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    Onorevoli Colleghi,

    giovedì 28 maggio è scomparso Giorgio Albertazzi, uno dei più grandi protagonisti della cultura, del teatro, dell’arte del nostro Paese. Abbiamo perso un autore, un regista e un attore versatile, capace di attraversare con eleganza decenni di storia dello spettacolo e di coniugare tradizione e modernità. Inizia ad interessarsi alla recitazione all’indomani del secondo conflitto mondiale, dopo aver scontato una condanna di due anni per collaborazionismo per la sua adesione alla Repubblica Sociale italiana. Debutta a teatro nel 1949 con “Troilo e Cressida” di Shakespeare, per la regia di Luchino Visconti. Da lì inizia una incredibile carriera che lo porta a essere interprete di alcuni sceneggiati tra i più famosi della nostra televisione – basti ricordare il leggendario Jekyll del 1969, di cui fu anche regista – e di pellicole indimenticabili come “L’anno scorso a Marienbad” di Resnais, che lo consacrano in pochissimi anni come una celebrità.

    E’ stato però il teatro il suo più grande amore, la dimensione e il luogo che erano più congeniali alla sua personalità istrionica e straripante. E’ quasi impossibile richiamare i tanti ruoli, classici e moderni, che ha affrontato sul palco ma voglio ricordarne due che forse più degli altri raccontano l’unicità dell’Albertazzi attore. Mi riferisco in primo luogo al suo Amleto, quello del 1964 diretto da Franco Zeffirelli: per due mesi incantò il pubblico londinese del teatro Old Vic in occasione del 400º anniversario della nascita di Shakespeare, successo che lo portò ad essere l’unico attore non di lingua inglese celebrato con una foto nella galleria dei grandi interpreti shakesperiani del Royal National Theatre. L’altro suo grande capolavoro è la trasposizione teatrale di Memorie di Adriano, libro di Marguerite Yourcenar: nelle centinaia di repliche, il confine tra il personaggio immaginato dall’autrice e quello vissuto da Albertazzi si è dissolto, in una interpretazione unica e magistrale di un uomo che, ormai anziano, riflette sulla sua vita, i successi, l’amore, la morte imminente e la fine dell’Impero.

    Consentitemi una nota di carattere personale. Ho visto Giorgio Albertazzi molte volte in teatro, apprezzando la sua capacità di andare oltre la recitazione, di “essere” più che di rappresentare il personaggio che portava in scena. Questa sua dote, che lo ha reso uno dei più grandi attori italiani del ‘900, non si limitava al palcoscenico. Ho avuto il privilegio di ascoltarlo raccontare gli episodi più intensi della sua vita e, ogni volta, è stato profondamente emozionante. Allo stesso tempo quello che in una personalità così forte mi ha sempre stupito era la curiosità costante sulle vite e le esperienze altrui. Giorgio Albertazzi ha vissuto una vita libera, controcorrente, provocatoria.  Ha accarezzato l’idea romantica di poter morire sul palcoscenico, inseguendo quello che egli stesso considerava il fine della sua vita, quella bellezza che lui sosteneva essere ”l’armonia delle imperfezioni”.

    Nel rappresentare la commossa partecipazione del Senato della Repubblica al cordoglio per la scomparsa di questo straordinario artista invito l’Assemblea ad osservare un minuto di raccoglimento.

     

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