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    Lo scorso 20 gennaio è scomparso a ottant’anni, dopo una sofferta malattia, Claudio Abbado, uno dei più grandi e innovativi direttori d’orchestra del ’900, protagonista al massimo livello della musica, della cultura, della società civile. La sua vita è nel segno dell’arte, intesa non come esercizio e manifestazione elitaria di innato talento, ma come ricerca instancabile del senso dell’esistenza e del senso dell’etica, come dono agli altri, come impegno civile.

    «Claudio è con tutti noi. E’ partito per il viaggio misterioso. Stringiamoci alla sua vita fortunata», così i figli Daniele, Alessandra, Sebastian e Misha hanno dato l’annuncio della morte del padre. Anche la sua esistenza terrena è stata un viaggio, per decodificare il mistero della musica e portare ovunque la sua magia.

    Un viaggio iniziato da piccolo. Era nato a Milano nel 1933 in una famiglia dove la musica e la cultura erano di casa: suo padre, Michelangelo, era insegnante di violino al prestigioso Conservatorio ‘”Giuseppe Verdi” di Milano dove successivamente sarà vicedirettore; la madre, Maria Carmela Savagnone, era pianista e scrittrice per bambini. Decide di impugnare la bacchetta a sette anni, quando, come si è ricordato più volte in questi giorni, si arrampica fino al loggione per vedere i gesti del direttore d’orchestra Antonio Guarnieri: da lì in poi una vita di studio e impegno per coronare il suo sogno, che lo porterà sul podio delle più prestigiose orchestre del mondo. Divenne nel 1968, a soli 35 anni, direttore musicale del Teatro alla Scala. In un periodo di profondi cambiamenti culturali seppe interpretare lo spirito del tempo, con grande lungimiranza, rivoluzionando il repertorio scaligero; dirigendo spettacoli indimenticati con le regie di Strehler e Ronconi; portando la musica nelle fabbriche e aprendo la Scala, con la complicità di Paolo Grassi, a studenti ed operai per condividere con quante più persone possibili il suo amore per la musica, che considerava un bene di tutti. Da grande sognatore riuscì a unire l’Europa prima della caduta del Muro di Berlino, fondando nel 1978 l’Orchestra giovanile della Comunità Europea, in cui riuscì a far suonare giovani musicisti delle due germanie, sovietici e italiani, francesi e polacchi.

    Il mondo della musica ne ha esaltato lo stile inconfondibile, severo e appassionato allo stesso tempo, ed il suo stile, scaturito dall’immediatezza dell’intuizione e del carattere, è diventato il “metodo Abbado”. Era un perfezionista instancabile, che chiedeva ai suoi orchestrali di ripetere, ancora e ancora, per cercare e trovare non solo il come della musica, ma soprattutto il perché. La tecnica era in lui un tutt’uno con quella che potremmo definire l’ontologia musicale. Tutto ciò rivelava una spiritualità profonda capace di guardare oltre, lontano, e che non si limita solo ad una professionalità per così dire esecutiva. Proprio in quell’andare lontano si riflette il percorso straordinario del suo viaggio: cercare attraverso la musica l’anima e l’armonia del mondo e , allo stesso tempo, infondere in quel mondo un’anima, un pensiero, una visione.

    Claudio Abbado non considerava la musica come proprietà privata, ma come patrimonio di tutti, da consegnare a tutti e da conservare per tutti. La sua era una prospettiva totalizzante: la musica è stata alimento e comprensione della sua esistenza, ma anche strumento di partecipazione alla vita collettiva del suo tempo. «Sono sempre stato convinto che la musica contenga in sé una forza in grado di travalicare i confini. Non c’é solo un valore estetico nel fare musica. La musica è necessaria al vivere civile dell’uomo».

    Queste le sue parole, quando nel 2005 diresse l’Orchestra Mozart di Bologna, da Lui fondata, per i detenuti del carcere e gli assistiti della Caritas. Ha portato i concerti nelle fabbriche, nelle scuole e negli ospedali, alla ricerca degli emarginati, degli ultimi. Nel 2004 promuove nella città di Bologna la nascita dell’Orchestra Mozart; a Caracas ed a L’Avana, nel 2005, Abbado inizia a fare musica con l’Orchestra Simón Bolívar, la cui attività si inserisce nell’iniziativa in cui sono coinvolti migliaia di giovani musicisti, tanti provenienti da contesti poverissimi e degradati, a cui viene data la possibilità di ricevere un’educazione musicale e soprattutto una possibilità di riscatto e di speranza, salvando migliaia di giovani. Lo spirito del “Sistema”, nato in Venezuela con Josè Antonio Abreu, è arrivato grazie a lui anche in Italia e proprio qui in Senato, per il concerto di Natale, abbiamo potuto ascoltare la bravura, l’entusiasmo, l’impegno, la felicità dei suoi musicisti, del coro delle voci bianche e del coro delle mani bianche. Nel dialogo con i giovani lascia la sua eredità più profonda: «Ascoltarsi l’un l’altro é la chiave. In orchestra come nella vita», queste le sue parole. La sua musica fondata sull’ascoltarsi gli uni con gli altri ci indica la strada di una comunità civile dove il portarsi l’uno con l’altro diventa un’istanza etica irrinunciabile. Nel ricordo che di lui ha scritto il maestro Antonio Pappano c’è la conferma del suo amore per i giovani e di quanto sapeva forgiarne la passione, l’arte, il carattere:

    La luce di Claudio Abbado rimarrà. Io li vedo lavorare in orchestra, i musicisti che lui ha formato. Sono sparsi per il mondo. Se osservi bene, li puoi distinguere, portano in faccia e negli occhi il lascito del loro maestro. Sono fieri di essere cresciuti con lui, e questa fierezza, piena di impegno e di serietà, la trasferiscono al loro far musica.”

    La nomina a senatore a vita rappresenta il riconoscimento dei suoi altissimi meriti artistici, civili, culturali e umani e, ancor più, il segno di chi ha portato con grazia e con orgoglio l’Italia, nella sua espressione migliore, in Europa e nel mondo. Ora l’arte di Claudio Abbado è un patrimonio di tutti e per tutti: sono allora certo, in questo spirito, di esprimere il sentimento commosso di tutta l’Assemblea nel rivolgere ai famigliari e a tutti coloro che lo hanno conosciuto il sentimento di affettuosa vicinanza e di commossa gratitudine del Senato della Repubblica, nel momento in cui rendiamo omaggio a un grandissimo uomo e ad un immenso artista

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