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    Cardinale Parolin, autorità, gentili ospiti,

    è un onore prendere la parola in questo prestigioso consesso che intende promuovere – con i dibattiti e i lavori dei prossimi tre giorni – maggiore consapevolezza rispetto a uno dei più gravi problemi che affliggono la nostra società: l’abuso sui minori. La violenza sessuale è tra i reati più inaccettabili e drammatici, sotto tutti i profili. È l’umiliazione e la sopraffazione di una persona su un’altra, la negazione stessa di una comune radice di umanità che lega tutti noi. Non importa se sia frutto di una preponderanza fisica o di una sottomissione psicologica: è sempre e comunque una dolorosa ferita che non si rimargina mai del tutto e che si insinua nella parte più profonda dell’animo delle vittime, costrette, loro malgrado, a sperimentare l’inferno. Non ci sono giustificazioni, distinguo, eccezioni: l’abuso sessuale è sempre un crimine insopportabile e lo è ancor di più quando è perpetrato su un minore. I bambini sono custodi di speranza, sono sinonimo di futuro: segnare la loro esistenza in tenera età con la violenza significa ipotecare il loro domani e quello di tutti noi. Dall’intensità e dal tipo di violenza subita scaturisce infatti una fragilità che non rimane certo confinata alla singola esistenza ma che si riversa inevitabilmente sull’intera società: anche per questo non possiamo voltare le spalle a un fenomeno gravissimo che produce effetti devastanti.

    Abbiamo allora davvero bisogno di approfondimenti e di riflessioni, non solo per conoscere meglio un fenomeno complesso e in continua evoluzione ma anche e soprattutto per definire risposte più efficaci da parte della società vista nel suo complesso. Internet e i social media sono oggi terreno fertile per nuove forme ed espressioni di abuso sessuale e rappresentano anche il campo della sfida più difficile che le famiglie e le istituzioni devono affrontare. Secondo i dati dell’Internet Watch Foundation sarebbero più di 34mila le pagine web che mostrano abusi sessuali oggi localizzate in Europa: numeri che danno l’immediata dimensione di una vera piaga sociale. Un recente dossier di Telefono Azzurro – che da oltre trent’anni svolge uno straordinario lavoro di sostegno dei bambini e di denuncia sociale per il quale mi sento di ringraziare in questa sede il professor Ernesto Caffo – ha restituito il quadro di un fenomeno in forte crescita, dai contorni non sempre definiti e molto insidioso. Si moltiplicano dunque le possibilità di essere vittime; è decisamente più complicato riconoscere i segnali di possibili situazioni a rischio; è, infine, molto più semplice per un minore finire nei guai, passo dopo passo e in maniera del tutto inconsapevole.

    Il maggior pericolo deriva dal fatto che è più imponente la pervasività delle minacce nella vita della vittima: gli abusi ora infrangono ogni confine e barriera, con un’esposizione potenzialmente continua in ogni ambito e in ogni momento. Non c’è scampo, non c’è rifugio, non c’è pace perché la rete non dimentica e rende molto più complicato difendersi. L’innovazione tecnologica mi affascina, sono un convinto sostenitore della rete, dei social network, dei forum, delle App, dei servizi di messaggistica: sono luoghi di scambio, di socializzazione, di incontro, di scoperta e di informazione formidabili, offrono stimoli e conoscenze impensabili per la mia generazione, mettono a disposizione di ciascuno l’accesso alla conoscenza e al confronto. Come tutti i mezzi, però, possono essere usati in modo distorto e diventare un incubo per chi è fragile in un certo momento della sua esistenza o del suo percorso di crescita. Il dilagare repentino di questo fenomeno richiede certamente un intervento che non può limitarsi a quello messo in campo, per esempio, da Telefono Azzurro o dalle forze dell’ordine. La nostra società – nel suo complesso – deve assumersi la responsabilità di questa battaglia per prevenire gli abusi e dare il massimo sostegno a chi purtroppo ne è vittima.

    Occorre uno sforzo collettivo – dalle associazioni alla scuola, dalle istituzioni alla Chiesa, dalle forze di polizia ai media: tutti sono indispensabili per affrontare questo grande problema. Il punto non è – e non può essere – frenare l’entusiasmo per il progresso e la tecnologia ma, piuttosto, quello di educare i ragazzi ad un uso consapevole di questo straordinario strumento. Solo così, infatti si possono ridurre e individuare i pericoli; solo così, eventualmente, si può agire tempestivamente nelle situazioni che lo richiedano. D’altro canto è fondamentale costruire un dialogo costante con i ragazzi perché talvolta è nell’assenza di comunicazione che si annidano i rischi. Dobbiamo ascoltare di più i nostri figli e nipoti, dobbiamo parlarci di più, dedicare loro più tempo e attenzioni. Nelle situazioni difficili, spesso la reazione dei più giovani è quella di chiudersi in un silenzio di vergogna e di paura, di isolarsi e di non riuscire più a mettere nella giusta prospettiva il peso delle situazioni e lasciarsi sopraffare dagli eventi. Non dobbiamo permetterlo, non possiamo permetterlo.

    Lascio ora la parola a chi interverrà dopo di me, convinto che questa tre giorni di confronto – che culmineranno con l’udienza di Papa Francesco che ha espresso molto chiaramente e in modo inequivocabile la posizione della Chiesa in tema di abusi sui minori – sapranno rafforzare il dibattito pubblico, la coscienza collettiva, le speranze di non dover mai più leggere negli occhi di uno dei nostri ragazzi il dolore che questo genere di violenze infligge. Grazie.

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