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    Signor sindaco, autorità, gentili ospiti,

    è davvero un’emozione essere qui oggi con voi al Museo storico della Resistenza di Sant’Anna di Stazzema. In questo borgo si è verificata una delle stragi più atroci delle tante che, tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945, videro l’esercito tedesco  distruggere paesi, uccidere civili, fare terra bruciata sul percorso di quella che era una fuga rivalendosi soprattutto su donne, bambini, anziani. Si stimano più di 15.000 vittime, centinaia di comuni colpiti: non posso citarli tutti ma da questo luogo il nostro ricordo è rivolto a ciascuno di quei “borghi inermi straziati dallo sterminio”, parafrasando le parole di Calamandrei scolpite all’ingresso, e il mio saluto più affettuoso va ai sopravvissuti presenti in sala. Commuove vedere il vostro affetto e la vostra presenza oggi qui per ricordare chi si è battuto affinché non venissero dimenticate le vostre storie e quelle dei vostri familiari. A fronte di atti così spaventosi, abbiamo dovuto attendere quasi 50 anni per vedere nelle aule processuali i responsabili di quei crimini, ovvero il ritrovamento dei 695 fascicoli d’inchiesta occultati in un armadio presso l’Archivio della Procura generale militare di Roma. Se siamo qui oggi è perché un giovane cronista di circa 70 anni diede per primo conto della scoperta del procuratore Antonio Intelisano e sintetizzò quella vicenda con un’immagine talmente evocativa da essere entrata ormai nell’immaginario collettivo: “L’Armadio della Vergogna”. Continuò fino all’ultimo giorno a battersi con grinta, denunciando non solo le responsabilità ma anche i silenzi contro cui si imbatteva nella ricerca di verità e giustizia per i pochi sopravvissuti e le tantissime vittime.

    L’ho già ricordato parlando di lui alla presentazione di questo premio, l’immagine che più mi ha colpito di Franco Giustolisi è stata la frase con cui ha esordito quando in Senato si è tenuto per la prima volta un incontro nazionale su questo tema in una sede istituzionale: “da oggi entriamo nel futuro”. Proprio per onorare questa sua idea di futuro ho aderito con entusiasmo alla proposta di istituire il premio per il giornalismo d’inchiesta “Franco Giustolisi – Giustizia e Verità”, affiancando a questo il premio “Franco Giustolisi – Fuori dall’Armadio”. Nella sua sessantennale carriera Franco Giustolisi di armadi ne ha aperti tanti, e di vergogne ne ha raccontate molte, a cominciare da Paese Sera e da quel giornale eretico che era L’Ora di Palermo – giornale che ha visto ben tre giornalisti uccisi dalla mafia: Cosimo Cristina, Mauro de Mauro e Giovanni Spampinato – poi al Giorno, alla Rai, infine all’Espresso, ben rappresentato qui oggi, dove ha lavorato per più di 30 anni. Rileggere i suoi articoli, che mi piacerebbe poter vedere presto riuniti in una sorta di antologia, significa infatti riportare alla memoria, o far conoscere ai più giovani, alcune delle pagine più drammatiche della storia del nostro Paese.

    La giuria ha scelto quattro professionisti che si sono impegnati su temi diversi: Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo per il racconto a puntate sul degrado di Roma pubblicato dal Corriere della Sera, Lirio Abbate per le inchieste su Mafia Capitale che sono state pubblicate a partire dal 2012 sull’Espresso e a Francesca Mannocchi per lo splendido reportage dalla Libia andato in onda su La7 all’interno di Piazza Pulita, che anche nei giorni scorsi ci ha mostrato immagini forti della città di Sinjar appena liberata dall’Isis. Oltre ai miei complimenti ai vincitori vorrei provare a legare questi temi diversi in un unico ragionamento. Il degrado etico e morale del sistema politico e amministrativo, di cui inchieste, indagini e processi ci danno quotidiana testimonianza, evidenziano l’intreccio tra criminalità, politica, imprenditoria e amministrazioni pubbliche, trame sempre simili tra loro e accomunate dal disprezzo della cosa pubblica per fini privati. E’ all’interno di questo degrado che vicende come quelle di Mafia Capitale trovano terreno fertile. Una cappa criminale che ha attanagliato Roma, un sistema che ha speculato sul disagio e sui migranti, sugli appalti pubblici, sulle municipalizzate, che ha impoverito la Capitale e negato ai cittadini livelli di decenza dei servizi pubblici grazie a un uso sistematico di tangenti, sperpero di denaro pubblico, minacce e violenza.

    La follia del terrorismo ci tocca in queste ore in modo particolare: come ho scritto al promotore della manifestazione lanciata dalle comunità islamiche in Italia, che proprio in questo momento è in corso a Roma, lo sgomento che sentiamo può essere sconfitto solo con la ragione. Lo abbiamo già dimostrato con il terrorismo politico e con le stragi di mafia: per sconfiggere chi pensa di condizionare il nostro modo di vivere e di pensare dobbiamo reagire uniti, contrastando con le armi del diritto, della democrazia e della giustizia la follia di pochi. Dobbiamo rigettare lo scontro di civiltà e la guerra di religione, isolare chi usa in modo perverso il suo credo, accogliere chi fugge dai territori dove sventola la bandiera nera dell’Isis e dimostrare che siamo consapevoli delle difficoltà che dovremo affrontare nel nostro presente ma certi che sapremo vincere anche questa sfida attraverso, per tornare a Calamandrei, “un patto giurato fra uomini liberi / che volontari si adunarono / per dignità e non per odio / decisi a riscattare / la vergogna e il terrore del mondo”. Per superare il degrado, per liberare la politica e le amministrazioni dal malaffare, per spegnere l’arma principale del terrorismo che è la nostra paura, abbiamo bisogno di una classe dirigente credibile e trasparente e di un giornalismo che non si abbandoni al sensazionalismo ma vada avanti con  coraggio, passione, determinazione, verifica scrupolosa delle notizie e soprattutto schiena dritta, sia di fronte ai padroni che ai padrini.

    E’ un lavoro difficile, ma è il lavoro che avete scelto. Fatelo con lo stesso spirito con cui lo ha sempre fatto Franco, che oggi tutti ricordiamo non con tristezza ma, come credo piacerebbe a lui, con rabbia e con amore.

    Grazie.

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