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    Sessione II: I Parlamenti Nazionali e il Consiglio d’Europa: promuovere insieme la democrazia, i diritti umani e lo Stato di diritto

    Cari Colleghi, questa riunione e questa sessione in particolare, dedicata al ruolo delle assemblee legislative e del Consiglio d’Europa nel garantire la democrazia, i diritti umani e lo Stato di diritto, ha luogo in uno dei momenti più complessi per il nostro continente e la comunità internazionale. Vi sono, è vero, molte ragioni di preoccupazione, ma io credo anche diversi motivi di speranza. Le migrazioni e i flussi di profughi, il terrorismo internazionale, la crisi economica e il crescere delle diseguaglianze, le tensioni geopolitiche, il calo demografico stanno cambiando il volto dell’Europa. E intanto crescono i nazionalismi e i populismi che strumentalizzano le inquietudini dei cittadini con l’obiettivo di alimentare sfiducia e disaffezione e di disperdere il nostro patrimonio comune di diritti, democrazia e la ricchezza che deriva dalle diversità e dalle rispettive contaminazioni culturali. In questo quadro sono convinto che la strada da percorrere sia quella della massima coesione fra di noi: l’unica via che può prevenire la marginalizzazione geopolitica del continente e il crescere di infondati sentimenti di impotenza e di catastrofismo. Questa via passa anche per il Consiglio d’Europa, per l’Assemblea Parlamentare, per la Convenzione dei diritti dell’uomo, per la Corte, per tutto il vasto complesso di norme e principi che qui ha avuto origine e che è una delle più grandi conquiste nella storia umana. Come memorabilmente scrisse nel 1942 il giudice inglese Lord Atkin, “nel fragore delle armi la legge non è silente”. Le nostre leggi comuni, cari colleghi, non sono silenti: parlano la stessa lingua in guerra come in pace. Credo, con rispetto e solidarietà per i Paesi che si trovano ad affrontare situazioni extra ordinem, che si debba fare ricorso alla sospensione della Convenzione dei diritti dell’uomo solo in casi realmente eccezionali e che noi tutti dobbiamo assicurare la piena e costante attuazione dei nostri principi comuni, tanto nella legislazione quanto nelle politiche di sicurezza.

    Penso in particolare alle politiche contro il terrorismo. Ne abbiamo parlato con i colleghi Presidenti dei Parlamenti dell’Unione europea a Lussemburgo a maggio. Il fenomeno che ci troviamo ad affrontare ha caratteri complessi e diversi da quelli cui eravamo abituati. Richiede interventi militari per ridurre la capacità di attacco simmetrica di ISIS in Medio oriente; finanziari per colpirne le risorse economiche; giudiziari, informativi, investigativi per reprimere e per prevenire altri attentati di carattere asimmetrico in Europa e nel mondo; politici per favorire accordi fra le diverse potenze e che prevedano nei territori più instabili assetti istituzionali tali da garantire tutela equilibrata e rappresentanza ai diversi interessi etnici, sociali e religiosi, anche attraverso adeguato sostegno allo sviluppo economico e strutturale delle aree interessate. Infine, non si possono trascurare interventi sociali anche nei nostri Paesi, per ridurre le diseguaglianze e per prevenire la marginalità e l’esclusione, fattori che ci rendono vulnerabili al radicalismo e all’illegalità.

    I due obiettivi da perseguire sono rendere la cooperazione politica e tecnica fra i nostri Paesi più rapida, più concreta ed efficiente; e individuare un corretto grado di bilanciamento fra sicurezza e libertà. Non è opera semplice, ma è proprio in questa sede che dobbiamo trovare le opportune chiavi di lettura attraverso un dialogo rafforzato fra il Consiglio d’Europa, la Corte, i giudici nazionali, i governi e i nostri parlamenti. Io credo che dobbiamo sforzarci di armonizzare gli strumenti legislativi, giudiziari e investigativi come premessa necessaria a rafforzare la vitale cooperazione giuridica e operativa.

    Questo impegno non è esclusivo dei governi, al contrario. La nostra responsabilità di parlamentari e presidenti delle assemblee elettive è primaria. Noi abbiamo il dovere di vegliare sulle politiche dei governi e sulla rispondenza dei provvedimenti legislativi e delle politiche governative ai nostri valori fondanti e alla dignità umana. Noi dobbiamo costituire un argine contro le tentazioni di rispondere alla barbarie attraverso stati d’emergenza, compressione dei diritti, sospetto e discriminazione per la diversità. La sfida che ci impegna in questi giorni nelle aule del Parlamento italiano è trovare un punto di incontro fra la riservatezza imposta dalle politiche di sicurezza e il riconoscimento alle assemblee legislative di effettivi spazi pubblici di verifica dell’operato dei governi e di partecipazione alla definizione degli indirizzi politici, al fine di garantire la corretta rappresentanza degli interessi dei cittadini in ogni momento. Lo facciamo, quando possibile, attraverso una serie di informative del governo all’Aula e alle commissioni competenti e molto spesso attraverso un pregnante e costante coinvolgimento del Comitato Parlamentare per la Sicurezza, che viene regolarmente informato dell’attività operativa dei servizi di intelligence nell’ambito di precise garanzie di segretezza. Propongo, cari colleghi, che anche lo scambio di esperienze su tale tema specifico sia oggetto del nostro comune lavoro. Grazie.

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