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    Onorevoli Colleghi,

    domani 9 ottobre ricorrono cinquant’anni dal disastro del Vajont. La popolazione colpita ha subìto non solo un danno irreparabile – la perdita di vite umane e di speranze – ma anche una vera e propria ingiustizia, fatta di negazioni, opacità, tentennamenti e lentezze nel riconoscere i responsabili di quanto è accaduto.

    Di fronte alla vita spezzata, al deserto di persone, paesi, territori che quel giorno furono schiacciati dal silenzio quasi surreale della devastazione, lo Stato deve inchinarsi. Eppure non basta: lo Stato deve anche scusarsi. Ma ancora una volta non è sufficiente: lo Stato deve innanzitutto riparare.
    Nulla basterà per rimediare all’onda di morte che travolse una terra salda e fiera della propria storia e del proprio lavoro, ma almeno lo Stato capace di scusarsi e riparare potrà “dare giustizia” a quanti – bambini, donne, uomini – hanno subìto l’abuso e il tradimento da parte di tanti, che avrebbero potuto e dovuto evitare la tragedia e non lo hanno fatto. Avrebbero potuto e dovuto denunciare le responsabilità e sono invece fuggiti di fronte alla storia.

    Le vittime del Vajont sono riconosciute in quell’elenco di morte e dolore di 1910 persone decedute. Ma sono ancora e incredibilmente “invisibili” i volti di chi ancora oggi manca all’appello.
    Allora come oggi, i sopravvissuti non debbono essere lasciati soli. Va resa loro giustizia, che significa riconoscimento della verità, imputazione delle responsabilità, risarcimento materiale e morale per quanti hanno subìto, per interesse, la negazione della realtà, l’irresponsabilità, la falsità,
    Voci inascoltate denunciarono, prima e dopo la tragedia, i rischi mortali che stavano per travolgere l’umanità di quella gente fiduciosa e paziente verso lo Stato, e che interpretava il proprio lavoro e la propria fatica quotidiana come adempimento di un dovere. Tina Merlin ha usato parole che oggi abbiamo il dovere di fare nostre:
    «E’ stato un genocidio. Lo gridano i pochi sopravvissuti, resi folli dal terrore. [...] Genocidio, quindi, da gridare ad alta voce a tutti, affinché il grido scuota le coscienze del popolo, la cui pelle non conta mai niente di fronte ai dividendi dei padroni del vapore, spazzi via alfine con un’ondata di collera e di sdegno chi gioca impunemente, a sangue freddo, con la vita di migliaia di creature umane allo scopo di accrescere i propri profitti e il proprio potere. [...] Io assumo la responsabilità di quanto dico. I colpevoli si assumano la responsabilità di quanto hanno fatto. E la giustizia giudichi.» (fine della citazione)

    Dopo la tragedia venne istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta e l’Archivio storico del Senato ha curato e offerto al pubblico un volume che raccoglie l’inventario e i documenti completi dell’inchiesta. Eppure ci volle quasi mezzo secolo perché la giustizia potesse giudicare. Il processo penale e il processo civile sono un atto di verità rispetto ad un disastro che ha fermato il tempo, che non ha lasciato niente e nessuno come prima. Non posso non ricordare le parole pronunciate da Giovanni Paolo II proprio nel cimitero delle vittime del Vajont: “Erano vostri parenti, amici e conoscenti coloro che perirono sotto l’impeto furioso di un’enorme massa d’acqua [...] Resta per voi e per tutti incancellabile la visione, quasi apocalittica, di quella sera del 9 ottobre 1963: lacrime, sangue, sacrificio di persone note e ignote segnarono quelle ore tremende!”
    Di fronte alle calamità naturali – sono sempre le parole del Papa – «resta un mistero fitto, addirittura assurdo per l’intelletto umano».
    Il Vajont fu, però, una strage che si poteva e si doveva evitare. Non è stata evitata perché sulla moralità, sul valore della vita, sulla legalità, è prevalsa la logica senza cuore degli «affari sono affari».
    Noi tutti abbiamo quindi il dovere di dare conto di scelte irresponsabili, e lo Stato, come è stato scritto oggi in un quotidiano nazionale, ha finalmente chiesto perdono, seppure «con mezzo secolo di ritardo».
    Nel 2008, a Parigi, l’Unesco ha considerato il Vajont come il primo tra i più gravi disastri evitabili della storia dell’umanità, lo ha definito come un «racconto ammonitore». Il racconto, come di recente è stato scritto, di un «mondo che scomparve in una notte».
    Le istituzioni, la politica, i cittadini hanno il dovere della memoria. Memoria significa non solo ricordo, ma anche consapevolezza e coscienza dei valori della giustizia che sono a fondamento di ogni relazione umana. Ci sono momenti nella storia del nostro Paese in cui raccontare, se necessario urlare la verità, è un dovere inderogabile.
    L’economia e il lavoro non possono essere barattati con rischi o lesioni della salute dei cittadini. Il lavoro non è un bene contrapposto all’ambiente. Il lavoro si fonda sul rispetto, la tutela, la garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo.

    Ricordare il disastro del Vajont significa accettare la dura lezione che la logica delle convenienze, degli interessi, delle soluzioni facili, presto o tardi si infrange contro il volto delle persone vere.
    E’ per questo che, facendomi interprete, ne sono certo, dei sentimenti di ciascuno di noi, domani sarò in quella terra, violata ed abusata, colpita dal terrore e dalla devastazione. Sarò lì per inchinarmi di fronte alle vittime e ai sopravvissuti. Sarò lì per portare le scuse dello Stato. Sarò lì per riparare, affermando che è compito prioritario delle Istituzioni non abbandonare le vittime e i sopravvissuti. Quegli stessi sopravvissuti ebbero la forza di “riparare e ricostruire” e ci hanno indicato la strada che, senza condizioni, con integrità, fedeli alla Costituzione, tutti insieme dobbiamo percorrere: la strada della solidarietà.
    Onorevoli Colleghi, in ricordo delle vittime, dei sopravvissuti del disastro del Vajont, Vi invito ad osservare un minuto di silenzio e di raccoglimento.

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