Condividi

    (incontro con la Stampa Parlamentare)

    Cari giornalisti, cari colleghi,

    desidero porgere il mio personale benvenuto ad Alessandra Sardoni e a tutti i componenti dell’Associazione Stampa Parlamentare.
    E’ con viva emozione che oggi partecipo alla tradizionale cerimonia di consegna del ventaglio, che ormai rappresenta un appuntamento fisso tra le istituzioni e la stampa parlamentare e che quest’anno festeggia un compleanno importante.
    Sono passati infatti 120 anni da quando, in giorni di particolare afa, l’allora Presidente della Camera, Giuseppe Zanardelli, impegnato in una lunga discussione sulla legge bancaria, ricevette in dono un modesto ventaglietto di carta sul quale tutti i giornalisti presenti nella tribuna stampa avevano apposto le loro firme. Dal 1893 ad oggi, sono cambiate in maniera sostanziale le condizioni politiche, sociali e culturali che accompagnano il ripetersi di questa cerimonia. I contatti tra la politica e la stampa parlamentare sono diventati quotidiani, ogni giorno ci sono occasioni per incontrarsi e confrontarsi sui lavori dell’Aula e delle Commissioni. Questo però non ha intaccato la ratio originaria della cerimonia del ventaglio, che ancora oggi rappresenta un’occasione per fare un bilancio sulle questioni politiche pendenti e per confrontarsi in modo costruttivo sulle sfide dei prossimi mesi.

    Il tema della giustizia, come è facile immaginare, è un tema a cui tengo molto. Sono convinto che il nostro Paese abbia bisogno di una riforma globale del “sistema giustizia” e ho spesso indicato nei mesi scorsi, quando ancora il ruolo me lo consentiva, un percorso di riforme a breve, medio e lungo termine per venire incontro all’esigenza dei cittadini di veder riconosciuti i propri diritti in tempi ragionevoli. L’ultima riforma organica della giustizia penale risale al 1989 ma anche per la giustizia civile, nonostante i tentativi, i risultati attesi sono ancora lontani. Mi rendo però conto che in questa fase di profonda crisi economica e delicata a livello politico aprire un dibattito così ampio su un tema certamente delicato come questo non sia prioritario. Meglio quindi intervenire su ciò che si ritiene più urgente e significativo. Anche per questo ho deciso di assegnare alla Commissione Giustizia in sede deliberante le norme sul voto di scambio politico mafioso, un’iniziativa chiesta da quasi 300 mila cittadini e sostenuta da parlamentari di tutti gli schieramenti. Rammento che in questo modo la Commissione può modificare il testo, migliorandolo, senza dover passare dall’Aula del Senato. Il mio intento è stato solo quello di accelerare l’iter legislativo prescindendo dal merito del provvedimento che come sapete, purtroppo, non rientra fra le mie prerogative. D’altronde vorrei ricordare che proprio nel mio primo giorno da senatore ho depositato un Disegno di Legge che fra l’altro recava una riformulazione del 416 ter che allargava l’applicazione della norma con la sola aggiunta della voce “altra utilità” oltre al denaro tra le ragioni dello scambio, e che ritenevo adeguata alle esigenze. In quella mia unica iniziativa legislativa proponevo anche di intervenire contro quei reati che aggravano la crisi economica quali la corruzione, il falso in bilancio, il riciclaggio e l’autoriciclaggio.

    La mia elezione a Presidente del Senato è avvenuta in un momento in cui, a seguito di risultati elettorali di difficile composizione, lo scenario politico era ancora nebuloso. Sono stato eletto, è vero, con i voti di forze politiche che al momento sono sia al governo che all’opposizione, ma dalla sera stessa del 16 marzo scorso ho avuto ben chiare le responsabilità, gli onori e gli oneri della mia carica, prima fra queste la conduzione assolutamente super partes dei lavori dell’Aula e del Senato, in generale la necessaria e doverosa imparzialità nell’esercizio delle mie funzioni.
    E’ capitato, nelle scorse settimane, che alcune mie affermazioni fatte fuori dal mio ruolo da Presidente abbiano acceso il dibattito politico, che del resto si accende facilmente. Dovete capirmi: per 43 anni, da magistrato, ho seguito la massima di Calamandrei secondo la quale un magistrato non solo deve essere indipendente nell’esercizio delle sue funzioni ma anche apparire tale, tanto che per alcune ore, dopo la fuga di notizie sulla mia richiesta di aspettativa per motivi elettorali, le successive agenzie non riuscivano ad ipotizzare il partito per il quale mi sarei candidato. Mi sono spostato in politica anche per riacquistare quella libertà di intervento e di parola che il mio lavoro precedente chiedeva di sfumare, ma ho potuto esercitarla solo per il periodo della campagna elettorale, tra l’altro una delle più brevi della nostra storia repubblicana. Ben consapevole del ruolo di garanzia che rivesto sono immediatamente tornato a misurare le parole, ma rivendico la possibilità di poter esprimere, con tutte le cautele del caso, la mia opinione sui temi del dibattito politico senza che nessuno possa temere o ipotizzare una parzialità nell’esercizio delle mie funzioni di Presidente.

    In quest’ottica sottolineo che, vista la difficile condizione economica e sociale sulla quale il Governo e il Parlamento cercano di dare risposte concrete ai bisogni dei cittadini, più che di maggioranze variabili spererei di vedere maggioranze allargate, come già successo su alcuni temi in Senato, quali ad esempio lo sblocco dei pagamenti della Pubblica amministrazione alle imprese, ma anche i diritti umani, l’istituzione della Commissione Antimafia e la ratifica della Convenzione di Istanbul. L’eccezionalità del momento ci chiede un impegno eccezionale di condivisione di responsabilità e di scelte urgenti per far ripartire il nostro Paese e riportarlo, anche sullo scacchiere internazionale, al ruolo che gli spetta.
    Per questo credo sia opportuno che le forze di maggioranza sostengano con compattezza e unità l’attività del Governo Letta, e che le forze di opposizione lavorino, con animo costruttivo e tenendo fede al mandato ricevuto dai loro elettori, al miglioramento delle proposte legislative. In questa fase la stabilità, che non deve diventare un totem, è però funzionale a porre in essere, senza tentennamenti e inutili scossoni utili solo a quella sorta di campagna elettorale permanente nella quale da troppo tempo siamo immersi, le linee di intervento illustrate dal presidente Letta in Aula presentando il programma del governo.
    Stabilità che dovrà essere garantita, e mi sembra che segnali positivi in questo senso siano arrivati, in qualunque modo la Corte di Cassazione dovesse pronunciarsi sull’onorevole Berlusconi. Non dobbiamo sovrapporre le vicende giudiziarie del singolo alle vicende politiche generali.

    Sui costi della politica è già in discussione un disegno di legge che prevede di ripensare il finanziamento pubblico ai partiti, e che ieri il Governo ha inteso salvaguardare dai troppi emendamenti in senso opposto. Enrico Letta ha promesso che non si faranno passi indietro, il Ministro Quagliarello che il Governo non intende rinviare ulteriormente una modifica alle norme attuali. Mi sembrano segnali importanti.
    Nel mio piccolo ho cercato di dare l’esempio: all’indomani della mia elezione a Presidente ho ridotto della metà il mio compeso e il budget per il gabinetto del presidente, con un risparmio annuo netto di 860 mila euro l’anno. Successivamente siamo intervenuti sul consiglio di presidenza e i presidenti di commissioni, con un risparmio di 4 milioni e 600 mila euro annui, il collegio dei questori ha proceduto sulla strada della dematerializzazione degli atti parlamentari riducendo di tre quarti le stampe e risparmiando altri 2 milioni e 100 mila euro. Soprattutto abbiamo avviato il confronto su una serie di misure di razionalizzazione e contenimento delle spese, a partire dalla proroga del blocco automatico delle retribuzioni del personale, dal taglio delle indennità di ufficio, dal blocco del turn over, da nuove tabelle retributive per i nuovi assunti e dall’integrazione di alcuni servizi con la Camera dei Deputati. La riduzione dei costi della politica ha un valore economico, senza dubbio, ma soprattutto ha un valore simbolico non più rinviabile. Significa stringere di nuovo un patto con i cittadini, mostrare la consapevolezza della gravità della situazione economica. Non possiamo continuare a chiedere sacrifici ai cittadini e non dare noi per primi l’esempio.

    Sempre per il patto da rinnovare con i cittadini continuo a considerare prioritaria la riforma della legge elettorale, senza per questo voler interferire in alcun modo sul programma di riforme costituzionali in corso. Le due strade si possono separare, lasciando alle Camere il compito di preparare un testo condiviso. Come ho già avuto modo di dire occorre andare verso una legge che abbia due caratteristiche fondamentali, anche per superare i pesanti profili di sospetta incostituzionalità della legge attuale cui lei faceva riferimento: garantire una rappresentatività reale dei cittadini e la stabilità dei governi.

    In merito all’invito che il presidente di Confindustria Squinzi ha rivolto ai presidenti di Camera, Senato e di tutte le Commissioni dei due rami del Parlamento si è molto favoleggiato. Ho incontrato Squinzi la prima volta a Santa Margherita Ligure quando, rispondendo all’invito dei Giovani Industriali, ho tenuto un intervento al loro convegno. E’ stato un incontro interessante, come interessante è stato il dibattito che si è tenuto nella foresteria di Confindustria durante la famosa cena: si è parlato della difficoltà del sistema imprenditoriale italiano a far fronte a questo momento di crisi dovendo combattere con i ritardi nei pagamenti e una burocrazia soffocante. L’incontro non ha avuto nulla di segreto, molti giornali hanno pubblicato dei resoconti fedeli, e resto dell’idea che il dialogo debba rimanere sempre aperto con tutte le realtà politiche, sindacali, sociali, associative, in contesti formali ed informali. Se non ricordo male la mattina dello stesso giorno in cui ci siamo visti a cena il presidente Squinzi era proprio alla Camera per un’audizione alla Commissione delle politiche dell’Unione Europea: è evidente che una cosa non esclude l’altra. Credo che le occasioni di incontro e di confronto si possano e si debbano aumentare, fa bene a tutti potersi parlare e capire le ragioni degli altri.
    Essendo nuovo alla politica e trovandomi subito in questa veste non so rispondere su una ipotetica “nuova interpretazione del ruolo del presidente del Senato”. Posso solo dire che, se anche fosse, non ci vedrei nulla di male.

    L’ultima delle molte questioni toccate dal suo intervento riguarda le esternazioni razziste e offensive che, a partire dalle dichiarazioni del senatore Calderoli, si sono poi estese a consiglieri comunali e provinciali di diverse parti d’Italia e di diverse formazioni politiche, alcuni dei quali si sono distinti in negativo aggiungendo tratti di maschilismo e omofobia. Sgombriamo subito il campo da un’equivoco: le dimissioni sono un gesto sulla cui opportunità solo il singolo senatore è chiamato a pronunciarsi, e sappiamo che, nonostante le molte richieste da quasi tutti i gruppi parlamentari, il senatore Calderoli ha deciso di non rassegnarle. Da parte mia posso dire che non appena ho letto quelle offese ho subito dichiarato che non c’erano giustificazioni possibili, che erano parole inaccettabili e che chi è chiamato a rappresentare le istituzioni ha l’obbligo di dare l’esempio in ogni occasione, anche durante i comizi del proprio partito. Successivamente, dopo le prime scuse che ho ritenuto essere troppo timide, ho chiesto che queste fossero pubbliche e piene, come poi è avvenuto in Aula. Ma l’occasione, di cui avrei volentieri fatto a meno, ha avuto l’effetto collaterale di aver fatto emergere due aspetti interessanti su cui riflettere. Il primo è stato lo sdegno quasi unanime e l’indignazione che ha coinvolto migliaia di cittadini. E’ ormai evidente che il Paese su molti temi che sono ancora considerati divisivi o sensibili è decisamente più moderno, aperto e solidale di quanto il dibattito politico, spesso enfatizzato nei suoi aspetti deteriori proprio dai media, non faccia apparire. E questo è incoraggiante.
    Il secondo aspetto, fortunatamente marginale ma da non sottovalutare, è emerso dalla risposta di alcuni esponenti politici locali a quelle parole con dichiarazioni altrettanto offensive e razziste, segno che non possiamo mai abbassare l’attenzione soprattutto sull’educazione al rispetto dell’altro. E su questo sono convinto che voi, come giornalisti, possiate fare molto per sensibilizzare i vostri lettori, a partire dal linguaggio.

    L’informazione è una componente fondamentale di ogni democrazia sana, promuove la crescita culturale e di conseguenza il progresso.
    Nella realizzazione di questo obiettivo comune, mi auguro che la nostra collaborazione possa continuare con la lealtà e la trasparenza di sempre. Voglio approfittare di questa occasione di incontro con voi anche per far arrivare a nome mio e dell’Istituzione che in questo momento rappresento il sostegno e la solidarietà ai più di duecento giornalisti, reporter e blogger che hanno subito aggressioni, minacce, ritorsioni, furti mirati, querele pretestuose e temerarie. Stare accanto a queste persone, difenderle e diffonderne il lavoro è fondamentale per tutelare quei beni preziosi che sono la libertà d’informazione e il diritto dei cittadini di essere informati. Non posso poi che stringermi intorno alla famiglia di Domenico Quirico e ai suoi colleghi de “La Stampa”: speriamo tutti di poterlo avere presto di nuovo con noi.
    Voglio ringraziare ancora una volta l’Associazione stampa parlamentare per la sua presenza costante ed attenta e congratularmi con Iulia Baziaeva, autrice di questo splendido ventaglio, per me il primo, che accetto con grande gioia e con spirito di amicizia.

    Condividi