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    Caro Presidente Manconi, Padre Bianchi, Autorità, Signore e Signori,

    come Presidente del Senato accolsi con grande favore l’approvazione della legge n.45 e sento ancora più forte l’esigenza istituzionale e morale di essere qui con voi oggi. Ringrazio chi si è adoperato per realizzare questo incontro, in particolare il Presidente Manconi che ha fatto di questi temi una ragione di impegno politico e civile del quale gli siamo tutti grati.  Sono orgoglioso che il Senato abbia organizzato questa prima celebrazione della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, per ricordare chi, cito dalla legge, “ha perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria”.

    Lo facciamo con questa preziosa iniziativa, che si propone come luogo di ascolto e confronto a dispetto delle troppe strumentalizzazioni che affliggono il dibatto pubblico. È un argomento delicato e molto complesso che, inevitabilmente, ci costringe a fare i conti con le nostre coscienze prima ancora che con le nostre ragioni. Non mi soffermerò in questa occasione su piani strategici o battaglie politiche da compiere in seno alle istituzioni nazionali e comunitarie, temi che sono stati e sono oggetto di profonde riflessioni, ma soprattutto sui valori inderogabili di solidarietà e di dignità di ciascun essere umano.

    Vorrei quindi partire con voi da un numero che credo sia opportuno tenere bene a mente: 368. Il 3 ottobre 2013, non troppo lontano dalla nostra bellissima Lampedusa, sono morte 368 persone. Il 13 ottobre vicino Malta quasi 200. Ad aprile 2015 al largo delle coste libiche in un altro naufragio spaventoso hanno perso la vita più di 700 persone. Purtroppo, quasi ogni giorno è il 3 ottobre 2013. Quasi ogni giorno una piccola e improvvisata imbarcazione o una grande carretta del mare si inabissa nel Mediterraneo, trascinando con sé altri uomini, donne e bambini: un numero sconvolgente di storie, speranze, ideali e paure affondate spesso a pochi chilometri da un porto sicuro, dalla salvezza. Se è vero, come dice il Talmud, che “chi salva una vita salva il mondo intero”, è vero anche il contrario: per ogni singola vita perduta muore la nostra umanità. Davanti ad una tragedia di queste proporzioni qualunque considerazione politica deve essere messa in secondo piano. Non possiamo barattare l’integrità morale di un popolo, il nostro, con un pugno di voti, significherebbe rinnegare interamente la cultura della vita su cui è prosperata la nostra civiltà.

    La morte non ha appello, non concede una seconda opportunità, almeno qui sulla terra. Per questo dobbiamo reagire a questa interminabile, insopportabile e a tratti troppo silenziosa strage recuperando il senso delle priorità e delle prospettive. Dobbiamo farlo guardando al passato, ad altre epoche storiche nelle quali l’umanità ha smarrito la propria coscienza nei rivoli delle discussioni o negli anfratti della burocrazia. A tal proposito vorrei condividere con voi le parole che qualche mese fa, proprio qui in Senato, ha pronunciato un grande italiano, Piero Terracina. Grande non per essere riuscito a sopravvivere all’inferno di Auschwitz ma per aver saputo trasformare l’odio subito in semi di speranza: la sua testimonianza e la sua lezione hanno germogliato nelle coscienze di tanti. In quella occasione, riflettendo sul “peccato dell’indifferenza”, ci disse: “la Shoah più che la pietà per le vittime o l’odio per i criminali deve ricordarci quanto il male possa essere “banale” da poter essere confuso con una pratica burocratica, con l’obbedienza ad un ordine – e poco conta che l’ordine sia quello di scaricare in un foro lo zyklon B, l’acido prussico utilizzato nelle camere a gas nei lager nazisti (…), o di respingere una bagnarola affollata di migranti”. Certamente non sfuggiva a Terracina, e neanche a me, la profonda differenza storica tra la Shoah e la tragedia del Mediterraneo. Eppure proprio chi ha subito la violenza di allora ci invita oggi a non cercare scuse perché, come i cittadini europei degli anni ’40, anche noi saremo chiamati a rispondere al Tribunale della Storia e alle domande dei nostri nipoti. E dunque: nel futuro prossimo come spiegheremo loro che l’indifferenza, la paura, l’ignoranza ci hanno impedito di vedere davanti a noi disperati esseri umani e non nemici? Come ci giustificheremo per aver speso troppe parole a sostenere che la crisi economica non ci permette di “sprecare risorse” per salvare queste persone aggrappate con le unghie e con i denti alla speranza di un futuro degno di essere vissuto?

    I cambiamenti geopolitici di questa epoca rappresentano il banco di prova della civiltà occidentale. Le nostre città, le nostre famiglie, le classi dei nostri figli e nipoti, sono destinate a colorarsi di altre realtà, a generarne di nuove, a fare i conti con tradizioni profondamente differenti. Più in generale la nostra cultura è dinanzi ad un bivio decisivo: è venuto il momento di fare delle scelte. Dobbiamo scegliere se dare valore concreto agli ideali sui quali abbiamo costruito la pace del nostro continente dopo la II guerra mondiale o se sacrificarli in nome della paura e dell’interesse; dobbiamo scegliere se la vita sia ancora e sempre un bene non negoziabile, e la sua difesa un valore assoluto, oppure no; dobbiamo scegliere se il diritto al futuro di un bambino di Aleppo sia minore di uno di Roma o Berlino. Tocca a noi, siamo moralmente chiamati in causa. Non possiamo voltare le spalle alla più grande sfida del nostro tempo. Dobbiamo mantenere intatta la capacità di guardare questi barconi e riconoscere noi stessi negli stranieri a bordo, Papa Francesco direbbe “i nostri fratelli e le nostre sorelle”. Se non saremo in grado di farlo, e quindi di difendere la dignità dei migranti, falliremo anche nel preservare la nostra; se lasceremo prevalere l’ignoranza e la paura del diverso saremo inevitabilmente destinati al declino.

    Attenzione: non vorrei si pensasse che basta ridurre tutto a qualche dichiarazione di intenti, magari ben confezionata retoricamente. Non bisogna neanche distogliere lo sguardo dai rischi per la sicurezza nazionale, dall’impatto che l’immigrazione ha sul welfare e sul mercato del lavoro, o dalle evidenze che riguardano in casi specifici connessioni con l’illegalità e il crimine. Non si deve neanche colpevolizzare la paura di tanti cittadini ma, piuttosto, “curarla” offrendo soluzioni immediate inserite in strategie di ampio respiro, con adeguate risorse economiche e logistiche. Tocca alla politica e alle Istituzioni farlo, è una responsabilità che hanno davanti ai cittadini e alla storia. Ada Gobetti diceva “io non ho idee politiche, ho solo certezze morali”: affrontiamo il tema dell’immigrazione consapevoli della sua complessità ma senza dubbi su come orientare il nostro cuore. Mettiamo da parte le partigianerie, le boutade i calcoli elettorali che, come abbiamo visto, non sempre sono vincenti e che, in ogni caso, sfibrano il tessuto sociale, rendendolo più fragile.

    Mi avvio alla conclusione. Abbiamo quanto mai bisogno di riscoprire le ragioni che ci uniscono piuttosto che quelle ci dividono. Per farlo possiamo ispirarci all’esempio di chi per anni ha intensamente lavorato per salvare vite umane senza domandarsi da che Paese venissero e senza fare troppo caso al colore della loro pelle. Penso agli uomini e le donne delle Forze dell’Ordine e Militari e ai tanti volontari che, con umanità e competenza e nonostante il fardello emotivo che ogni operazione in mare porta con sé, ci rendono orgogliosi di essere italiani; penso a Giusy Nicolini, che guida la comunità di Lampedusa – poco più di seimila cittadini e centinaia di migliaia di persone in cammino – testimoniando al mondo intero che è possibile amministrare una delle più belle mete turistiche del Mediterraneo e assolvere al tempo stesso i doveri di solidarietà e accoglienza. Penso infine a Pietro Bartolo, che ho conosciuto a Lampedusa, dove mi ha raccontato per ore la sua quotidiana attività e commosso con alcuni dettagli raccapriccianti sulla condizione sanitaria e psicologica dei migranti che giungono nei centri d’accoglienza, che avremo modo di sentire dalla sua voce alla presentazione del libro “Lacrime di sale” che faremo la settimana prossima. Il film “Fuocoammare” lo ha consegnato alle cronache internazionali ma è da oltre trent’anni che, lontano da clamori mediatici, presta servizio come medico alla frontiera dell’Europa. Queste persone, ciascuno nell’ambito delle proprie responsabilità e competenze, dimostrano che possiamo essere all’altezza della sfida della contemporaneità, che possiamo vincerla e che, spero presto, non dovremo più piangere la morte di così tanti innocenti.

    Grazie.

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