Condividi

    Cari Colleghi, Autorità, Signore e Signori,

    permettetemi di ringraziare la Vice Presidente Valeria Fedeli per aver organizzato questo convegno e per il suo quotidiano impegno politico e istituzionale sui diritti degli omosessuali. Come sapete l’occasione di questa giornata di riflessione e confronto è data dalla “Giornata Internazionale contro l’omofobia”, istituita dall’Unione Europa nel 2007: si è scelto come giorno simbolo il 17 maggio per rievocare la storica decisione con la quale l’Organizzazione Mondiale della Sanità rimosse l’omosessualità dal suo elenco di malattie mentali. A dire la verità, confesso di non essere affatto felice di essere qui: trovo frustrante l’idea che nel 2015, in un Paese occidentale che si ritiene civile e moderno, siano ancora necessarie occasioni come quella di oggi, eppure è così, tanto è diffuso e radicato il pregiudizio omofobico.

    Molta strada è stata fatta se pensiamo che solo 25 anni fa l’omosessualità era ancora considerata una malattia mentale ma molta ancora bisogna percorrerne per poter assicurare a chiunque, a prescindere dal suo orientamento sessuale, pari dignità e pari diritti. Mentre a pochi chilometri da noi il premier del Lussemburgo, Xavier Bettel, politico cattolico e di centrodestra, si sposa con il suo compagno – e facciamo a entrambi i nostri migliori auguri – in Italia dobbiamo ancora assistere alle lotte tra sindaci e prefetture per un semplice registro delle unioni civili, o discutere oggi come si possa trasformare la diversità in valore. Sembra incredibile ma è così.

    Si può guardare all’omofobia e ai diritti degli omosessuali da molte prospettive; io vorrei partire da due dati che trovo particolarmente preoccupanti. Il primo. L’annuale rapporto dell’ILGA, una ONG impegnata in tutto il mondo e da oltre 30 anni nella promozione dei diritti LGBTI, segnala che il nostro Paese sia fanalino di coda europeo per quel che riguarda la tutela dei diritti e gli episodi di discriminazione, che registrano un sensibile aumento. Un simile quadro deve indurci ad una seria riflessione e testimonia come, purtroppo, sia necessario e urgente agire tanto sul piano culturale che su quello politico.

    Il secondo. Uno studio condotto dall’Università di Edimburgo afferma che almeno il 25% dei suicidi tra i ragazzi europei dai 16 ai 25 anni è conseguente all’omofobia. È certo che gli adolescenti sono più esposti degli adulti, poiché per il riconoscimento e l’affermazione di sé hanno bisogno di identificarsi in base alla sessualità e, per loro, è essenziale l’approvazione degli altri, soprattutto dei coetanei. Ho trovato estremamente interessante, a questo proposito, leggere quanto spiega Vittorio Lingiardi, psichiatra e Direttore della Scuola di Specializzazione in Psicologia alla Sapienza di Roma: “Il suicidio è l’espressione estrema di un’esperienza comune per gay, lesbiche e trans: la percezione di un ambiente ostile, la paura di essere rifiutati, che diventa convinzione di essere sbagliati. Si chiama “stress da minoranza” e colpisce chi appartiene a gruppi emarginati”. E aggiunge “Chi ha un orientamento sessuale minoritario ha una difficoltà in più: se ti discriminano perché sei nero o ebreo, quando torni a casa trovi il sostegno della famiglia. I gay molto spesso sono costretti a “nascondersi” anche lì”.

    Il grado di civiltà di una società si misura nella sua capacità di assicurare la libera espressione di ciascuno dei suoi componenti e nell’effettiva tutela dei diritti che si propone di difendere. In questa legislatura, come anche in precedenza, è stato ampio e molto acceso il dibattito sulle azioni che le Istituzioni dovrebbero intraprendere: troppo spesso ci si è avvicinati a questo tema con atteggiamenti intransigenti, pieni di pregiudizi e con una controproducente carica emotiva. In questo modo, si è perso di vista il vero obiettivo che dovremmo perseguire: impedire, per sempre, che qualcuno debba nascondersi o vedersi negato un diritto in ragione del suo orientamento sessuale. I diritti non sono un giuoco a somma zero: allargarli per comprendere  quanti più cittadini possibile non tocca in alcun modo i diritti già riconosciuti: al contrario la democrazia trova il suo più alto compimento nella valorizzazione e nell’arricchimento della vita di ogni cittadino. Ho apprezzato il significativo e non simbolico passo in avanti compiuto dalla Commissione Giustizia del Senato il 26 marzo scorso, quando si è finalmente giunti all’adozione di un testo unificato su unioni civili e convivenze di fatto, un testo che mira a risolvere definitivamente il problema dell’uguaglianza formale tra coppie omosessuali ed eterosessuali, così come vorrebbe l’articolo 3 della Costituzione, laddove dice che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, [.....] di condizioni personali e sociali.”

    Arrivare a dotarsi di strumenti normativi non solo per il riconoscimento, ma anche per la concreta protezione dei diritti degli omosessuali, come in questo caso, è, inoltre, in linea con l’osservazione della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo cui il dilagare della discriminazione sessuale o legata all’identità di genere è inversamente proporzionale al livello di tutela giuridica riconosciuto alle coppie omosessuali.

    L’azione normativa non può e non deve essere rallentata ma da sola non è  sufficiente per combattere l’odioso fenomeno dell’omofobia. Bisogna in primo luogo combattere una battaglia culturale che sappia coinvolgere tutti gli strati della società; mostrare quanti danni, a volte irreparabili, può causare l’ignoranza; impegnarsi quotidianamente, ciascuno secondo le proprie competenze, per abbattere l’idea sbagliata che l’amore verso una persona dello stesso sesso abbia meno cittadinanza nel nostro Paese.

    Il primo luogo da cui partire è senza dubbio la scuola. Educare i nostri figli e nipoti è vitale per sradicare all’origine quell’ostilità che crea così tante difficoltà a chi subisce la violenza di un pregiudizio. Due anni fa, in un’occasione simile a quella di oggi, chiudevo il mio intervento con una battuta, esprimendo la mia personale preoccupazione per chi, nel ventunesimo secolo, vive ancora nella paura di quelli che, ai suoi occhi, sono diversi. Al di là dell’ironia ritengo sia giunto il momento di rovesciare la prospettiva, così come avvenuto per altri fenomeni discriminatori. Se qualcuno si lasciasse andare ad un insulto razzista o contro un diversamente abile saremmo tutti concordi nel ritenere che sia proprio chi lo pronuncia ad avere un problema. Mi auguro che lo stesso possa presto avvenire quando si offende un omosessuale, a volte con una leggerezza e una superficialità che è ancora più dolorosa di un intimo e profondamente sbagliato convincimento. 

    Sono sicuro che gli interventi degli illustri oratori che prenderanno la parola sapranno fare il punto della situazione: l’obiettivo per tutti noi, l’ho detto in apertura di questo mio breve saluto, è e rimane quello di non dover mai più organizzare convegni come quello di oggi.

    Grazie.

    Condividi