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    Signor Presidente della Repubblica, colleghi parlamentari, autorevoli ospiti,
    oggi è la mia “prima volta” in questa prestigiosa sala Zuccari, nel ruolo di Presidente del Senato. E sono onorato che ciò avvenga in occasione di un incontro così importante, in ricordo di Gerardo Chiaromonte, a vent’anni dalla sua prematura scomparsa.
    E’ un onore tanto più grande per la presenza del Capo dello Stato, per la presenza di relatori tanto prestigiosi, e dei famigliari del senatore Chiaromonte, le figlie Franca e Silvia, e la Signora Bice Foà,, cui rivolgo un saluto affettuoso.
    Mi scuserete se inizio con un ricordo personale, con il ricordo del mio primo incontro con Gerardo Chiaromonte.
    Avevo da poco finito di scrivere la monumentale motivazione della sentenza del primo maxiprocesso contro Cosa Nostra, quando, nell’autunno del 1988 la Commissione Parlamentare Antimafia compì la sua prima missione conoscitiva proprio a Palermo. Anch’io fui ascoltato, alla stregua di altri colleghi, sull’attualità delle dinamiche mafiose e fui invitato a trasmettere una relazione scritta. Dopo qualche mese, nella primavera del 1989, mi fu chiesto di collaborare in modo permanente ed esclusivo con la Commissione.

    Devo confessare che di fronte a quella proposta, che pure ovviamente mi inorgogliva, all’inizio ero titubante. Avevo parecchie perplessità perché, dopo 12 anni di Sostituto presso la Procura di Palermo e 4 anni di giudice presso il Tribunale, si trattava di uscire dai ruoli della magistratura per andare ad affrontare un tipo di lavoro del tutto nuovo, sconosciuto, a stretto contatto con la politica. Come altre volte, avendo questa fortunata opportunità, mi confidai con Giovanni Falcone, il quale mi indusse ad accettare: “Se non prendono te – mi disse – chiameranno altri; con le conoscenze sulla mafia, che hai accumulato con il maxiprocesso potrai dare quell’apporto tecnico di cui hanno bisogno”.
    Il primo impatto col Presidente Chiaromonte, che non avevo ancora conosciuto perché non aveva partecipato alla missione palermitana, non fu facile. Ricevetti l’impressione di una persona dai modi burberi, che non ti faceva sentire immediatamente a tuo agio. Ma probabilmente ero anch’io un po’ prevenuto e spaventato dal nuovo lavoro. Dopo pochi colloqui, però, ebbi modo di scoprire un uomo meraviglioso, ricco di sensibilità, di umanità, di quell’ironia e simpatia tipicamente partenopea. Un uomo, soprattutto, dotato di un alto senso dello Stato, un “uomo delle istituzioni”, come giustamente recita il sottotitolo dell’incontro di oggi. Anche per lui, peraltro, quegli anni alla guida della Commissione Antimafia furono più importanti di quanto egli stesso potesse pensare nel momento in cui, non senza qualche amarezza, fu designato a presiederla. Come ha scritto il Presidente Napolitano nella prefazione al volume “I miei anni all’Antimafia,” che di quell’esperienza costituisce un affascinante diario, guidando la Commissione Chiaromonte “si liberò di ogni condizionamento di parte, si arricchì di un ancora più alto e forte senso dello Stato, si identificò con la coscienza di una missione, al servizio della democrazia, per la salvezza della democrazia”.
    Fu molto facile affrontare con lui, insigne meridionalista, profondo conoscitore delle realtà sociali, economiche, politiche, culturali del Sud, i temi della mafia, di un fenomeno così complesso che si deve imparare a conoscere dall’organizzazione interna, dalle tradizioni, dai rapporti con le altre componenti sociali, con l’economia e con la politica.

    Negli anni della nostra collaborazione il comportamento del Presidente Chiaromonte è stato sempre improntato a severità, coraggio e rigore nella valutazione delle responsabilità; pur non nascondendo, dove c’erano, le divergenze e le riserve, egli concedeva merito e comprensione a chiunque riteneva capace di comportamenti corretti e combattivi, soprattutto se in situazioni ambientali difficili.
    Ricordo discussioni interminabili su tanti temi: il ruolo dei pentiti, il rapporto mafia-politica-società civile, i compiti della magistratura, la crisi del sistema politico italiano. Vivemmo insieme, pure nella diversità dei ruoli, gli alti e bassi della nostra comune esperienza: i momenti di amarezza nello scoprire i limiti e le inadeguatezze degli uomini e delle strutture preposti alla lotta alla mafia, i momenti di entusiasmo e di speranza in ogni vittoria dello Stato, in ogni segno, piccolo o grande, di vitalità della società meridionale, di rivolta alla rassegnazione.
    Quando nel maggio ’91 fui chiamato a collaborare con Falcone al Ministero di Grazia e Giustizia continuai a mantenere il rapporto di collaborazione, seppur non più a tempo pieno, con la Commissione Antimafia. I nostri rapporti si fecero più radi nell’ultimo periodo quando, tra il ’92 e il ’93, Chiaromonte assunse la Presidenza del Comitato per i servizi di informazione e sicurezza. Ma anche in quegli ultimi mesi il nostro dialogo continuò, sempre vivo, sincero, stimolante.
    Ricordo ancora uno degli ultimi incontri, a palazzo di San Macuto, quando lo trovai sconvolto, incredulo del terremoto politico-giudiziario determinato da Tangentopoli. Scrollando la testa, ed alludendo al capitolo della relazione relativo a Milano, che allora aveva suscitato tante polemiche, anche a sinistra, e a cui il Parlamento non volle dedicare troppa attenzione, mi disse ” Non ci hanno voluto ascoltare, noi l’avevamo annunciato. Si ricorda é scritto: Perversi intrecci tra affari, amministrazione e politica, pratiche di corruzione ed indebite pressioni per ottenere dalla Pubblica Amministrazione favoritismi e vantaggi”.

    Dei tanti motivi di attualità del pensiero e dell’opera di Gerardo Chiaromonte ne voglio qui citare in particolare uno. Egli credeva moltissimo nel rinnovamento della politica. Anche nei suoi ultimi anni di vita, che furono gli anni difficilissimi del disfacimento di un intero sistema politico, rifiutò sempre la facile e vuota denuncia di una contrapposizione tra una società civile, tutta sana, e una società politica tutta, corrotta. Egli credeva nei partiti, in partiti certo rinnovati e aperti alla società, rifiutava le rappresentazioni sommarie e generalizzate di fenomeni che sapeva essere complessi; teorizzava che per attuare il processo di rinnovamento, la parte sana della società civile e della classe dirigente doveva esercitare una forte pressione sui partiti e sulla politica, in modo anche da evitare la presentazione come candidati di personaggi corrotti, collusi, compromessi o chiacchierati.
    Quando espressi il mio scetticismo sulle possibilità di una tale rivoluzione, nell’imminenza delle consultazioni amministrative del 1991, funestate da una serie di omicidi e attentati, commessi in Calabria in danno di politici locali o aspiranti candidati (una sorta di primarie a colpi di pistola), concepì un codice di autoregolamentazione che fece sottoscrivere ai segretari di tutti i partiti, anche in vista delle consultazioni regionali siciliane.
    Grande fu la sua delusione quando, esperiti i controlli dopo le elezioni, gli riferii che il codice era stato più volte violato.
    Reagì dando disposizione di pubblicare i nomi degli impresentabili e dei partiti che non si erano attenuti alle regole sottoscritte ed, allargando le braccia, mestamente sentenziò:”per una politica che non si sa rinnovare non c’è futuro”!!
    Un insegnamento al quale, ancora oggi, in un quadro radicalmente diverso, ma non meno complesso e delicato, dobbiamo fare riferimento.

    Cosi come non possiamo dimenticare la sua fiducia nel ruolo del Parlamento, che per tanti anni, prima alla Camera e poi al Senato, lo aveva visto protagonista di battaglie memorabili.
    “Ritenevo e in verità ritengo tuttora – scriverà nel suo “Itinerario di un riformista” – che il lavoro parlamentare, nonostante il decadimento e la crisi del Parlamento, sia uno dei modi più importanti per fare politica, per misurare le proprie posizioni, le proprie idee con quelle degli altri, alla testa di un collettivo di lavoro di molteplici e varie esperienze, maturate in ogni parte d’Italia”.
    Ecco, è così che vorrei davvero si muovesse il Senato che ho l’onore di presiedere, in una legislatura che sta muovendo i suoi primi passi, non certo facili: come “un collettivo di lavoro di molteplici e varie esperienze, maturate in ogni parte d’Italia”.
    Il valore della vita di Gerardo Chiaromonte non si potrà disperdere. Ha lasciato un patrimonio morale di equilibrio, di coraggio, di serietà, di sobrietà, di senso dello Stato, di passione politica.
    Non solo i parenti e gli amici, ma tutti siamo pervasi da una triste nostalgia di lui, che comunque vivrà per sempre nella nostra memoria e nel nostro cuore.

     

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