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    Cara Maria, gentili Ministri, Autorità civili, religiose e militari, cari insegnanti, ragazze e ragazzi di tutta Italia,

    oggi siamo ancora una volta insieme, in quest’aula a ricordare Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e i loro agenti di scorta, partecipi della loro sorte con perfetta coscienza: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonino Montinaro, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Ogni anno siamo qui a rinnovare la promessa che tutta l’Italia ha fatto loro dopo i tragici fatti di Capaci e Via D’Amelio di ricordarli sempre, di onorarne la memoria ogni giorno, di rispettare e condividere i valori e gli ideali che rappresentano. Ogni anno l’emozione è più profonda e i ricordi sempre più dolorosi per me come amico, come cittadino, come uomo delle istituzioni.
    Permettetemi di rivolgere un particolare affettuoso saluto ai familiari delle vittime e un sincero ringraziamento a tutti coloro che hanno lavorato perché questo 23 maggio fosse ancora una volta una giornata speciale.

    Sono profondamente grato al Presidente Giorgio Napolitano, che mi dà oggi la possibilità di parlare anche a suo nome, nel trasmettere il senso di questo impegno morale, fortissimo, a proseguire con determinazione e tenacia il cammino sulla strada della memoria e del dialogo, sui fatti che il nostro Paese ha vissuto in quella primavera e in quell’estate del 1992.
    Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno vissuto e lavorato per un ideale di giustizia considerata non solo come professione ma anche, prima di tutto, come obbiettivo, come valore. In fondo era il loro lavoro, semplice onesto servizio. Troppo spesso questo essere semplicemente servitori dello stato è stato pagato con la vita.

    A Palermo Giovanni e Paolo cominciarono a lavorare in modo nuovo, non solo nelle tecniche d’indagine, ma nella consapevolezza che il lavoro dei magistrati nella lotta alla mafia non poteva essere soltanto una distaccata opera di repressione: era necessario che si trasformasse in una spinta verso un cambiamento culturale.
    Giovanni era una persona timida, seria, taciturna ma di un’ironia e un umorismo particolari. La sua qualità più evidente era la capacità di soffrire, di sopportare molto più degli altri, senza arrendersi mai. La sua tenacia era proverbiale. Giovanni si rialzava sempre. Era allenato alla lotta, si riparava dietro un perenne scudo, in una costante autodifesa… Aveva l’orgoglio di una dignità antica ed era restio a manifestare il benché minimo segno di debolezza. Quante sconfitte dopo ogni successo, quante delegittimazioni in ogni snodo della sua vita e della sua carriera.
    Quando scherzavamo sull’idea della morte, con ironia esorcizzante, Paolo era solito dire a Falcone: “Giovanni, finché sei vivo tu, io sto tranquillo”. Dopo il 23 maggio 1992 l’espressione di Paolo, sempre tendente al sorriso, si trasformerà in una maschera di tensione e di dolore. Fu chiamato dalla sua coscienza a raccogliere il lascito pericoloso del suo amico e collega, e sebbene fisicamente e moralmente distrutto per la perdita di Giovanni ne assunse la pesante eredità con la precisa consapevolezza che presto avrebbe seguito il suo destino; aveva deciso di continuare e si era buttato senza un attimo di tregua nelle indagini, imponendosi ritmi massacranti con l’ansia di una vera lotta contro il tempo.
    Questo il suo grande insegnamento: «Andare avanti pur sapendo quale destino ti attende». Voglio ripetere quel che rispondeva agli amici che gli consigliavano di andare via da Palermo, di mollare tutto, di lasciare il compito ad altri: «Non è amico chi mi dà questi consigli. Gli amici sinceri sono quelli che condividono le mie scelte, i miei stessi ideali, i valori in cui credo. Come potrei fuggire, deludere le speranze dei cittadini onesti?» Già presso la camera ardente del Palazzo di Giustizia aveva predetto ai magistrati del suo ufficio, puntando il dito verso le cinque bare: “Il nostro futuro è quello lì”.

    Giovanni e Paolo avevano provocato una vera e propria rivoluzione delle coscienze, trasformando l’atavica rassegnazione alla convivenza con il fenomeno mafioso nella convinta reazione ad un sistema di malaffare e ingiustizie. I loro valori e i loro ideali hanno aperto una nuova fase: dal silenzio complice di un tempo ad un consapevole risveglio. E’ un enorme passo avanti. Il Paese, quello della gente comune si è dimostrato straordinariamente ricettivo nel coltivare una rinnovata coscienza civile.

    La mafia e le altre espressioni della criminalità organizzata rimangono ancora oggi un grave problema della nostra società e della nostra democrazia. Nel quadro di una crisi generale che l’economia italiana ed europea sta affrontando – l’Istat ha fornito ieri il dato che 8 milioni e mezzo di italiani sono in condizioni di grave povertà – la compenetrazione tra la criminalità e l’attività economica è sempre più insidiosa. La mafia si adegua alla modernità, ai tempi, si espande su tutto il territorio nazionale e ne travalica i confini. Le più recenti indagini rivelano sempre maggiori contatti e rapporti tra le organizzazioni mafiose italiane e le più importanti organizzazioni criminali internazionali, un sistema organico per gestire i comuni affari illeciti, per coordinare l’utilizzo del denaro, degli uomini e dei mezzi, per spartirsi mercati e zone di influenza. In questa evoluzione internazionale l’organizzazione è diventata più flessibile, è in grado di adattarsi in tempi rapidissimi a qualsiasi tipo di attività illecita. E la sua azione è tanto più penetrante in quelle regioni dove la crisi, la mancanza di lavoro, la disperazione, favoriscono l’attrazione verso occasioni di lavoro sia pure irregolare e attività illecite con facili guadagni. Dove c’è delinquenza nessuno investe, nessuno porta la sua impresa, mentre le organizzazioni criminali trovano abbondante manovalanza e hanno tutto l’interesse a mantenere una condizione di sottosviluppo.

    Quest’anno i lavori delle scuole di tutta Italia hanno cercato di creare una “Geografia della legalità” e di immaginare “le nuove rotte dell’impegno”. Per far questo, con la collaborazione delle Forze dell’Ordine, hanno evidenziato come in ogni regione, in ogni provincia, in ogni città, l’infiltrazione criminale nel tessuto politico, economico e sociale sia passato da previsione a certezza.
    Ma allora che cosa è cambiato oggi dopo 21 anni dalle stragi?
    Il vento soffia in un’altra direzione. Paolo e Giovanni ci hanno lasciato una grande eredità: le loro idee vivono nella coscienza civile e nel lavoro di tanti, donne e uomini, che scelgono ogni giorno di opporsi alla prepotenza, alla morte della coscienza, allo sfregio della bellezza di questa regione e di questo paese.

    Chi rappresenta le istituzioni dovrebbe guardare alla loro vita, ispirarsi al loro esempio e richiamarsi alla propria responsabilità. Lo stato deve essere ed apparire forte, serio e credibile, rigoroso con coloro che lo contrastano, affidabile con i cittadini onesti. Per questo ritengo inappropriato sostenere che proposte legislative di contrasto alla mafia, alla corruzione, al voto di scambio e così via, possano essere considerate “divisive”. L’unica divisione possibile nel contrasto alla corruzione è quella tra gli onesti e i corrotti.

    Cari ragazzi, con voi e per voi abbiamo il dovere di non dimenticare. Più tardi ci recheremo davanti all’albero Falcone, una splendida magnolia che è diventata luogo della memoria condivisa, altare laico di coloro che non si rassegnano. Sappiate fare tesoro dell’eredità che ci hanno lasciato, non siate silenti dinanzi alle ingiustizie, non scoraggiatevi di fronte alle avversità, non arrendetevi ai potenti e ai prepotenti ma preparatevi con lo studio, con il lavoro, a lottare nella vita, perché non esistono forze invincibili.
    In questo giorno di commozione e partecipazione, sotto l’albero sentirete la brezza scuotere le foglie della magnolia e spazzare via, per un momento, tutte le ingiustizie del mondo. Rievocate la sensazione di quella brezza ogni volta che vi troverete a fare delle scelte, per dire no ai favoritismi, alle scorciatoie, alle lusinghe del potere. Questo è il testamento morale che ci hanno lasciato, questo è il miglior modo di onorare chi ha dato la vita per il nostro Paese.

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