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    Presidente Ambrosetti, Autorità, Signore e Signori,

    Ho accolto con molto piacere l’invito a partecipare a questo importante forum internazionale che, anche quest’anno, unisce nella splendida cornice di Villa d’Este voci diverse ed autorevoli del mondo dell’economia e della politica per un confronto aperto e vitale sulle sfide e sui problemi dello scenario economico e geopolitico mondiale, europeo e italiano. Sono particolarmente onorato di poter aprire questa sessione dedicata alle prospettive evolutive dell’Europa che negli scorsi anni è stata arricchita dai pregnanti interventi del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Discutere del futuro dell’Europa equivale, oggi più che mai, a definire anche il destino del nostro Paese, economico, politico ed istituzionale. In questo senso, il dibattito di quest’oggi è necessaria premessa per il confronto che domani, secondo tradizione, sarà animato da esponenti del governo, della politica e dell’economia, da analisti e da esperti. Per parte mia considero appropriato lasciare a quel consesso il merito delle questioni su cui si concentra il dibattito politico italiano ed europeo in questo difficile momento, mentre vorrei con voi condividere alcune riflessioni di carattere prospettico.

    Un filo rosso accompagna il dibattito sull’Europa che di anno in anno si svolge nel Forum Ambrosetti: questo legame di continuità è dato dalla considerazione integrata dei profili istituzionali ed economici del progetto europeo. E mi pare molto opportuno che in questa sessione mattutina si parli insieme di riforme, di equilibri di potere, di scelte economiche e di governance, nella consapevolezza che non vi possono essere politiche economiche o di settore efficaci senza una vera Politica, capace di rappresentare e di dare voce ai diversi interessi in causa. Sono fermamente convinto, in altre parole, che non ci sia più spazio in Europa per “policies without politics”. E riprendere questo filo rosso significa ripartire dall’auspicio che il Presidente Napolitano ha rivolto l’anno scorso a questa assemblea, invocando “un salto di qualità: procedere sulla via dell’integrazione – sono parole del Presidente – per acquisire maggiore autorevolezza politica ma anche maggiore capacità di attirare capitali, risorse tecnologiche e umane, capaci di stimolare e sostenere la ripresa, l’occupazione e l’innovazione”.

    Oggi quel salto di qualità si rivela ancora incompiuto e ancora più urgente. Come ha avvertito anche il Consiglio Europeo del 30 agosto, oggi la situazione economica dell’Unione, dopo una limitata, forse apparente ripresa, registra una preoccupante recessione e una minaccia deflazionistica che investono non solo l’Italia, da tempo considerata Paese “a rischio”, ma anche Paesi prima ritenuti “stabili” come la Francia e la Germania: cala il Pil, aumenta il deficit, sono fermi consumi e investimenti. L’Europa rischia di affondare sotto il peso della deflazione, ormai presente in tutto il continente. I prezzi diminuiscono, la domanda diminuisce, l’occupazione si restringe. Preoccupa, anche come fattore di alterazione della coesione sociale, il crescere delle diseguaglianze, anche nei Paesi che hanno subito meno la crisi. Secondo i dati dell’Istat in Italia il dieci per cento dei cittadini possiede circa la metà della ricchezza nazionale, mentre un altro dieci per cento della popolazione ha raggiunto la soglia della povertà. Intervenire su tali stridenti disparità è una priorità assoluta.

    La gravissima crisi dell’occupazione rischia di consegnare un’intera generazione  all’incertezza ed alla marginalità; l’assenza della ripresa alimenta il grave senso di insicurezza dei cittadini e incide sulla coesione sociale. Mentre nel frattempo realtà esterne all’euro-zona, come gli Stati Uniti e il Regno Unito, che in questi anni hanno decisamente perseguito politiche improntate alla crescita, sembrano mostrare una significativa ripresa dei principali fattori produttivi.

    Alcune diagnosi della situazione sono funeste: vi è chi definisce l’area euro una catastrofe economica; chi parla di una “double-dip” o per alcuni paesi di una “triple-dip recession”, chi prefigura un nuovo suicidio politico dell’Europa a cento anni di distanza da quello che già all’inizio del XX secolo coincise con il primo conflitto mondiale. Taluni poi oggi attribuiscono le cause di questa perdurante fase di crisi dell’Euro-zona a fattori economici contingenti e congiunturali, come la persistenza di regole monetarie e finanziarie talmente rigide da rendere difficili le riforme strutturali. Sul piano politico, viceversa, si tende sempre di più a denunciare l’incapacità della classe politica europea di assumere scelte coraggiose e dirompenti per fare ripartire l’economia, approvando riforme strutturali che determinino nuove opportunità di occupazione, come il Presidente della BCE Draghi ha auspicato alla riunione dei banchieri centrali a Jackson Hole. Ho seguito con interesse la decisione della BCE dell’altro ieri che ha abbassato i tassi di interesse fino al livello dell’0,05 % e annunciato acquisti dei titoli ABS, anche senza poterne indicare l’entità per il momento, con il doppio obiettivo di garantire maggiore stabilità dei prezzi contrastando la deflazione e fare ripartire il circuito creditizio per incentivare l’economia reale.

    Sarebbe improprio che entrassi nel merito delle risposte per affrontare questa situazione, che spettano ai governi e alle parti politiche, ma mi pare necessario riconoscere che una politica di austerità ad ogni costo non sia più sostenibile. Di fronte alla crisi del debito sovrano nell’area euro io ho condiviso la necessità imperativa di dotare l’Unione di strumenti incisivi per definire e verificare la disciplina di bilancio agli Stati membri. E certamente i vari pacchetti legislativi adottati istituiscono controlli profondi e penetranti. Ma la caduta del prodotto interno lordo e della domanda interna impone oggi come indifferibile, senza abbandonare la via del rispetto delle regole, una svolta drastica in direzione della crescita, anche facendo uso della flessibilità già esistente per fare spazio ai costi delle riforme strutturali, come ha suggerito il Presidente Draghi.

    Da un punto di vista politico più generale, a me sembra che il tentativo di affrontare la crisi con una prospettiva di breve o medio termine sia destinato a rivelarsi inesorabilmente fallimentare. Le criticità di oggi sono il risultato di una crisi strutturale che investe la natura stessa dell’Unione Europea, la coesione tra le diverse aree, le prospettive di integrazione future. La crisi politica è più radicata e profonda ancora di quella economica. Penso ai diversi elementi di asimmetria che condizionano le sorti dell’integrazione, a partire dall’area euro non coincidente con i confini geografici dell’Unione o alla scelta di Paesi come il Regno Unito o la Repubblica Ceca, pur con motivazioni molto diverse scelgono di non aderire a tasselli fondamentali della nuova governance economica, come il Fiscal compact; agli opt-out in materia di giustizia e sicurezza; alle esitazioni anacronistiche, in nome della difesa della sovranità nazionale, ad unire le forze rispetto a fenomeni che solo uniti possiamo affrontare, la criminalità economica o le migrazioni, per esempio. Penso alla seria frattura che si è prodotta fra Paesi creditori che alimentano i meccanismi di stabilizzazione finanziaria e Paesi debitori, che per accedere ad un percorso di risanamento dei debiti sovrani subiscono significative conseguenze politiche ed istituzionali.

    Questi fattori di crisi, radicati nella stessa struttura politica ed istituzionale dell’Unione, condizionano profondamente le strategie economiche e monetarie dell’Unione. Per questo, non è immaginabile che il salto di qualità che noi tutti invochiamo sia percorribile solo sul terreno della politica macroeconomica. Noi dobbiamo saper guardare con lucidità e realismo ai problemi politici dell’Unione mossi da quello spirito costruttivo che ha guidato i padri fondatori del progetto europeo –  penso fra tutti ad Alcide De Gasperi ed Emilio Colombo – utilizzando questa lunga fase di crisi come opportunità per ripensare e quindi rilanciare l’originario sogno di un’Europa unita e coesa, un’utopia realizzata cui dobbiamo un periodo di pace e stabilità unici nella storia internazionale.

    Nel peculiare progetto europeo si è cercato di edificare un’unione politica su un’integrazione economica, e quest’ultima attraverso un’unione monetaria. In questo senso, l’Unione europea nasce come tentativo di una democrazia “di risultato”, una democrazia che si prefigge di soddisfare i bisogni dei cittadini non investendo sulle procedure partecipative, bensì sulla capacità di garantire ai singoli livelli più elevati di tutela dei diritti e delle libertà di quelli che i singoli Stati avrebbero potuto offrire. Un disegno che sembra essere inesorabilmente fallito con la crisi economica e del debito che, intaccando l’unione monetaria e quindi l’integrazione economica, ha minato alle basi anche l’architettura politica raffreddandone ulteriori e necessari progressi. E i cittadini hanno avvertito uno smarrimento profondo, una distanza profonda fra le istituzioni europee e la vita reale, quotidiana. Così questa grave congiuntura si è convertita in una crisi di sistema, in una drammatica incertezza esistenziale.

    Oggi occorre quindi in prima battuta collocare la governance di una vera e propria unione economico-monetaria nel contesto istituzionale dell’Unione e così contribuire a rafforzare la legittimità dei processi decisionali. Bisogna in altri termini potenziare la democrazia “di processo”,in primis consolidando la legittimazione democratica dell’esecutivo europeo, valorizzando al tempo stesso i poteri di controllo del Parlamento europeo e degli stessi parlamenti nazionali. Il processo che, nel mese di luglio scorso, per la prima volta nella storia dell’integrazione europea ha portato il Presidente della Commissione ad ottenere la fiducia quasi unanime sia del Consiglio sia del neo-eletto Parlamento segna un’importante evoluzione costituzionale. Ma serve allo stesso tempo rafforzare il legame fiduciario che lega il Consiglio europeo, il Consiglio dei Ministri e la Commissione al Parlamento; così come a livello nazionale, i Parlamenti devono sapere svolgere un controllo capillare e di carattere preventivo sulle scelte che i governi rappresenteranno a Bruxelles. Affrontare in maniera costruttiva la crisi significa quindi tornare alle origini, alle domande che i cittadini pongono all’Unione europea e che solo la politica, con i suoi canali rappresentativi, è in grado di assicurare.

    Mi avvio a concludere.

    Il monito a Jackson Hole della Presidente della Federal Reserve Janet Yellen a “mettere il lavoro al centro” è sintomatico del percorso che negli ultimi mesi ha segnato l’uscita dalla crisi degli Stati Uniti. Altrettanto significativa la posizione di Mario Draghi che ha posto l’accento sulla necessità che i governi nazionali adottino riforme strutturali per rilanciare l’occupazione. Si tratta del riconoscimento che la ripresa in Europa può solo derivare dalla combinazione di politiche capaci di intervenire sui fattori monetari, ma prima ancora sull’economia reale. Ma non basta. Un’Unione più forte internamente deve imparare a rilanciare la propria presenza, il proprio peso nel mondo per governare, e non solo subire le trasformazioni degli equilibri mondiali, in un quadro geopolitico connotato da fenomeni sconvolgenti che prevalentemente hanno luogo ai nostri confini. Sono convinto che proprio in questa direzione saprà operare con determinazione ed equilibrio e nell’interesse di tutti il nuovo Alto Rappresentante designato per la Politica Estera Federica Mogherini, cui rivolgo con orgoglio affettuosi auguri di buon lavoro.

    Non posso naturalmente fornire opinioni sui diversi provvedimenti che il Governo sta programmando per la riforma del mercato del lavoro, della giustizia civile, della spesa e del patrimonio pubblici. Posso dire che sono convinto che nel nostro Paese occorra una trasformazione profonda, direi genetica e culturale nella gestione della cosa pubblica. Dobbiamo sapere ascoltare con più attenzione la voce dell’economia reale, dell’associazionismo imprenditoriale e dei sindacati, di coloro che producono ricchezza e futuro per il Paese. Dobbiamo imparare ad adottare i modelli di efficienza e professionalità che produce il settore privato più competitivo. E dobbiamo imparare a curare e verificare l’attuazione delle leggi che approva il Parlamento, giacchè è un vizio antico e tutto italiano quello di dare per conclusa una riforma con il voto delle Camere, dimenticandosi che l’effettività dei provvedimenti nel mondo reale è determinata dall’efficienza e dalla rapidità con cui se ne cura il compimento. In questo credo che anche il Parlamento possa seguire l’esempio di altri Paesi nei quali le assemblee legislative dedicano molta più attenzione alla revisione della effettiva attuazione delle norme.

    Nelle prossime settimane il Senato dovrà occuparsi di due riforme strutturali di grande importanza per consentire al Paese di tornare a crescere: la riforma del mercato del lavoro e quella della pubblica amministrazione. Su questi temi, che incideranno direttamente sulle prospettive economiche dell’Italia, non possiamo permetterci ulteriori ritardi. Parallelamente dovrà proseguire il cammino della legge elettorale già approvata alla Camera ma sulla quale si prospettano interventi migliorativi. Per parte mia mi impegnerò per garantire che il lavoro in assemblea sia al tempo stesso approfondito e rapido e lo stesso impegno chiederò alle forze politiche e a tutti i senatori. Il mio auspicio è che non ritorni su questi temi così vitali quel clima di chiusura reciproca alle ragioni altrui che ha caratterizzato la discussione della riforma costituzionale e che si riesca ad improntare il confronto democratico a quel senso di urgenza e di responsabilità di cui ha fortemente bisogno il Paese.

    L’Italia deve tornare a sognare. L’Europa deve tornare a sognare. E la politica deve tornare al centro per dare il suo contributo, traducendo in azioni i sogni, i bisogni e le aspirazioni di tutti. Io sono fermamente convinto che non esista un’alternativa ad un rafforzamento della nostra Unione. Si tratta di una sfida esistenziale: le nostre comuni radici ci vincolano a un destino comune, che non permetteremo sia compromesso da improbabili ideologie distruttive e revisionistiche. L’Italia, un grande Paese che sessant’anni fa per prima ha creduto nell’utopia europea, non mancherà di impegnarsi per il futuro di ciascuno e di tutti. Questo, io credo, sia il nostro collettivo dovere e questo considero il mio più importante impegno personale. Grazie.

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