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    Signor Presidente della Repubblica, Autorità, familiari delle vittime, care ragazze e ragazzi,

    è con profondo sentimento di commozione che prendo la parola dopo aver ascoltato gli interventi, intensi e ricchi di emozione, di chi mi ha preceduto. Permettetemi innanzitutto di rivolgere un affettuoso saluto a Ilaria Moroni e di ringraziarla per aver posto al centro del suo intervento il filo conduttore di questa giornata: la verità e l’approfondimento delle conoscenze e delle notizie. Infatti, la disponibilità di documentazione in materia, che il progetto della “Rete degli archivi per non dimenticare” intende rendere fruibile, apre la strada a una memoria più ampia, che non risorga solo quando viene celebrata come in quest’occasione. La “notte della Repubblica“, per citare una famosa espressione del presidente Zavoli, “fu la prova più lunga, difficile e cruenta” che abbiamo sperimentato dal secondo dopoguerra. La nostra democrazia fu sfidata con metodi drammaticamente violenti da forze estremiste di sinistra e di destra, che trovarono a volte sponda in alcuni apparati deviati dello Stato. Ognuno dei gruppi terroristici che ingaggiò, seppur con divergenti orientamenti ideologici e differente intensità, questa battaglia contro le nostre Istituzioni, intendeva sovvertirle, abbattere la nostra giovane democrazia nata dal sangue di chi con coraggio si oppose alla dittatura e all’occupazione nazista. Uomini politici, appartenenti alle forze dell’ordine, magistrati, docenti, studenti, imprenditori, sindacalisti, passanti ignari: non vi è categoria che non sia stata colpita dalla furia del terrorismo.

    Si potrebbe pensare che la mia precedente funzione di magistrato antimafia mi abbia in qualche modo “abituato” a sostenere la carica di emozioni racchiusa nello sguardo di chi ha visto strapparsi violentemente da mani criminali un genitore, un figlio, il coniuge, fratelli o sorelle, amici o colleghi. Non è così. A tutti i familiari delle vittime presenti voglio dire che c’è qualcosa che ci unisce profondamente in questo momento di ricordo e riflessione; voglio trasmettervi il senso più profondo della mia vicinanza umana prima ancora che istituzionale. Consentitemi di partire allora dalle vostre storie, dal coraggio di chi oggi affronta il proprio dolore personale per metterlo al servizio di ciascuno di noi e delle future generazioni.

    Mi ha colpito il timore di Salvatore di prendere la parola qui, in Senato. Quest’Aula rappresenta ciò per cui tuo padre ha sacrificato la vita: siamo noi a doverti ringraziare per la tua testimonianza, per averci restituito con semplicità e chiarezza l’immagine di Antonio Niedda, e, soprattutto, per aver scelto, insieme a tuo fratello, di indossare orgogliosamente la divisa della Polizia di Stato. La vostra decisione ha rinnovato e dato nuovo vigore all’impegno per la legalità di vostro padre. Voglio dedicare alla sua memoria un pensiero colmo di gratitudine, un pensiero che estendo a tutte le forze dell’ordine che hanno servito e servono lealmente il nostro Paese.

    Mario Zicchieri era “un ragazzo di 16 anni, come tanti altri”, così come lo ha descritto sua sorella Barbara; sarebbe potuto essere uno degli studenti presenti qui oggi, uno di voi: il 29 ottobre 1975 fu invece strappato alla vita con una scarica di colpi di arma da fuoco. Mario fu vittima dell’odio politico, l’essere un militante del Fronte della Gioventù fu considerata una ragione sufficiente per ricorrere all’uso della violenza più cieca, quella che si scaglia contro un adolescente.

    Nel volantino di rivendicazione per l’omicidio di Mario Amato, i NAR scrissero che avevano “eseguito la sentenza di morte contro il sostituto procuratore per le cui mani passavano tutti i processi a carico dei camerati”. Amato, lo ha ricordato suo figlio Sergio, ebbe l’intuizione di trovare il filo che connetteva gli episodi criminosi condotti dalle varie anime della destra eversiva. Sapeva di essere diventato un obiettivo eppure scelse di andare avanti. Come lui, molti altri uomini di legge – penso ad esempio a Vittorio Bachelet, ucciso dalle Brigate Rosse per il solo fatto di rappresentare il vertice della magistratura – andarono avanti nel compito di difendere la nostra democrazia, anche a costo di sacrificare la propria esistenza. Nessuno di loro desiderava in cuor suo di essere un eroe ma non ebbero dubbi su quale fosse il loro dovere.

    Neanche Ezio Tarantelli voleva essere un martire: nutriva l’ambizione di mettere al servizio del suo Paese il suo talento e il suo straordinario bagaglio di conoscenze per riformare il mercato del lavoro. Un commando delle Br lo uccise al termine di una lezione all’Università “La Sapienza” di Roma: pensavano così di riuscire a silenziare con i proiettili la forza delle sue idee.

    Le vostre storie e quelle di tutte le vittime del terrorismo raccontano di patrimoni perduti e “sedie vuote”: patrimoni perduti fatti di conoscenza, cultura, ideali, intuizioni che avrebbero certamente dato frutti preziosi al nostro Paese; sedie vuote a pranzo e cena, nelle feste, nei momenti cruciali della vita di ciascuno di voi nella gioia e nello sconforto. Guardandovi negli occhi leggo il dolore di questa assenza, della privazione di persone che oltre al proprio lavoro avevano una quotidianità, pregi e difetti, paure e sogni, come ciascuno di noi.    

    Non mancarono in quegli anni momenti di profondo sconforto. Il 9 maggio 1978, giorno nel quale terminò nel peggiore dei modi l’incubo dei 55 giorni di prigionia di Aldo Moro, fu probabilmente quello nel quale i più oscuri e reconditi timori della nostra nazione vennero alla luce. Si ebbe la sensazione che una grande stagione di rinnovamento politico fosse stata interrotta: ancora oggi ci domandiamo quale corso avrebbe preso la nostra storia senza quel tragico epilogo. In occasione del trentacinquesimo anniversario non posso non citare le vittime della strage di Ustica e quelle della stazione di Bologna: eventi che sconvolsero per sempre la vita di molte famiglie e la coscienza di un intero Paese, costretto ad assistere attonito alla morte di così tanti civili innocenti.

    Il terrorismo in Italia è stato sconfitto perché la paura non prevalse: le forze migliori del Paese, la società civile, la magistratura, le forze dell’ordine e le Istituzioni seppero affermare i fondamenti costituzionali della Repubblica, e con la forza del diritto riuscirono a contrastare e resistere al terrore e alla violenza. Vincemmo la follia di pochi con la forza di molti.

    Le ferite inferte al cuore della nostra nazione, che a dispetto dei molti anni che sono trascorsi non accennano a rimarginarsi, necessitano di essere curate. Sappiamo molto ma non tutto: bisogna insistere, impegnarsi maggiormente per illuminare con la verità gli angoli ancora nascosti di queste vicende, nelle quali si sono intrecciate trame internazionali e nazionali, tradimenti e depistaggi. Questo è il compito più alto delle Istituzioni e delle parti politiche, pretendere chiarezza oltre ogni convenienza. Come scrisse Aldo Moro in una lettera nei lunghi giorni della sua prigionia: “la verità, cari amici, è più grande di qualsiasi tornaconto. Datemi da una parte milioni di voti e toglietemi dall’altra parte un atomo di verità, ed io sarò comunque perdente. Lo so che le elezioni pesano in relazione alla limpidità ed obiettività dei giudizi che il politico è chiamato a formulare. Ma la verità è la verità.”

    A tal proposito auspico che la giusta direttiva voluta dal Governo che dispone la declassificazione degli atti possa trovare il prima possibile una più efficace e ampia applicazione e che si doti presto il nostro ordinamento di norme che puniscano l’inquinamento processuale e il depistaggio. Troppi errori, ritardi e ombre nella ricostruzione dei fatti hanno rischiato di incrinare irreparabilmente il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Non vogliamo più permettere che qualcuno di voi, come Barbara, si senta “lasciato solo”; non possiamo accettare di abbandonare la strada della giustizia e della verità, per quanto lunga e faticosa possa essere: lo dobbiamo a chi ha perso la vita, a voi familiari, ai nostri figli e nipoti.

    Ai segni della sofferenza si accompagna l’orgoglio di sapere che ciascuno degli uomini e delle donne caduti per mano del terrorismo rappresenta un esempio che illumina il nostro futuro e che trova, grazie all’impegno quotidiano di centinaia di docenti, nuova linfa vitale in Sara e i suoi compagni. Care ragazze, cari ragazzi, come ha giustamente sottolineato Ilaria Moroni, fra qualche anno sarete voi a dover passare il testimone della memoria alle generazioni future, per far si che queste storie non vengano mai dimenticate. E’ dovere di ciascuno di noi difendere i valori e i simboli  su cui si fonda la nostra comunità nazionale, e dobbiamo farlo insieme: siate protagonisti e non spettatori della vita del nostro Paese.

    Grazie.

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