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    Cari amici, gentili ospiti,

    è con vivo piacere che oggi ospitiamo la cerimonia di presentazione del libro di Valentino Baldacci “Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo stato d’Israele”, edito nella collana “Nuova Antologia” della Fondazione Spadolini diretta dal Presidente Cosimo Ciccuti, che saluto e ringrazio. L’opera presenta un excursus accurato dell’articolata posizione di Spadolini nei confronti della questione ebraica, consentendo di ripercorrere il percorso del giornalista, dello storico, del politico e dello statista, uno dei protagonisti indiscussi della storia delle nostre Istituzioni.

    I legami tra Spadolini e il mondo ebraico furono intensi e costanti nel tempo, al punto che lo Stato di Israele gli intitolò un bosco e che gli furono concesse due lauree honoris causa in filosofia, dall’Università di Tel Aviv nel 1987 e dall’Università di Gerusalemme nel 1992, due anni prima della sua scomparsa. Un forte legame intellettuale che passò attraverso l’amicizia con Shimon Peres, e una coerenza politica che spesso lo portò in contrasto con vasta parte dell’opinione pubblica del nostro Paese e dei suoi più autorevoli esponenti politici del tempo.

    La posizione di Spadolini nei riguardi del sionismo e della questione ebraica era frutto di un approccio culturale maturato negli anni. Il suo pensiero assunse diverse sfumature, articolandosi su più dimensioni: storica, etica e di politica internazionale. La sua fine sensibilità di storico lo indusse a individuare un parallelismo tra il Risorgimento italiano e quello ebraico, sottolineando le affinità che legavano i nostri “padri della patria”, Giuseppe Mazzini e Carlo Cattaneo, e il “padre di Israele”, Theodor Herzl. Egli vedeva nella formazione dello Stato d’Israele l’incarnazione di principi etici che devono guidare l’azione politica, quali lo spirito di libertà e di tolleranza universali.

    La sua visione di politica internazionale fu coerente nel corso degli anni e in costanza dei numerosi incarichi istituzionali che egli ricoprì. Come Ministro, in varie occasioni, come Presidente del Consiglio dei Ministri e infine come Presidente del Senato e Senatore a vita rimase sempre fedele alle sue opinioni, anche in momenti cruciali che lo misero alla prova. In occasione dell’attentato alla Sinagoga di Roma, nel 1982, fu l’unico politico italiano ammesso dalla comunità ebraica al funerale del bambino Stefano Taché. Nello stesso anno, da Presidente del Consiglio, rifiutò di ricevere Arafat a Palazzo Chigi e lo fece solo nel 1990, da Presidente del Senato, in seguito alla Dichiarazione di Algeri del 1988 con cui l’Olp accettò le risoluzioni delle Nazioni Unite, riconoscendo così il diritto all’esistenza per tutti gli Stati della regione, compreso Israele. Fu uno dei protagonisti della crisi di Sigonella nel 1986 e dissentì dalla linea tenuta dal Presidente del Consiglio Craxi e dal Ministro degli Affari esteri Andreotti.

    Mi piace ricordare che una parte rilevante dello straordinario percorso politico e istituzionale di Spadolini si è svolta proprio qui, fra Palazzo Giustiniani e Palazzo Madama. Come Presidente del Senato, dal 1987 al 1994, si fece portavoce di una visione più ampia, riflettendo sui problemi dell’ebraismo e dell’antisemitismo in generale come nella sua prefazione al volume edito dal Senato della Repubblica nel 1998 “L’abrogazione delle leggi razziali in Italia”.

    Voglio chiudere ricordando il discorso che pronunciò ad Auschwitz il 27 gennaio del 1994 pochi mesi prima della sua scomparsa, un vero testamento spirituale, un invito a coltivare la memoria del passato ed assumere il dovere del futuro. Il libro che presentiamo ha il grande merito di mostrare il lascito di Giovanni Spadolini: l’ampiezza del suo orizzonte culturale, l’onestà intellettuale e la coerenza. Alla sua vita e alla sua opera guardiamo con ammirazione.

     

    Grazie.

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