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    Autorità, cari colleghi, gentili ospiti,

    ringrazio la Vice Presidente del Senato, Valeria Fedeli, per aver promosso in Senato questa iniziativa, che sono lieto venga ospitata nella nostra splendida Sala Zuccari.

    Come in precedenti occasioni analoghe, ho accettato molto volentieri l’invito al convegno “HeForShe: insieme verso la parità di genere” perché sono sempre stato convinto e ho ripetuto in ogni occasione, che questo tema non possa essere superato senza la partecipazione piena, attiva e consapevole degli uomini, anche se rimane tra questi ancora troppo diffusa la tendenza ad autoescludersi o a disinteressarsene, non percependolo come problema proprio o, erroneamente, ritenendo di non avere voce in capitolo. La campagna HeForShe ha come principale obiettivo proprio quello di coinvolgere i ragazzi e gli uomini, di renderli più coscienti e partecipi rispetto agli ostacoli che impediscono la piena realizzazione della parità di genere in Italia, in Europa e nel mondo. La giovane attrice Emma Watson, principale testimonial dell’iniziativa, nell’aprire all’Onu la campagna mondiale HeforShe per la parità di genere si è rivolta agli uomini dicendo, in modo molto chiaro e diretto, “la parità di genere è anche un problema vostro” ed ha trovato parole efficacissime per far notare come gli stereotipi costruiti per le donne presentino una doppia faccia della medaglia, come gli uomini stessi vi rimangano intrappolati quando, ad esempio, credono di dover essere aggressivi per essere accettati, quando non si sentono liberi di essere sensibili o non possono concedersi debolezze per paura di apparire meno virili, quando una percezione distorta di cosa sia il successo maschile li rende fragili ed insicuri.

    Gli uomini dovrebbero comprendere che “ci guadagnano” se alle donne vengono effettivamente garantite quelle pari opportunità e quegli uguali diritti che spettano a ciscuno in quanto individuo, perché ciò presuppone una società migliore, dove vi saranno meno abusi e prevaricazioni. Per tutti. Affinché vi sia una piena parità di genere, un vero cambiamento – in primo luogo culturale – deve avvenire nella società maschile. La stessa Millicent Fawcett, fondatrice nel 1872 del movimento delle “suffragette” inglesi, comprese l’importanza di avere al proprio fianco anche gli uomini nel cammino verso l’emancipazione e tentò, senza successo, di coinvolgerli. Una forte determinazione consentì comunque di conseguire il risultato, ma con maggiori difficoltà e in tempi enormemente più lunghi. Se questo è accaduto in un paese con una consolidata tradizione di libertà di espressione come la Gran Bretagna, dobbiamo però sempre tenere presente che nel mondo vi sono molti Stati particolarmente arretrati per quanto riguarda i diritti delle donne, realtà in cui la sottomissione generalizzata della popolazione femminile non consente di poter nemmeno aspirare a conquistarli da sole, neanche in tempi lunghissimi. Pensiamo al recente caso, ad esempio, dell’Arabia Saudita, dove le donne hanno finalmente ottenuto il diritto al voto e ad essere elette – circa una ventina dicono i risultati – ma solo grazie ad un singolo atto di lungimiranza del Re Abdullah – scomparso all’inizio di quest’anno – che lo aveva promesso nel 2011, e a cui si deve la prima università con classi miste del paese nel 2009. Questo ci fa comprendere quanto possa incidere la decisione anche di un singolo individuo che si trovi a ricoprire un ruolo-chiave e quanto, pertanto, sia fondamentale riuscire a sensibilizzare un numero sufficiente di persone in grado di aprire con le loro decisioni la via ad un cambiamento che finisca col coinvolgere strati sempre più ampi di popolazione, fino a cambiare la struttura stessa delle società. Sono gli stereotipi di genere quelli che devono via via venire a cadere, poiché, molto sottilmente e molto subdolamente, finiscono con il condizionare scelte e comportamenti: indirizzano le aspirazioni di carriera delle giovani donne verso le professioni ritenute più “consone”, portano a giustificare retribuzioni differenziate a seconda del genere (cosa, peraltro, di recente stigmatizzata anche da Papa Francesco), inducono sensi di colpa nelle donne che si dedicano al lavoro perché “trascurerebbero” la famiglia… Solo per citare alcuni tra i tanti condizionamenti.

    Per non parlare dei luoghi comuni che non si limitano a distorcere la realtà ma ne dipingono una assolutamente opposta a quella effettiva. Più o meno inconsapevolmente, essi concorrono a formare un’idea falsata, un’idea di “inferiorità” della donna, che è ciò che consente di relegarla a ruoli di secondo piano. Rimanendo in casa nostra, lo studio “Stereotipi, rinunce e discriminazioni di genere” presentato dal Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dall’Istat ci consegna il ritratto di una nazione dove gli stereotipi sessisti sono tuttora duri a morire. Ci dice, infatti, che, nonostante per il 40% dei cittadini le donne subiscano evidenti discriminazioni di genere, un italiano su due ritiene che gli uomini siano meno adatti ad occuparsi delle faccende di casa e la metà della popolazione trova giusto, in fondo, che in tempo di crisi i datori di lavoro debbano dare la precedenza ai maschi. In ambito lavorativo le donne sono più svantaggiate nel trovare una professione adeguata al titolo di studio, nel guadagnare quanto i colleghi maschi, nel fare carriera e conservare il posto di lavoro. Infatti il 44,1% delle donne contro il 19,9% degli uomini ammette di aver rinunciato ad opportunità per essersi dovute occupare della famiglia e dei figli.

    Progressi verso la parità di genere se ne sono fatti, soprattutto a partire dalla Dichiarazione e dal Programma d’Azione adottati al termine della Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne che si svolse a Pechino nel 1995, ma ben venga ogni azione tesa a ridurre il divario di genere, perché ve ne è ancora estremo bisogno, anche nelle società più evolute. Chistine Lagarde, una delle persone più potenti al mondo e prima donna a guidare il Fondo monetario internazionale, partendo dall’analisi di uno studio condotto dal Fondo stesso sulla disparità economica di genere in cui appare chiaramente che nel 90% delle nazioni del mondo esistono forme di restrizione giuridica che impediscono alle donne di accedere al mondo del lavoro, acquisire proprietà o ottenere prestiti dalle banche, ha lanciato un allarme  importante, facendosi portavoce delle rivendicazioni di genere. Sicuramente la sua è una voce autorevole, ma io spero che, grazie all’iniziativa di UN Women, ad essa se ne aggiungano altre, magari al suo stesso livello e meglio ancora se appartenenti all’altro genere, perché i passi avanti si fanno insieme. Donne e uomini fianco a fianco. Donne e uomini sullo stesso piano. Per quanto mi riguarda, io, naturalmente, aderisco, convinto, alla vostra campagna.

    Buon lavoro!

     

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