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    Signor Presidente della Repubblica, Signora Franca, Famiglia Ciampi, Autorità, Onorevoli Colleghi,

    il 16 settembre è scomparso un grande italiano e un grande europeo: il Senatore Carlo Azeglio Ciampi, Presidente Emerito della Repubblica. E’ un onore per il Senato della Repubblica aver annoverato tra i suoi membri un uomo che ha reso, nel corso della sua lunga e prolifica esistenza, un altissimo servizio all’Italia. Le tappe della sua vita sono legate alla storia del nostro Paese. Ricordarlo con questa cerimonia solenne significa riconoscere l’intreccio tra biografia personale e storia, tra vita vissuta e attese, speranze, aspirazioni di un Popolo che con lui ha imparato a riconoscersi Nazione.

    Permettetemi di rivolgere un caloroso saluto agli studenti e alle studentesse dell’Istituto Crispi di Roma, che il 4 ottobre hanno celebrato con noi il “giorno del dono”. Su proposta dell’allora senatore Ciampi, il Parlamento ha istituito in questa Legislatura una giornata per invitare tutti i cittadini a prendersi cura del prossimo, al fine di ricordarci che siamo tutti parte di un’unica grande famiglia. Voi, care ragazze e cari ragazzi, siete il segno di un passaggio ideale di testimone tra Carlo Azeglio Ciampi e le future generazioni: da ora è anche compito vostro diffondere i principi di solidarietà e unità che il Presidente ha testimoniato nel corso della sua intera vita. Il quaderno che racchiude il vostro lavoro, i vostri sogni per il futuro del Paese e dell’Europa, lo doniamo oggi alla carissima signora Franca, che non è stata solo compagna di vita del marito, sin da quando si sono conosciuti a 18 anni alla Normale di Pisa, ma che negli anni al Quirinale è riuscita a entrare nel cuore degli italiani con il suo carattere energico e spontaneo.

    Sarebbe impossibile racchiudere il percorso umano e intellettuale del Presidente Ciampi nei pochi minuti di questo intervento. Pertanto, piuttosto che ripercorrere tutti i passaggi di una biografia ricchissima e di un curriculum prestigioso, vorrei delineare i tratti della straordinaria e profonda eredità ideale e civile. Per farlo partirò da alcune parole che pronunciò nel suo ultimo messaggio di fine anno agli italiani. In quella occasione racconta che, giunto al Quirinale – cito – “ho iniziato senza avere un preciso disegno, né esperienza di contatti diretti con la gente. Proprio questa mancanza di preparazione mi ha spinto a presentarmi a Voi come sono, come un italiano che si rivolge a ogni altro italiano. E con Voi è avvenuta una sorta di scambio”.

    Queste parole descrivono, nella loro sinteticità, lo stile con il quale egli affrontò ogni fase della sua vita e ciascun ruolo di responsabilità cui è stato chiamato: sobrietà, coerenza, dialogo come metodo, orgoglio di essere italiano, amore per la Patria. Carlo Azeglio Ciampi, senza avere in tasca alcuna tessera di partito, ha contribuito all’affermazione, ancora non del tutto realizzata, di una dimensione etica della politica, di un impegno per i valori basato sulla preminenza dell’interesse della collettività su quelli particolari; ha preso per mano il Paese quando era disorientato e ferito mettendolo a riparo da rischi incalcolabili; ha operato scelte importanti, difficili e coraggiose, perché non sempre unanimemente condivise, sapendo ricomporre laceranti fratture ed esercitando così una profonda e duratura influenza. È stato, in breve, un uomo che ispirava fiducia, credibile tanto agli occhi dei cittadini quanto a quelli delle Istituzioni internazionali. Ci ha insegnato, col suo tratto rigoroso e al tempo stesso umano, ad amare l’Italia sopra ogni cosa, a difenderla, ad onorarla. Lo ha fatto con un cristallino esempio di servizio sempre orientato al bene del Paese e mai al tornaconto personale. Celebre la sua ritrosia nell’assumere i prestigiosi incarichi che ha ricoperto: accettò comunque la nomina di Governatore della Banca d’Italia così come quella di Presidente del Consiglio, che avvenne in un momento drammatico tanto sotto il profilo economico quanto sotto quello sociale e politico; era scettico sulla sua eventuale elezione a Presidente della Repubblica e fu molto deciso nel rifiutare un secondo mandato che pur gli venne richiesto da più parti politiche.

    Nell’ottobre del 1979, in un momento difficilissimo della vita della Banca Centrale, iniziò il suo periodo da Governatore, una carica che ricoprì fino al 1993 quando, in un momento tra i più drammatici della storia nazionale, il Presidente Scalfaro chiese a Ciampi, uomo al di sopra dei partiti e di sicura fede democratica, di guidare il governo del Paese. Da Presidente del Consiglio dei ministri, Ciampi si trovò ad affrontare una delicata fase di transizione politica ed economica, tra inchieste giudiziarie, crisi del sistema dei partiti, terrorismo mafioso, oscure manovre contro le istituzioni democratiche, attacchi speculativi contro la valuta nazionale e rischi di destabilizzazione dell’economia, ma il suo governo tecnico riuscì ad offrire, come ci ha ricordato il Presidente Mattarella nei giorni scorsi, <<una risposta felicemente molto “politica”>>.

    Entrando in Aula per la prima volta il 6 maggio del 1993, in qualità di Presidente del Consiglio, volle aprire il suo discorso testimoniando “il rispetto profondo, l’amore civico mai venuto meno, l’orgoglio degli italiani per le istituzioni rappresentative”, dichiarando la sua fiducia morale nel Parlamento e indicando “la via parlamentare come unica via per il rinnovamento civile, per il riscatto morale”. Ma il banco di prova più difficile rimane quello del varo della nuova legge elettorale, conosciuta come “Mattarellum”, realizzato tra luglio e agosto del ’93 con un serrato lavoro del Parlamento. Come Ciampi ebbe modo di scrivere nel suo diario, “l’approvazione della legge elettorale è una manifestazione della vitalità e della solidità delle istituzioni repubblicane; ancora una volta si conferma che il Paese ha una capacità di rinnovarsi con la semplice applicazione delle vigenti regole”. Nel corso della XIII Legislatura Ciampi tornò a ricoprire incarichi di governo svolgendo la funzione di Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica nei Governi Prodi e D’Alema, dall’aprile del 1996 fino al maggio del 1999: un impegno legato profondamente all’ingresso dell’Italia nell’area Euro. Il suo fu un contributo decisivo. Seppe vincere i tanti sospetti sulla capacità del nostro Paese di rispettare i difficili doveri che la partecipazione alla nuova moneta imponevano. Il suo credito personale, la sua solida autorevolezza, la fiducia che ogni interlocutore attestava verso la sua persona, la certezza che avrebbe mantenuto ogni singolo impegno, furono tra i fattori decisivi del successo della strategia italiana. Quella di Ciampi fu una scelta innanzitutto politica, per garantire coesione e forza al Paese: un passaggio necessario per permettere all’Italia di contribuire da protagonista al processo di integrazione politica e istituzionale del nostro continente.

    Il 13 maggio del 1999 venne eletto, al primo scrutinio, con una larga e trasversale maggioranza, decimo Presidente della Repubblica italiana. E da Presidente della Repubblica, nel succedersi dei governi, portò avanti le istanze e le soluzioni più avanzate per il progresso dell’integrazione dell’unità europea, a partire dell’esigenza del superamento di quella che lui ha efficacemente chiamato “zoppìa” di un’Europa unita sotto il segno della moneta, ma priva ancora di un governo comune dell’economia. Una costruzione incompiuta che oggi vediamo plasticamente preda degli egoismi nazionali, soprattutto davanti alla crisi umanitaria rappresentata dai migranti. Per chi, come lui, aveva vissuto la dolorosa esperienza del secondo conflitto mondiale non esisteva altro orizzonte se non quello europeo: l’Europa non era ai suoi occhi solo un mercato comune ma, soprattutto, una garanzia di pace, prosperità e progresso.

    Nel viaggio che ha voluto compiere in tutte le province italiane, Ciampi è riuscito a risvegliare l’amore per le istituzioni e la Patria, l’orgoglio di essere italiani, eredi di un antico patrimonio di valori, fondamento della nostra identità nazionale. Era convinto che fosse indispensabile riscoprire le ragioni della grandezza del nostro popolo per poter affrontare le sfide del nostro tempo e del futuro, convincimento che ha rappresentato la stella polare del suo servizio nelle Istituzioni. Non poteva essere altrimenti per chi, giovanissimo, si era unito alla Resistenza per liberare l’Italia e riconsegnarle la dignità perduta. Fu lui a restituire a tutti noi, dopo più di mezzo secolo dalla fine della dittatura, tante espressioni di giusto patriottismo. E’ a lui che dobbiamo la riscoperta e la valorizzazione dei simboli della nazione nata nel Risorgimento, risorta con la Resistenza e prosperata con la Repubblica: il tricolore, espressione “di una volontà e di un destino comune”; la Costituzione, che amava definire “la mia bibbia laica”, quale progetto ideale di comunità cui tendere; l’inno di Mameli, la musica e le parole che accompagnano la realizzazione di quel progetto; la Festa della Repubblica tornata ad essere un momento condiviso sia attraverso il ritorno alla data del 2 giugno, sia mediante il ripristino della tradizionale parata militare lungo la Via dei Fori Imperiali, a partire dal 2001, in occasione del 140° anniversario dell’Unità d’Italia.

    L’unità del Paese per lui è sempre stata unione di intenti, abbraccio di culture, reciproco arricchimento di esperienze e tradizioni. Era la stessa idea di incontro che alimentava l’amicizia profonda tra Carlo Azeglio Ciampi e Karol Wojtyla, solo in parte svelata, che restò salda e costante negli anni. Entrambi nati nel 1920 testimoni e protagonisti di un mondo che volevano migliore, forte nelle idee e nei valori e nello spirito di servizio. Di se stesso il presidente Ciampi scrisse: “Ho servito il paese sempre all’interno delle istituzioni: quattro anni nell’istituzione-esercito, due anni nell’istituzione-scuola, 47 anni nell’istituzione-Banca d’Italia, poi l’istituzione-Palazzo Chigi, il Tesoro, il Quirinale. Insomma, io credo fermamente nel valore alto delle istituzioni. Sono il vero ancoraggio del paese”.

    L’età avanzata, la malattia e le amarezze degli ultimi anni non hanno mai scalfito la sua inossidabile fiducia nei giovani come interpreti di un futuro di cambiamento. Proprio a loro rivolgeva le sue parole più sentite: “L’Italia sarà ciò che voi saprete essere. Sta a voi far diventare questa nostra Patria più forte e più bella, quella Patria per la quale tanti dei miei compagni di gioventù hanno dato la vita. Nutrite speranze e progetti. Date libera espressione a quanto di nobile, di generoso, anima le vostre menti, i vostri cuori. Soprattutto, abbiate sempre dignità di voi stessi”. Da profondo conoscitore della letteratura classica – non dimentichiamo che a 21 anni si era laureato in Lettere – Ciampi amava citare le Metamorfosi di Ovidio per ricordare a noi tutti che gli animali furono creati con il muso prono e gli uomini con il viso rivolto in alto, verso il cielo e le stelle. Non esiste altro modo di lenire la tristezza della perdita se non quello di impegnarci a tradurre in realtà i sogni e le prospettive di questo grande italiano.

    Invito, quindi, l’Assemblea ad osservare un momento di raccoglimento.

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