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    Il Senato della Repubblica commemora oggi la figura di Franca Rame, attrice ed autrice teatrale di fama mondiale, che fu componente di questa Assemblea nella XV Legislatura.

    Franca Rame nacque a Parabiago il 18 luglio del 1929, in una famiglia di antichissime tradizioni teatrali: con l’avvento del cinema la famiglia Rame aveva abbandonato la tradizionale attività di burattinai e marionettisti per dare vita ad una compagnia viaggiante di teatro di prosa, che percorreva le regioni del Nord Italia mettendo in scena, in un teatro in legno smontabile, testi della tradizione locale ed opere originali, connotate anche da una vena di forte impegno sociale.

    In questo contesto familiare Franca nacque, per così dire, direttamente sul palcoscenico: come lei stessa amava raccontare, il suo debutto avvenne a soli otto giorni di vita, interpretando il ruolo di un neonato nella compagnia di famiglia.

    Nel 1950, insieme alla sorella Pia, lasciò il teatro di famiglia per lavorare in una compagnia di prosa milanese, e l’anno successivo passò alla rivista con la compagnia di Franco Parenti. Nella tournée estiva fece la conoscenza di un giovane attore ed autore di grande talento, che collaborava in vari ruoli con la compagnia teatrale. Il suo nome è Dario Fo: fu l’inizio di un sodalizio artistico e di vita che sconvolse il modo di fare teatro in Italia e nel mondo, superando, sotto la spinta di un travolgente successo di pubblico, distinzioni radicate come quelle tra colto e popolare, tra sacro e profano, tra arte ed impegno civile.

    Dopo il matrimonio ed importanti partecipazioni cinematografiche e teatrali, televisive e radiofoniche, si costituì la Compagnia Fo-Rame, che già con la messa in scena delle sue prime commedie conseguì un tale successo di pubblico da collocarsi alla testa degli incassi teatrali in Italia.

    Nel 1962, sull’onda del grande successo della Compagnia, la RAI affidò a Dario Fo e Franca Rame la conduzione di Canzonissima, la più importante e seguita trasmissione televisiva del tempo: nell’interpretazione della coppia lo spettacolo si trasformò in un vivace ed innovativo strumento di satira e denuncia sociale, affrontando tematiche assai scomode, per una trasmissione di intrattenimento, come gli infortuni sul lavoro o il fenomeno mafioso. Proprio un intermezzo satirico sul tema dell’oppressione mafiosa produsse un’ondata di reazioni in una parte del mondo politico, che giunse a denunciare in sede parlamentare un preteso «insulto all’onore del popolo siciliano, sostenendo l’esistenza di un’organizzazione criminale chiamata mafia». Era infatti il tempo in cui in molti ambienti, anche assai autorevoli, si negava ancora l’esistenza del fenomeno mafioso, relegandolo ad aspetti di criminalità comune.

    Lo scandalo di Canzonissima costò a Franca Rame e a Dario Fo una lunghissima assenza dalla Televisione italiana, con accenti di vera e propria damnatio memoriae, costringendo la coppia a tornare nei teatri per raggiungere il suo ormai vasto e affezionato pubblico.

    Nel 1968, anche a seguito dei rivolgimenti politici e sociali del tempo, la Compagnia si sciolse, abbandonando il circuito dell’Ente Teatrale Italiano, e Dario Fo e Franca Rame fondarono dapprima l’Associazione Nuova Scena – della quale Franca assunse la direzione di uno dei tre gruppi di lavoro – e successivamente il gruppo della Comune, che iniziò a mettere in scena spettacoli di satira e controinformazione politica, anche e soprattutto al di fuori dei tradizionali luoghi dell’espressione teatrale.

    Sono anni di travolgenti successi, fra cui il notissimo Mistero buffo, scaturito da una ricerca sui Vangeli apocrifi. Una così ampia notorietà, mai disgiunta dalla costante volontà – politica nel senso più alto del termine – di incidere sulla coscienza collettiva, provocò l’oscena rappresaglia degli ambienti ideologicamente più avversi: nel marzo del 1973, con gesto ignobilmente punitivo e dimostrativo, in una parola terroristico, Franca Rame venne rapita e violentata da un gruppo di estremisti di destra. Questo odioso ed efferato delitto di matrice neofascista, con il coinvolgimento di apparati antidemocratici, di suggeritori occulti, resterà, dopo molti anni d’indagini e processi, impunito per l’intervenuta prescrizione del reato. Eppure Franca riuscirà a mostrare a tutti, compresi i suoi aguzzini, la sua fibra fortissima riuscendo, nel giro di pochi anni, a convogliare il dolore e il disgusto in un’accorata e liberatoria occasione di denuncia e riflessione collettiva, scrivendo e portando in scena un monologo intitolato Lo stupro. Di fronte alla bestialità di quello stupro, lo Stato democratico e sano ha il dovere di capire fino in fondo la verità, di riparare, di non girarsi dall’altra parte quando servitori fedeli delle Istituzioni, anche a rischio certo di emarginazione, hanno il coraggio di affermare quello che hanno visto e sentito. E’ nostro immutato dovere capire ancora oggi gli intrecci con le stragi e le cause che hanno finora impedito di acclararne le responsabilità.

    Negli anni successivi si consolidarono definitivamente il successo e la notorietà di Franca Rame e Dario Fo in Italia e nel mondo: traduzioni e rappresentazioni delle loro pièces teatrali erano ormai diffuse in tutti i Continenti, suscitando consensi ed entusiasmi al di là di ogni differenza di lingua, cultura, ideologia politica e appartenenza religiosa.

    Nel 1997 i loro successi conseguirono il massimo riconoscimento internazionale, quando la Reale Accademia di Svezia conferì a Dario Fo il Premio Nobel per la letteratura non senza ricordare nella motivazione l’imprescindibile contributo di Franca Rame.

    La coppia reagì a suo modo al prestigiosissimo risultato, dando vita all’iniziativa benefica del “Nobel per i disabili”: l’importo del premio, insieme a contributi e donazioni di varia provenienza, sarà messo a disposizione delle diverse associazioni che lavorano a favore delle persone disabili.

    Nel 2006, dopo aver sostenuto e accompagnato suo marito in occasioni di diretto impegno politico, come nel caso della sua candidatura a Sindaco di Milano, Franca Rame decise di impegnarsi in prima persona, e nelle elezioni per la XV Legislatura accettò la candidatura per il Senato della Repubblica nelle liste della formazione politica dell’Italia dei Valori.

    Entrata così, per mandato del Corpo elettorale, a far parte della nostra Assemblea, cercò di declinare la sua esperienza parlamentare, attraverso iniziative legislative ed interventi in Assemblea e nelle Commissioni parlamentari, in chiave di rigore civile e giustizia sociale, in particolare mediante la lotta contro gli sprechi di denaro pubblico e la corruzione nella Pubblica Amministrazione. In quella breve e tormentata stagione politica e parlamentare raccolse però anche numerose amarezze e delusioni, che espresse in accorati interventi in quest’Aula e, da ultimo, al principio del 2008, in una dura lettera di dimissioni dall’ufficio di senatore, che non fu mai discussa dalla nostra Assemblea per la fine anticipata della Legislatura.

    Negli ultimi anni, seppure di fronte al progressivo indebolimento del suo fisico, Franca Rame ha proseguito nell’impegno quotidiano, al fianco di Dario Fo, nella produzione e nella messa in scena di frutti antichi e nuovi del loro comune genio artistico.

    Ha quindi fino all’ultimo, fino alla vigilia di quel drammatico 29 maggio di quest’anno, continuato ad incarnare nella sua vita quella compiuta e inscindibile integrazione fra recitazione ed impegno civile, in cui la magia e la meraviglia del teatro divengono, come nella catarsi teorizzata da Aristotele per la tragedia classica, lo strumento e la via per diventare cittadini migliori. Per far questo, però, è
    necessario avere sulla scena uomini e donne che, come Franca Rame, non sappiano “fingere altro che verità”, come recita lo splendido verso di una poesia di Stefano Benni a lei dedicata.

    Una verità affermata come riscatto, come superamento del dogma e del pregiudizio.

    Per Franca Rame possono senz’altro ripetersi le parole scritte da una sua amica, Delia Gambelli, che ha curato insieme a Dario Fo una delle più efficaci traduzioni del Don Giovanni di Molière.

    Come in Molière, anche nella vita di Franca Rame si afferma, cito, «un riso che travalica gerarchie e pregiudizi, mette in gioco i sensi e i confini, dove le furberie sono esibite e sottoposte a un’indulgenza finale, dove le macchine sono trasparenti, che siano nascoste tra le quinte del palcoscenico o tra le pieghe erranti, poco sondabili e comunque enigmatiche, di un testo e di un’anima».

    Leggendo questa acuta riflessione sembra quasi di ripercorrere la lettera con la quale la senatrice presentò le sue dimissioni irrevocabili dal Senato della Repubblica. Citando un suo caro amico, Leonardo Sciascia, Franca Rame scriveva: «non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza ma si é come si é». E così continuava: «non intendo abbandonare la politica voglio tornare a farla per dire ciò che penso, senza ingessature e vincoli, senza dovermi preoccupare di maggioranze, governo e alchimie di potere in cui non mi riconosco. [...] Ringrazio prima di tutto le donne e gli uomini che mi hanno votata, ma, proprio per non deludere le loro aspettative e tradire il mandato ricevuto, vorrei tornare a dire ciò che penso, essere irriverente con il potere come lo sono sempre stata, senza dovermi mordere in continuazione la lingua».

    L’antico conflitto tra tragedia e commedia si traduce nel teatro e nella vita di Franca Rame nella lotta tra il «così è se vi pare» di Pirandello e il «si é come si é» di Sciascia.

    Onorevoli Colleghi, questa è stata ed è Franca Rame: donna che mette in gioco tutta se stessa e con lei i sensi e i confini del mondo, per infrangere nel modo più clamoroso l’ipocrisia, con la genuinità di un inno alla vita vera, la sua vita.

    Sono allora certo, in questo spirito, di esprimere il sentimento commosso di tutta l’Assemblea nel rivolgere a Dario e a Jacopo Fo il sentimento di affettuosa vicinanza e di commossa gratitudine del Senato della Repubblica, nel momento in cui facciamo memoria di una grandissima donna di teatro, nel senso più alto e nobile che queste parole possano esprimere.

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