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    Signor Presidente della Repubblica, Autorità, Signore e Signori,

    ho accolto con piacere l’invito della Presidente Bindi ad intervenire a questa giornata dedicata al contrasto alle mafie nella prospettiva territoriale. Un’iniziativa apprezzabile perché la questione mafiosa assume caratteri distinti nelle diverse realtà locali, ma è nazionale perché riguarda il Paese in ogni sua componente: sociale, politica, economica ed istituzionale. A proposito del ruolo delle autorità locali, ha appena concluso i lavori una Commissione di inchiesta del Senato sulle intimidazioni nei confronti degli amministratori locali, evidenziando un quadro complesso e preoccupante e presentando diverse proposte per “rompere la solitudine degli amministratori locali”.

    Vorrei approfittare di questa occasione per tracciare una breve analisi delle evoluzioni della minaccia mafiosa. Per prima cosa, si sono ridimensionati gli episodi violenti e visibilmente di matrice mafiosa, il che ha contribuito a ridurre l’attenzione politica sul fenomeno. In secondo luogo, si è estesa la presenza mafiosa in attività economiche legali. Infine, si sono consolidati quei fenomeni, in atto da tempo, di espansione dell’influenza mafiosa in aree non tradizionali del centro-nord Italia, attraverso nuove modalità di interazione e pressione sui diversi contesti locali: istituzionali, economici e sociali locali. La presenza delle mafie in economia non è fenomeno nuovo. Ciò che negli ultimi anni ha cambiato lo scenario sono le nuove opportunità connesse alla prolungata crisi economica mondiale, che ha indotto le mafie a perseguire l’accumulazione di ricchezza sempre meno attraverso le tradizionali attività di tipo predatorio-parassitario, e molto più mediante investimenti in mercati legali e acquisizioni di imprese in dissesto. A fronte del consistente rischio di gravi sanzioni penali connesso ai tradizionali mercati illegali (droga, estorsioni, traffici), fra i criminali è considerazione comune (purtroppo fondata) che sia estremamente improbabile incorrere nella repressione e quindi più redditizio effettuare operazioni nell’economia legale, per via delle grandi difficoltà del controllo statuale sul riciclaggio e sull’origine dei patrimoni illeciti. Qui vorrei segnare un primo punto politico. Per contrastare le mafie la politica deve fare una scelta di campo chiara e inequivocabile contro l’economia sommersa, il riciclaggio, i capitali illeciti, l’evasione fiscale, i delitti societari.

    Ma l’aspetto evolutivo più preoccupante, messo in luce da diverse indagini nel centro e nord Italia, ma anche dalla recente inchiesta della Procura di Roma nota come “Mafia Capitale”, deriva dal consolidamento di un’area che coinvolge insieme a mafiosi e criminali, politici, imprenditori, professionisti e amministratori pubblici: complesse reti di relazioni inizialmente inquinate da intimidazione e violenza che poi lasciano il posto alla convenienza, alla collusione, alla corruzione, al favoritismo, e più in generale alla coincidenza e fusione di interessi diversi. La diffusione mafiosa così non è determinata da fenomeni esogeni alle società del centro-nord: non esiste, come in certe rappresentazioni retoriche e interessate un aggressore che inocula il germe mafioso nel corpo sano della vittima, ma un coacervo di collusioni, interessi e affari. I mafiosi e i criminali si inseriscono fra la sfera dell’economia e quella della politica offrendo alle imprese e a segmenti delle istituzioni quei servizi che esse richiedono. Una nuova forma di organizzazione mafiosa, quella descritta da “Mafia Capitale” nella quale si determina una saldatura fra il “sottomondo” criminale e il “sopramondo” sociale, politico, economico garantita dalla corruttela, dal perseguimento del profitto ad ogni costo, dal disprezzo per la cosa pubblica e per l’interesse generale, attraverso gli appalti e le commesse pubbliche, le concessioni, l’acquisizione di imprese. E quando serve, l’organizzazione ritorna all’uso dei consueti sistemi mafiosi della violenza e dell’intimidazione.

    E qui vorrei segnare un secondo punto politico. I dati sulle condanne per i reati “dei colletti bianchi”, corruzione, peculato, riciclaggio, falso in bilancio, dimostrano che il rischio penale è infinitamente più basso di quello legato ai delitti più tradizionalmente commessi dalle mafie, nonostante tutti siano concordi nel segnalare un aumento esponenziale del fenomeno. Questa è la ragione per la quale mi sono impegnato così energicamente per rafforzare la risposta sanzionatoria e preventiva dello Stato, e finalmente in questi giorni siamo riusciti a dare avvio al dibattito parlamentare alla legge sulla corruzione, dopo tanti, troppi rinvii. C’è di più. La corruzione è il principale strumento utilizzato dalle mafie transnazionali per garantire i propri affari e condizionare interi governi; abbatte la competitività internazionale delle imprese e del Paese; disincentiva gli investimenti dall’estero; infine, sottrae risorse alla spesa sociale e così accentua le diseguaglianze, mettendo in pericolo democrazia e coesione sociale e allontanando dalla cittadinanza attiva larghe fasce della popolazione, specie le più giovani, consegnandole alla marginalità e all’incertezza. Al tempo stesso, sono convinto che occorra ridurre le opportunità criminali inavvertitamente generate da legislazioni caotiche e ridondanti, soprattutto in materia di appalti e di procedure pubbliche. Insomma servono prevenzione e repressione insieme. L’una non esclude ma anzi impone l’altra.

    Concludo. In quasi mezzo secolo di impegno contro le mafie ho compreso che sono necessarie buone leggi, strumenti legali e operativi per le forze di polizia, la magistratura e le istituzioni. Necessarie ma non sufficienti. Si impone una trasformazione culturale nella gestione della cosa pubblica; un ritorno alla cura dell’interesse generale, ai bisogni dei deboli, degli ultimi; la realizzazione di progetti strategici per il futuro del Paese. Di questo non può che incaricarsi la politica, alla quale si richiede un vero sussulto etico.

    E questo, Signor Presidente della Repubblica, Signore e Signori, credo sia il nostro comune e più importante dovere. Grazie.

     

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