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    Gentili ospiti, Signore e Signori,

     

    Per me è un vero piacere aprire i lavori di questa giornata di studi su Giovanni Spadolini promossa dal Senato della Repubblica e dalla Fondazione Spadolini, ed è particolare motivo di orgoglio farlo proprio qui, nella Biblioteca del Senato, che gli è intitolata perché fu lui a idearne e a volerne la realizzazione, con tenacia e passione. Questa Biblioteca è così in qualche modo il simbolo di quella sintesi unica di politica e cultura che caratterizzò la sua vita e la sua storia personale, perché egli volle che Palazzo della Minerva divenisse la sede di una biblioteca non solo più grande e più efficiente ma soprattutto aperta a tutti, perché solo persone informate possono esercitare la cittadinanza con consapevolezza.

    Spadolini entrò in politica nel 1972, dopo una straordinaria carriera giornalistica e accademica. Da giornalista iniziò a collaborare a ventidue anni al Messaggero, diretto da Mario Missiroli; a ventinove divenne direttore del Resto del Carlino, dove rimase fino al 1968, quando passò alla direzione del Corriere della Sera. All’università Spadolini insegnò alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze, prima come professore incaricato dal 1950, a soli 25 anni; poi divenne nel 1961 titolare della prima cattedra italiana di Storia contemporanea. Nel frattempo aveva pubblicato diversi libri che ne avevano consolidato la fama e il prestigio di studioso: Il ’48. Realtà e leggenda di una rivoluzione; Il Papato socialista; L’opposizione cattolica; I radicali nell’800; I repubblicani dopo l’unità.

    Lasciata la direzione del Corriere in prossimità delle elezioni del 1972, Spadolini scelse di candidarsi nelle liste del Partito repubblicano, sottolineando il legame fra la sua candidatura e quella tradizione risorgimentale che era stata al centro dei suoi interessi di studioso. Vedeva l’Italia di quegli anni come quella di un secolo prima: caratterizzata dallo stesso “senso del Risorgimento incompiuto, di una rivoluzione mancata, di un paese che non ha risolto i suoi problemi”. E per uscire dalla crisi e fare tornare l’Italia all’altezza del suo ruolo storico invocava “la tradizione del Risorgimento, la tradizione per cui l’Italia si è trasformata in un paese civile e moderno”: tradizione di rigore morale e di apertura europea.

    Dopo essere stato il primo Ministro per i Beni culturali e ambientali e quindi, per un breve periodo, Ministro della Pubblica istruzione, nel settembre 1979 viene eletto segretario del Pri, quasi a raccogliere il testimone da Ugo La Malfa che era scomparso pochi mesi prima. Meno di due anni dopo, quando il governo Forlani fu travolto dallo scandalo della P2, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini gli affida l’incarico di formare il governo, che sarà il primo della Repubblica non presieduto da un esponente della Democrazia Cristiana. Fu il governo delle quattro emergenze: quella morale dello scandalo P2; quella civile della lotta al terrorismo; quella internazionale della crisi degli euromissili; quella economica.

    Fu quindi ministro della Difesa nei due governi Craxi della IX Legislatura e nel 1987 fu eletto alla presidenza del Senato. Si dimise subito dalla segreteria del Partito repubblicano, esponendo nel discorso di insediamento motivi di coerenza rispetto a quello che egli considerava un “mandato super partes, di custode del Regolamento, dei diritti della maggioranza e delle opposizioni”. Nel corso della sua attività da Presidente rivendicò orgogliosamente le ragioni costituzionali del primato del Parlamento, che difese contro ogni tentativo di ridurne il valore “a stanza di mediocri e particolaristiche negoziazioni”.

    La sua sensibilità politica, affinata dalla pratica ininterrotta della ricerca storica, gli fece avvertire l’urgenza di un’iniziativa riformatrice, in un contesto nel quale già si coglievano i segnali della crisi che sarebbe esplosa nel 1992. La società civile, con le sue esigenze, inquietudini e insofferenze verso la classe politica diventò un punto di riferimento costante dei suoi interventi. Da qui nacque il suo richiamo alla necessaria “capacità di innestare nel procedimento di deliberazione diretti contributi della società civile” e l’iniziativa in favore di riforme istituzionali che, tenendo ben fermo il ruolo delle Assemblee parlamentari, ricongiungessero i tempi della politica a quelli della società civile. Da qui scaturirono le importanti riforme regolamentari del 1988, che aggiornarono la disciplina del voto segreto, della programmazione dei lavori, del contingentamento dei tempi di discussione.

    Ne derivò anche la prima proposta di riforma del bicameralismo che, approvata a Palazzo Madama, non superò l’esame della Camera dei Deputati. Spadolini volle orgogliosamente sottolineare che quella era la “prima forma di autogiudizio e autocorrezione che il Parlamento ha dato di se stesso in 40 anni”. Nominato senatore a vita nel 1991, davanti al terremoto politico del 1992, a tangentopoli, al collasso del sistema dei partiti, ribadì le ragioni di quel percorso di riforme di cui aveva saputo intravedere anticipatamente l’ineludibile necessità.

    Voglio concludere ricordando le sue parole di fiducia nella Costituzione e nella centralità del Parlamento che pronunciò in Senato il 21 luglio 1992 in memoria del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta: “Può essere questo il segnale che la pubblica opinione attende da tutti noi: la capacità del Parlamento di dare risposte non retoriche, di cogliere il senso delle richieste dei cittadini, di dare alle vittime e ai loro familiari la certezza che il loro sacrificio non è stato inutile perché la forza del Parlamento è nelle istituzioni democratiche, è nel consenso dei cittadini il baluardo supremo per la difesa della Repubblica”.

    Grazie.

     

     

     

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