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    Caro Ministro, Autorità, gentili ospiti, ragazze e ragazzi,

    quando, settimane fa, il presidente Manconi mi ha invitato per un saluto introduttivo a questo incontro, le mie perplessità erano molto alte. I miei valori e la mia precedente professione mi portano ad avere come punti di riferimento la giustizia e la verità. Nel discorso che tenni in Aula in occasione della Giornata della memoria delle vittime del terrorismo il 9 maggio 2015 ho ribadito che “sappiamo molto ma non tutto: bisogna insistere, impegnarsi maggiormente per illuminare con la verità gli angoli ancora nascosti di queste vicende, nelle quali si sono intrecciate trame internazionali e nazionali, tradimenti e depistaggi. Questo è il compito più alto delle Istituzioni e delle parti politiche, pretendere chiarezza oltre ogni convenienza”.

    Mi sono quindi avvicinato a questo libro con diffidenza, la stessa che, leggendo, ho capito che voi avevate chiaramente previsto e messo in conto quando, dopo anni di percorso riservato, avete scelto di dare alle stampe il “Libro dell’incontro” e di partecipare ad iniziative pubbliche. Polemiche che, legittimamente, hanno contrassegnato nei giorni scorsi anche questo appuntamento. Dico legittimamente perché, da parte delle vittime e dei loro familiari, di fronte al dolore, alla perdita, all’ostinata ricerca di verità e di senso, ogni tipo di reazione è comprensibile, anche il rifiuto di percorsi diversi dai propri.

    Per questo “dovere di comprensione” ho iniziato a leggere, e quella mia diffidenza iniziale si è andata sciogliendo mentre proseguivo la lettura. Il libro, lo dico per chi non lo conosce, racconta di un percorso iniziato molti anni fa in cui vittime, familiari delle vittime, ex appartenenti ad organizzazioni armate, garanti (oggi con noi c’è Gherardo Colombo, tra gli altri ricordo il prof. Valerio Onida) e persone completamente estranee a quel periodo, i cosiddetti “primi terzi”, si sono incontrati insieme a tre mediatori: il teologo padre Guido Bertagna, il criminologo Adolfo Cerretti e la penalista Claudia Mazzuccato.

    Un tragitto lungo, sostenuto finché era in vita dal Cardinale Carlo Maria Martini, alla ricerca di spiegazioni e risposte che esulano dal percorso penale e riguardano in primo luogo quello personale e relazionale. Si può poi compiere un passo ancora più forte e deciso: quello di cercare un “sentire collettivo, che riguardi appunto l’intera nazione, in grado di non relegare più alla sola dimensione privata il dolore subito e provocato in quei difficili anni. Tra le prerogative fondamentali identificate dai mediatori per questo cammino ci sono: libertà, volontarietà, discrezione, gratuità. E’ molto importante ribadirle, perché chiariscono che chi ha partecipato è partito da un bisogno condiviso e senza aspettarsi nulla in cambio. Di cruciale importanza in questo senso è un passaggio della lettera che gli “ex”, come vengono definiti nel gruppo, mandano alle vittime:

    “Riteniamo valore supremo e inviolabile il riconoscimento della persona e della vita umana e rifiutiamo ciò che in passato ci aveva portati a negarla […] L’incontro con voi ci ha permesso di raggiungere, su questo, un’irreversibile consapevolezza. Questo cambiamento è stato anche per noi frutto di percorsi sofferti, scelti in piena libertà dopo aver pagato tutti i nostri debiti giudiziari”. Anche la risposta delle vittime ha alcuni passaggi imprescindibili:

    “Ci sembra importante che voi abbiate riconosciuto che la vostra è una responsabilità individuale, personale; e che anche il clima ideologico di quegli anni non vi ha obbligati a fare ciò che avete fatto. […] sono state scelte personali, individuali, di cui, oggi, vi assumete la responsabilità. E vi fa onore.

    […] Pensiamo che abbiate il diritto a essere riconosciuti per quello che siete oggi, e per la vita che vi siete saputi ricostruire; il riconoscimento di questo diritto è, in fondo, il motivo per cui si sono battuti e sono morti i nostri cari”. In un altro passaggio ho letto: “se mio papà fosse ancora qui, sono sicuro che sarebbe qui con noi”.

    Grazie a queste lettere, e a tutte le numerose altre testimonianze citate nel volume, sicuramente sofferte e difficili, ho trovato i motivi profondi che vi hanno portato a far parte del gruppo, ne ho capito le ragioni. Il vostro percorso, che non è alternativo ma complementare e successivo al percorso penale, ha il pregio di mettere al centro tutto ciò che di importante resta fuori dai processi. Se la giustizia è chiamata alla fondamentale azione di repressione penale dei delitti, a sanare il passato, a individuare i responsabili dei reati e a condannarli alla pena corrispondente, il vostro “incontro” guarda al futuro, alla ricomposizione di vite segnate e di una memoria che, senza mai confondere i piani, possa essere pienamente condivisa. Soprattutto, allarga il concetto di “responsabilità”: “non solo responsabilità per il fatto attraverso la pena, bensì responsabilità verso qualcuno”.

    E’ stato, e continua ad essere, un percorso coraggioso, soprattutto per le vittime e per i familiari: “che cosa dirà la gente alle vittime quando le vede vicino a noi? Loro rischiano ben più di noi” dice a un certo punto uno dei partecipanti al gruppo. Eppure se dopo anni questo gruppo è cresciuto, se ha avuto momenti di grande impatto emotivo sul Paese (penso al raccoglimento sulla tomba di Aldo Moro), è perché credo sia stato necessario per tutti voi andare alla ricerca di quell’umanità cui i colpevoli avevano rinunciato e che era stata negata alle vittime, ridotte a “funzioni” da eliminare.

    Se il “perdono” e il “pentimento” sono e devono restare, come è ben spiegato, un fatto intimo e personale, sciogliere quell’elastico che ci lega all’orrore e alla morte di cui parla Agnese Moro “delicatamente, senza perdere nulla né di ieri né di oggi” è una necessità per tutti al fine di costruire una memoria solida, “consapevole delle complessità e delle debolezze di quella storia”, capace di seminare un futuro libero dall’odio politico e dalla violenza.

    Concludo. Senza saperlo avevo già incontrato questo vostro percorso. Nel prepararmi a questa presentazione ho voluto rileggere gli interventi delle Giornate della memoria celebrate in Senato. Tra le testimonianze lette in Aula nel 2013 c’era quella di Giovanni Ricci, che conteneva la filosofia del gruppo e che anche oggi è qui con noi. Ne leggo un passaggio: “Ma il dolore e la rabbia, seppur scemati ti rimangono dentro come un demone oscuro. Ecco allora che si sente la necessità intransigente di “Spingere la notte più in là” come recita il titolo dell’omonimo libro dell’amico Mario Calabresi. Ho sentito la necessità di abbandonare la stagione dell’odio e del rancore. Ho sentito in me la necessità di dover ricostruire il film della mia vita, rimettere insieme tutta la pellicola, riappropriarmi della mia intera esistenza, non riducendola a quel singolo fotogramma che per tanti anni ha rappresentato l’unico ricordo di mio padre rimasto in mio possesso.” A quelle parole avevo risposto nel mio intervento conclusivo con queste:

    “[…] lo ringrazio per il suo intervento così toccante. Condivido ogni singola parola, ogni singolo passaggio della sua testimonianza. Ma quanto mi rende partecipe il suo voler abbandonare la stagione dell’odio! E’ vero: la stagione del dolore e della rabbia devono cedere il posto ad una nuova primavera che ci liberi dal peso enorme di quegli anni”.

    Oggi aggiungo: una primavera fatta di piena verità e, condividendo le parole scritte da Onida nel libro, di “una giustizia che non si fermi all’accertamento dei fatti e delle responsabilità né all’arido conteggio delle sanzioni e dei risarcimenti, e nemmeno all’esteriorità di proclamati pentimenti e perdoni (o non perdoni), ma riesca in qualche modo a “riparare” il tessuto personale e sociale lacerato, a migliorare il futuro di tutti”.

    Grazie.

     

     

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