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    (Presentazione del volume di Tobia Zevi presso l’Istituto della Enciclopedia italiana)

    Cari amici, caro Tobia,

    è per me un grande piacere essere qui con voi oggi, nella sede di questo prestigioso istituto che tanto ha contribuito al progresso scientifico e culturale del nostro Paese, per presentare un Volume a me particolarmente caro. Caro perché ha ad oggetto le parole e i pensieri di un Presidente che con la sua capacità comunicativa ha saputo sensibilizzare ed educare le istituzioni ed i cittadini in una fase estremamente complessa della nostra storia politica. Un Volume a me caro anche perché scritto da un giovane che, passando attraverso una profonda conoscenza della storia del linguaggio, ha saputo offrirci una sottile analisi letteraria – e non solo – dei discorsi pubblici del nostro Presidente.
    Questo libro rappresenta il tentativo di cogliere l’impronta personale dei discorsi del Presidente Napolitano, evidenziandone al contempo la portata istituzionale. Un lavoro di analisi testuale puntuale, mai asettica, in grado di interpretare la moral suasion del Presidente come il frutto “di un’inclinazione personale e di un’etica fondata sul rigore, sulla serietà, sul senso di responsabilità verso le generazioni future”.

    Rispetto ai sette argomenti del messaggio presidenziale che sono esaminati nel libro, vorrei brevemente soffermarmi sul sesto tema, quello a me più caro, per la mia storia personale e professionale, il tema della “Giustizia e politica: la responsabilità del potere“.
    Dalla lettura della pagine dedicate a questo argomento emergono alcuni temi concernenti la giustizia ed in particolare il conflitto permanente tra politica e giustizia che ha prodotto il risultato non secondario di mettere spesso in secondo piano i veri mali della giustizia, tra cui l’anomalia del nostro sistema giudiziario: l’eccessiva durata dei processi.
    Una parola chiave che torna con una certa frequenza è quella della giustizia come servizio, “servizio primario che lo Stato deve rendere ai suoi cittadini” si legge in un messaggio di Napolitano del 12 maggio 2008; e Tobia Zevi commenta questo passaggio ricordando che in realtà il servizio è un vocabolo generalmente riferito all’impegno politico.
    Ma è innegabile che sia la giustizia, sia la politica, siano un “servizio”, una funzione svolta nell’interesse di, per qualcuno, non già contro qualcuno. Ma i presupposti per l’esercizio di questo servizio cambiano: il politico “serve” la Nazione pur essendo (o forse proprio essendo) di parte; il giudice no, fonda il proprio servizio sull’obbligatorietà dell’azione penale, sull’autonomia e sull’indipendenza strutturale, sulla soggezione solo e soltanto alla legge.

    Mi ritrovo, poi, assolutamente nelle parole di Napolitano, richiamate nel Volume, quando afferma che il magistrato “non deve dimostrare alcun assunto, non certamente quello di avere il coraggio di «toccare i potenti», anche contravvenendo a regole inderogabili. Nè può considerarsi chiamato a colpire il malcostume politico che non si traduca in condotte penalmente rilevanti. La sola, alta missione da assolvere è quella di fare applicare e rispettare le leggi”. Sul tema dei rapporti tra politica e giustizia cito le parole del Presidente Napolitano:
    “Si può finalmente dar luogo a un confronto sul tema che ci interessa e preoccupa, senza che le voci provenienti dal mondo della politica e dal mondo della magistratura siano contrassegnate da complessi difensivi e da impulsi di ritorsione polemica? Mi auguro che sia possibile”

    Chi svolge attività politica non solo ha il diritto di difendersi e di esigere garanzie quando sia chiamato personalmente in causa, ma non può rinunciare alla sua libertà di giudizio nei confronti di indirizzi e provvedimenti giudiziari. Ha però il dovere di non abbandonarsi a forme di contestazione sommaria e generalizzata dell’operato della magistratura; e deve liberarsi dalla tendenza a considerare la polemica in quanto tale, o la politica di una parte, bersaglio di un complotto da parte della magistratura
    “E nei casi in cui quei fenomeni [corruzione, reati penali] siano obbiettivamente riconducibili anche a persone che svolgono l’attività politica e ricoprono incarichi pubblici, dev’esser chiaro che l’investitura popolare, diretta o indiretta, non può diventare privilegio esonerando chicchessia dal confrontarsi correttamente col magistrato chiamato al controllo di legalità. (14 febbraio 2008)
    Napolitano prende poi posizione su alcuni temi di attualità come le intercettazioni, l’esposizione mediatica dei magistrati. Si rivolge ai magistrati con queste parole:
    “Nell’avvio e nella conduzione delle indagini, sappiate applicare scrupolosamente le norme e far uso sapiente ed equilibrato dei mezzi investigativi bilanciando le esigenze del procedimento con la piena tutela dei diritti costituzionalmente garantiti. Il discorso vale, in specie, per le intercettazioni cui non sempre si fa ricorso – come invece insegna la Corte di Cassazione – solo nei casi di “assoluta indispensabilità” per le specifiche indagini e delle quali viene poi spesso divulgato il contenuto pur quando esso è privo di rilievo processuale, ma può essere lesivo della privatezza dell’indagato o, ancor più, di soggetti estranei al giudizio” (21 luglio 2011)

    Emerge il timore del Presidente Napolitano che le esorbitanti esternazioni di magistrati possano compromettere agli occhi dei cittadini l’imparzialità e la severità dei giudici. Come più volte ci ha ricordato il nostro Presidente, la formazione e la logica del merito appaiono di fondamentale importanza per la garanzia della professionalità della magistratura.
    Accanto a questi profili della formazione e del merito, che investono direttamente l’attività del CSM, vi è però anche un secondo elemento – questa volta esterno – che condiziona in maniera determinante l’operato della magistratura come organo giudicante: la cultura della giustizia diffusa tra la società civile e tra i media. Perché un giudice possa esercitare serenamente la propria attività, libero da condizionamenti esterni, è necessario innanzitutto che il rapporto con i destinatari dei suoi provvedimenti – e quindi la collettività – sia radicato sulla fiducia.
    Napolitano delinea un ritratto complesso e affascinante delle qualità che dovrebbero appartenere al magistrato, tutte improntate ad una concezione autorevole e umana della funzione giurisdizionale, caratterizzata da coraggio e umiltà, serenità, impegno, laboriosità ed equilibrio, responsabilità, imparzialità e riserbo. Ma la fiducia nella magistratura parte dalla cultura della legalità, quella cultura che si fonda non solo e non tanto sulla preferenza per valori astratti, bensì sulle scelte quotidiane di tutti noi. E’ vero, nel nostro paese vi sono molti fattori che scoraggiano un maturo approccio alla giustizia, ma sono convinto che questo sia un terreno su cui molto si può e si deve fare, a partire dalla comunicazione e dall’educazione alla legalità nelle scuole.

    E’ su questo tema della cultura alla giustizia, fin dall’infanzia, che vorrei chiudere la mia riflessione, formulando un ringraziamento che vuole essere anche un auspicio. Il ringraziamento è al Presidente Napolitano, perché con i suoi pensieri e le sue parole ha saputo sempre riequilibrare i toni e i modi delle polemiche giudiziarie riportando l’attenzione dei cittadini su quelli che sono i valori autentici del nostro sistema giudiziario. Questo ringraziamento vuole essere però anche un auspicio, perché davvero dobbiamo augurarci che questa sua importante testimonianza non vada perduta e che chi lo seguirà, ma più in generale tutte le istituzioni, sappiano sempre lavorare per alimentare il rapporto fiduciario tra i cittadini e la magistratura.
    Nel ringraziarvi per l’attenzione, vorrei ancora una volta congratularmi con Tobia Zevi per la maturità e l’equilibrio con cui, attraverso i discorsi del Presidente, ha saputo affrontare i temi forse più controversi della nostra più recente storia istituzionale.

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