoprire il valore educativo dell’integrità: quella sarebbe la soluzione».

    Onorevoli colleghi, in ricordo di Gerardo D’Ambrosio invito l’Assemblea ad osservare un minuto di silenzio e di raccoglimento. 

    Ciao Gerardo. 

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