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    (Presentazione del volume di Antonio Manganelli)

    Care Adriana e Emanuela,
    cari amici,

    è una forte emozione e un grande onore ospitare in Senato, nella bellissima Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, la presentazione del libro “Il sangue non sbaglia” del mio caro amico Antonio Manganelli, che ci ha lasciato lo scorso 20 marzo.

    Questo libro, scritto durante il periodo della malattia, portato a conclusione pochi giorni prima di morire e pubblicato il 17 aprile, è stato una grande sorpresa per tutti. Dedicato alla figlia Emanuela e ai colleghi di una vita, è un canto d’amore che mescola insieme allegria, morte, gioia, entusiasmo, istinto, paura. È un canto d’amore per quella Polizia amata sempre con tutto il cuore fino all’ultimo respiro, per i figli, per la donna che condivide con lui i giorni con un’ansia sottile che è consapevolezza e non paura, per gli amici e i compagni di strada e per lo Stato, per il senso rigoroso dello Stato che rende l’uomo al servizio di tutti e servo di nessuno.
    Sì, perché Antonio Manganelli era un eccezionale servitore dello Stato. Eccezionale nel senso di non comune, di difficile da trovare, per intelligenza, umanità, onestà, competenza, dedizione, e per la rara concomitanza in una persona sola di tutte queste doti assieme.

    Antonio era un poliziotto, un vero poliziotto. Non avrei mai potuto immaginarlo a svolgere un’altra professione, un altro mestiere. Nella difficoltà della malattia ha sempre continuato a fare il poliziotto, e non certo in senso formale. Tanto è vero che durante il periodo trascorso in cura negli Stati Uniti aveva allestito un ufficio a Houston dal quale dirigeva i suoi uomini con la passione e il coraggio di sempre.
    Ed è proprio da quella stanza di ospedale, dove era ricoverato, che «Storie d’indagini, facce, schegge di una carriera lunga trent’anni, tornano a trovarlo nella notte”, scrive nella prefazione del suo libro. Così quelle storie nei giorni lunghi delle cure americane sono diventate la trama di un romanzo: “frutto imprevisto dell’incontro tra episodi vissuti, personaggi reali che sulla carta assumevano tratti inventati e vere tecniche d’indagine”.
    Questo romanzo è una storia di verità e vita. L’ispettore Giovanni Galasso, il protagonista, è un «poliziotto per mestiere, per vocazione e per amore» e ha un caso da risolvere: l’omicidio dell’aristocratica Anna De Caprariis, strangolata in auto a tarda sera da mano amica senza un gesto di lotta, senza un urlo, senza sangue. Ma l’indagine diventa il contenitore di cento storie che arrivano sulle pagine direttamente dalla memoria viva di chi scrive, storie che vivono una dentro l’altra in un continuo richiamo di analogie, di memoria, di ricordi.

    Se Giovanni Galasso per Antonio Manganelli “è un modo di vivere, di ragionare, di diffidare e di condividere” e “la quotidianità di Galasso è la quotidianità di chi è poliziotto per mestiere, per vocazione e anche per amore”, l’ispettore di carta è l’alter ego del suo creatore la cui oltre trentennale carriera è stata costellata da numerosi successi nella lotta alla criminalità in ogni sua forma.
    Nell’ufficio di Galasso, stanza 61 della Squadra Mobile, ovvero il suo regno, era rappresentata l’intera vita del poliziotto. Nel perimetro di legno della scrivania c’erano i segni tangibili della sua storia umana e professionale: il computer, la foto della moglie Sabina, sensibile e dolce, le pergamene delle onorificenze, e i souvenir dono dei colleghi. Il paziente e testardo poliziotto, aiutato dal suo braccio destro ispettore Bruno Bevilacqua, ancora una volta sarebbe arrivato per gradi alla soluzione del mistero mettendo insieme, tessera dopo tessera, il mosaico. Non demordere, non innamorarsi delle intuizioni e non considerarle risolutive fino a quando ogni altra ipotesi non è stata esclusa. Quindi cercare qualsiasi indizio perché ogni oggetto racconta una storia, bisogna tendere le orecchie e prepararsi ad ascoltare.
    Manganelli, che ha lavorato al fianco dei più valorosi magistrati a cominciare da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (era stato Questore di Palermo dal 1997 al 1999), sapeva bene che “l’indagine è studio paziente, ricerca razionale della verità, costante esercizio del dubbio” e che “Il bravo investigatore dubita, soprattutto di se stesso, ha il coraggio di mettere in dubbio perfino le convinzioni cui è approdato un attimo prima”.
    Si resta coinvolti dalla figura di Galasso, dalla sua umanità, dai suoi dubbi. Galasso proviene, come Manganelli, dalla trincea di Palermo, dove la lotta alla mafia andava giocata mossa dopo mossa e dove c’era in palio la libertà, “Il futuro di un’intera nazione”.

    Antonio, attraverso questo romanzo, sembra congedarsi dalla vita con un atto d’amore verso chi l’ha condivisa con lui («a mia figlia Emanuela e a tutti i poliziotti», è la dedica), verso sua moglie, verso l’Italia, verso il suo lavoro. E a proposito del suo lavoro diceva: «è un lavoro difficile, ma ci sono dei momenti che sanno annullare tutte le cose brutte e basta ripartire da lì. Dall’amore per il proprio mestiere, basta ripartire da lì”.
    Mi piace concludere questo mio breve intervento con le sue stesse parole “Questo libro è una storia d’amore. La storia d’amore con un mondo, con un mestiere, con un modo di vivere, con una grande famiglia. Una storia d’amore nasce ogni giorno e va oltre la vita”.
    Ecco, sono certo che la sua storia di vita e di finzione contribuirà a formare e accompagnare poliziotti migliori, uomini e donne migliori.

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