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    Cari colleghi, cari amici,

    per prima cosa vorrei sinceramente ringraziare il Presidente Di Bartolomeo per l’organizzazione di questa Conferenza e l’accoglienza calorosa nel Granducato di Lussemburgo. Sono molto onorato di intervenire in questa IV sessione dedicata al rapporto fra sicurezza e diritti fondamentali. Un tema che mi è davvero caro, se mi è permessa una nota personale, perché vi ho dedicato 43 anni, da giudice e procuratore. Proprio ieri a Palermo abbiamo ricordato le stragi in cui persero la vita i magistrati e cari amici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le altre vittime della mafia in Italia. Abbiamo anche rievocato il trentesimo anniversario del primo dei nostri formidabili successi contro la mafia: il maxiprocesso (tuttora il più grande processo penale della storia) contro 475 imputati, che si concluse con la condanna a 19 ergastoli e 2665 anni di detenzione. Io mi trovai a essere giudice di quel processo e a scrivere le 7000 pagine della sentenza. Anche per questa ragione oggi il mio primo pensiero è per i cittadini inermi vittime della cinica follia terrorista e mafiosa, a Parigi, in Belgio e ovunque nel mondo. Dietro ognuna di quelle persone ci sono storie, sogni, speranze, sedie vuote a cena in molte famiglie. Penso anche a chiunque, in qualsiasi parte del mondo, viene privato della dignità e dei diritti e sogna l’Europa, che il Papa a Lesbo ha definito “la patria dei diritti e chiunque vi metta piede.. dovrebbe poterlo sperimentare”.

    La nostra Europa si trova ad affrontare un momento di crisi senza precedenti, si deve confrontare con fenomeni epocali. Una parte della politica e dell’opinione pubblica europea sembra reagire coltivando tre tentazioni: assolutizzare e drammatizzare il pericolo; azzerare quello che faticosamente e a caro prezzo abbiamo costruito in questi decenni; erigere fra noi nuovi muri politici, fisici e ideali. Ma si illude, cari amici, chi oggi pensa di potere fare da solo, chi pensa di essere al sicuro. Noi stiamo insieme e insieme viviamo, o cadiamo. Il tema di questa sessione è forse quello più emblematico in questo senso. Da una parte, i nostri cittadini si sono abituati in questi anni all’idea di un’Europa garante di sicurezza e diritti. Sicurezza rispetto alla guerra, al crimine ma anche rispetto alla qualità e salubrità di ambiente, beni e alimenti. Dall’altra parte, il Trattato di Lisbona riconosce sicurezza e diritti come due facce della stessa medaglia. Lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia e la Carta dei diritti fondamentali di Nizza sono ideali profondamente radicati nelle coscienze.

    Gli attacchi terroristici degli ultimi mesi hanno messo drammaticamente in luce la nostra comune incapacità di prevenire e di reagire efficacemente agli eventi. Colpa dell’insufficienza e inefficienza della cooperazione giudiziaria, informativa e di polizia, e della sottovalutazione della marginalità e delle diseguaglianze che rendono le nostre società più vulnerabili al crimine, all’illegalità e al radicalismo. Io sono convinto che questa consapevolezza imponga di rivedere le posizioni, legittime ma poco lungimiranti, di chi vuole far prevalere gli interessi nazionali su quelli comuni. Noi dobbiamo pensare strategicamente e ambiziosamente a dare piena e sincera esecuzione agli strumenti di cooperazione già esistenti, affermando una cultura della cooperazione che si costruisce attraverso il lavoro congiunto che genera fiducia reciproca. Servono soluzioni legislative innovative, ben oltre il mutuo riconoscimento, tenendo però a mente che nessun asserito stato di emergenza può giustificare compressioni immotivate di diritti e libertà.

    In questa prospettiva, è prioritario anche il rafforzamento della cooperazione istituzionale giudiziaria e di polizia. Credo sia un successo il consenso raggiunto fra il Parlamento e il Consiglio su Europol, che diventerà un’Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione di polizia. Avremmo potuto essere più ambiziosi, è vero, ma adesso è importante attuare il risultato conseguito, anche utilizzando il lavoro del gruppo di controllo parlamentare. Sono consapevole delle istanze di riservatezza che la materia comporta, ma penso che la strategia di sicurezza europea debba riconoscere ai Parlamenti adeguati spazi di verifica dell’operato dei governi e partecipazione alla definizione degli indirizzi politici, per garantire la corretta rappresentazione degli interessi dei nostri cittadini. A noi spetterà interpretare con il giusto livello di ambizione e di responsabilità questo nuovo strumento di cooperazione interparlamentare.

    La cooperazione giudiziaria presenta ancora troppe incognite. Un primo obiettivo riguarda la proposta di direttiva ora all’esame del legislatore europeo in materia di lotta al terrorismo. A questo proposito, io penso che non sia utile né possibile dilatare oltremisura l’area delle incriminazioni penali a tutela anticipata, mentre è determinante rafforzare gli strumenti di cooperazione giuridica e operativa. Il fenomeno terroristico che ci troviamo ad affrontare ha caratteri diversi da quelli cui eravamo abituati e richiede un complesso di interventi: militari per ridurre la capacità di attacco simmetrica dell’ISIS in Medio oriente; finanziari per colpire le risorse economiche dell’organizzazione; giudiziari, informativi e investigativi per reprimere e prevenire gli attentati asimmetrici in Europa; politici per preparare nuovi assetti istituzionali nell’area idonei a garantire equilibrata tutela a tutti gli interessi etnici, sociali e confessionali. Il secondo obiettivo è la riforma di Eurojust e l’istituzione della Procura europea, su cui non si sono registrati significativi progressi. Vorrei ricordare, rispetto ad Eurojust, che le possibilità offerte dall’art. 85 del Trattato sul funzionamento dell’Unione consentono di andare ben oltre il testo di oltre un anno fa. Quanto alla Procura europea, penso che il testo attualmente in discussione sia troppo lontano dall’organo comune di investigazione e di accusa ipotizzato dall’articolo 86 del Trattato, che è vitale per proteggere gli interessi finanziari dell’Unione. So che sul tema ci sono fra di noi diverse sensibilità, espresse tra l’altro nelle opinioni motivate che hanno sollevato un secondo “cartellino giallo”. So anche che spesso la cultura della cooperazione fa fatica ad attecchire. Quando in Italia istituimmo quella Procura nazionale antimafia con compiti di coordinamento sulle indagini (ora anche di terrorismo) che concepì Falcone, ci furono resistenze: ognuno pensava di potere fare bene da solo. Ma i risultati ci hanno dato ragione e oggi il nostro sistema di cooperazione istituzionale fra la magistratura, le forze di polizia e le agenzie di informazione, è un modello che credo potrebbe conseguire utili risultati anche in altri Paesi.

    Concludendo, sono profondamente convinto, cari colleghi, che noi tutti sentiamo il dovere e la responsabilità di interpretare i bisogni dei cittadini, proteggerne la vita e la serenità, i diritti fondamentali e le speranze per il futuro, difendendo i valori di civiltà e solidarietà nei quali consiste la nostra identità più profonda.

    Grazie.

     

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