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    Cari giornalisti, cari colleghi,

    prima di rispondere alle tante questioni poste voglio cogliere questa prima occasione ufficiale per porgere i miei più sinceri auguri di buon lavoro ai nuovi vertici e a tutti i componenti degli organi statutari dell’Associazione Stampa Parlamentare, certo che proseguirà con voi il rapporto di leale collaborazione che ho avuto con i vostri predecessori.

    Le riforme costituzionali sono un tema ricorrente di questi incontri, non solo con me ma anche coi miei predecessori, che si sono trovati nella condizione di commentare percorsi di riforma sempre in itinere e raramente conclusi. E’ il segno evidente che il tempo di una riforma profonda non è più rinviabile.

    Tutti concordano sulle linee principali del testo in discussione: il bicameralismo paritario non è più compatibile con l’esigenza di speditezza delle procedure legislative e dell’azione di governo. Ma se si vuole mantenere un sistema bicamerale, come io penso sia necessario, ciascuna Camera deve avere un proprio ruolo definito. Ci stiamo avviando verso una forma di bicameralismo asimmetrico dove alla sola Camera dei Deputati è affidato sia il rapporto di fiducia con il Governo che l’attuazione del suo programma. Per questo penso che l’Italia abbia bisogno di un Senato di garanzia, come avviene in molte altre democrazie. E credo che sarebbe equilibrato attribuire al Senato alcune funzioni esclusive e non concorrenti: funzioni di controllo, di inchiesta, di nomina, di raccordo con le istituzioni dell’Unione europea e di valutazione delle politiche pubbliche. Sulle funzioni esclusive mi auguro quindi sia ripristinato l’equilibrio tra le diverse esigenze che era stato conseguito un anno fa in Senato. Sono pochi, ma essenziali, i punti su cui sarà doveroso intervenire senza per questo che i tempi si allunghino: non servirà infatti, per quante modifiche verranno apportate, aggiungere letture in più di quelle previste già oggi.

    In merito all’apertura o meno a possibili modifiche dell’articolo 2 nessuna decisione può essere presa senza un’attenta analisi delle proposte emendative su cui sarò chiamato a pronunciarmi. Prima che questo accada, voglio sottolineare, passeranno ancora parecchie settimane, che spero vivamente possano essere utilizzate in modo proficuo per raggiungere un accordo politico anche sul punto della “composizione” del nuovo Senato, tema senza dubbio delicato e sul quale si è avviato quel “confronto molto serrato tra le forze politiche, all’interno dei singoli gruppi e nella dialettica Parlamento-Governo” cui ha fatto riferimento la presidente Finocchiaro nella sua relazione introduttiva del 7 luglio scorso.

    Come si rileva dalla stessa relazione, a seguito di una modifica apportata alla Camera in un comma dell’articolo 2, “si palesa una possibile contraddizione” che va comunque risolta tra i nuovi articoli 57 e 66 della Costituzione e che riguarda la durata del mandato senatoriale dei sindaci che, stando all’attuale formulazione, potrebbero mantenere, per tutto il tempo della consilitatura regionale che li ha eletti, il ruolo di senatori, pur senza più esercitare le funzioni di governo locale.

    Affinché questa necessaria riforma sia anche duratura nel tempo è nostro dovere, dovere di tutte le parti politiche, contribuire a rendere questo testo il più condiviso possibile, privilegiando la strada dell’accordo politico alto, dell’intesa sui contenuti, piuttosto che la ricerca dei singoli voti. Spero davvero che il dibattito si concentri su questi pochi punti essenziali di merito e non sulle procedure, per chiudere in breve tutte le letture necessarie e dare avvio, come prevede la Costituzione stessa, al percorso referendario che sancirà la valutazione definitiva dei cittadini italiani sul lavoro del Parlamento.

    Il mio auspicio – sono e resto un inguaribile ottimista – è che il referendum non si trasformi in uno scontro politico, ma che veda tutti i partiti coesi per un si pieno a un progetto condiviso e utile al Paese: sarebbe forse il viatico migliore, presidente Amici, per iniziare a ricucire quel “distacco” tra cittadini e istituzioni cui ha fatto riferimento.

    Non possiamo infatti non essere preoccupati per il drammatico scollamento tra politica e cittadini, una distanza emersa in maniera inequivocabile nelle recenti tornate elettorali che hanno registrato allarmanti dati sulla partecipazione al voto. L’astensionismo è la più naturale e immediata risposta delle persone quando la politica e le Istituzioni, da quelle del più piccolo Comune a quelle internazionali, sono percepite come incapaci di realizzare ciò che i cittadini si aspettano: risolvere i problemi e, contestualmente, progettare e realizzare il futuro.

    Il clima di sfiducia generale, a mio parere, deriva da questa sensazione, nonché dai troppi scandali emersi negli anni, dai troppi e a volte davvero incomprensibili “scontri ideologici” quando basterebbe abbandonare le rendite di posizione, perlopiù mediatiche, in favore di soluzioni concrete. Dall’altro lato rischia di diffondersi l’idea sbagliata che possa esistere una democrazia capace di vivere e prosperare senza la politica, o contro di essa. Bisogna, con coraggio e determinazione, contrastare la diffidenza e l’indifferenza verso le Istituzioni, restituendo loro capacità di agire e piena autorevolezza, a partire dai partiti, che devono garantire la trasparenza dei bilanci e dei finanziamenti, una accorta selezione della classe dirigente ed un efficace controllo sui propri rappresentanti con regole e strumenti interni, che intervengano ancor prima delle inchieste, giornalistiche o giudiziarie.

    Come sapete, immagino che voi più di tutti ve ne siate accorti, tenevo molto all’approvazione del ddl anticorruzione che, riguardando anche il falso in bilancio, considero vitale per contrastare alcuni fenomeni criminali che tanto incidono sul nostro tessuto sociale ed economico. Le mie proposte sono state rielaborate alla luce dell’ampio dibattito scaturito nei due rami del Parlamento e dal confronto con il Governo: quello che ho ribattezzato “Godot”, il provvedimento licenziato dalle Camere, da lungo tempo atteso, rappresenta una importante risposta e credo sia opportuno attendere del tempo per poter fare una valutazione davvero obiettiva della sua efficacia.

    Presidente Amici, il recente dibattito che lei ha ricordato a proposito dell’impatto delle decisioni giurisdizionali sull’economia e la società riguarda un tema certamente non nuovo, che credo sia opportuno affrontare prescindendo dai casi di cronaca. Da un lato non vi è dubbio che il giudice non possa svolgere il suo dovere astraendosi dalle complessità della società in cui vive e dall’evoluzione del sentire comune, come è avvenuto per i diritti individuali, la tutela dell’ambiente, della salute e del lavoro. Ma è necessario ricordare che il giudice è soggetto soltanto alla legge e il suo primo dovere è dare conto, attraverso la motivazione, delle sue scelte interpretative nell’applicare le norme astratte al caso concreto. Non si può quindi pretendere che il giudice faccia ricorso a valutazioni del tutto estranee al dettato normativo pur di prendere in considerazione diritti costituzionali confliggenti o gli interessi dell’economia. Il giudice deve certo decidere con la massima responsabilità, intesa anche come consapevolezza delle conseguenze dei suoi provvedimenti ma la sua discrezionalità ha un limite invalicabile nella legge. Spetta quindi al legislatore valutare e bilanciare gli interessi collettivi e i valori costituzionali, assumendosi a sua volta la responsabilità politica di scelte chiare e norme ben formulate.

    E’ scontato da parte mia ripetere che alla magistratura non può essere richiesto di svolgere un ruolo di “supplenza” del legislatore e della politica, ne’ tantomeno questa può sperare che la magistratura risolva questioni eminentemente politiche. Ciò vale anche per le vicende che hanno scosso profondamente, nelle ultime settimane, la Sicilia, la mia amata terra che a torto, a mio avviso, è stata definita irredimibile. La magistratura  accerti la verità, nel frattempo la politica assuma le sue decisioni nel solo interesse dei siciliani onesti.

    Presidente Amici, sulla prescrizione ho avuto modo di ripetere che considero inaccettabile che questo istituto sia utilizzato strumentalmente a fini dilatori e che si traduca nella negazione di giustizia per le vittime e nell’impunità dei responsabili. Il diritto di difesa è un cardine della democrazia. L’ho affermato più volte: tutti hanno diritto a difendersi nel processo, non a difendersi dal processo. Non vi è quindi ragione perché la prescrizione continui a decorrere dopo la richiesta di rinvio a giudizio, o al più tardi dopo la sentenza di primo grado. Al tempo stesso è incivile tenere un cittadino per anni in attesa di conoscere la propria sorte. E’ dunque necessario, come sta avvenendo alla Camera, intervenire sul processo penale in modo da migliorarne l’efficienza e la rapidità, sia con rimedi organizzativi sia con norme processuali, come ad esempio la revisione delle norme sulle notifiche, del sistema delle impugnazioni, del regime delle nullità o, come in  molti altri paesi europei, il superamento del divieto di “reformatio in peius”.

    Le intercettazioni, lo dico da sempre, sono un mezzo di indagine irrinunciabile e indispensabile che non va in alcun modo limitato. Quanto alla pubblicazione del contenuto delle intercettazioni, come lei ha sottolineato occorre conciliare diversi principi democratici: la segretezza delle indagini, la riservatezza della vita privata, il diritto all’informazione. In questa materia esistono già diverse norme, evidentemente non sempre rispettate, quindi si potrebbe regolare meglio la gestione delle intercettazioni, ad esempio attraverso un’udienza filtro che mantenga solo quelle utili al processo. Seguo con attenzione anche il dibattito a proposito dell’emendamento sulla registrazione delle conversazioni. In proposito autorevoli esperti hanno ricordato: che le condotte previste dall’emendamento sono già punite da reati previsti dal codice penale; che la registrazione di conversazioni da parte di uno dei presenti è da sempre ritenuta legittima dalla Corte di Cassazione; e che si tratta di strumenti di grande utilità per le indagini su reati molto gravi, come le estorsioni, la corruzione, lo stalking. Infine, ho appreso con piacere che, a seguito delle dichiarazioni del ministro Orlando, sia stato presentato un emendamento per evitare di ledere il diritto di cronaca.

    Più in generale, credo che su questo tema sia determinante la deontologia degli operatori professionali che vengono a conoscenza del contenuto delle intercettazioni: magistrati, personale amministrativo, polizia giudiziaria, avvocati, giornalisti. Va sottolineato che in molti casi la diffusione illecita del contenuto di intercettazioni è dovuta alla slealtà di pubblici ufficiali, che devono essere perseguiti con la massima determinazione per rivelazione di segreto d’ufficio.

    Caro Presidente,

    la mia posizione sul tema della libertà di stampa e della tutela dei giornalisti è ampiamente nota e in molte occasioni ho ribadito la necessità di compiere decisivi passi in campo legislativo per adeguare il nostro impianto normativo a quello europeo. Da una prima ricognizione dell’Associazione “Ossigeno” sulle condanne comminate ai giornalisti per il reato di diffamazione risultano, negli ultimi quattro anni, trenta giornalisti condannati a pene detentive per un totale di 17 anni di carcere. I dati, ancorché parziali, restituiscono con chiarezza l’urgenza alla quale il Parlamento deve immediatamente rispondere, approvando al più presto il disegno di legge sulla diffamazione, la cui gestazione è stata finora troppo lunga e complicata. Il testo è appena tornato in Senato dopo l’approvazione con modifiche della Camera dei Deputati: essendo così atteso credo che anche questo “Godot” arriverà presto, ed è giusto che sia così, pur non soddisfacendo in pieno gli standard della legislazione europea in merito.

    Sulla Rai, presidente Amici, il dibattito è in corso in Aula, e il ruolo mi impedisce in una fase così delicata di esprimere qualsiasi giudizio nel merito. Comunque sono e resto un fermo sostenitore e difensore del servizio pubblico radiotelevisivo, e spero che le nuove norme, in corso di definizione, possano rafforzarne, tanto sul piano gestionale che su quello dei contenuti, il ruolo e il pluralismo. In merito alle unioni civili non posso non sottolineare con forza il ritardo accumulato negli anni: la prima sentenza della Corte Costituzionale risale al 2010, e già rilevava la necessità che il Parlamento intervenisse sul tema con urgenza. Credo fermamente che ormai sia giunto il tempo per riconoscere piena cittadinanza ai diritti delle coppie omosessuali, prendendo atto e regolando la realtà sociale del nostro Paese. Allargare il campo dei diritti non tocca in alcun modo chi di quei diritti può già godere, ma cambia la vita a chi li vede riconosciuti. Qualsiasi unione tenuta insieme dall’affetto, dalla solidarietà e dalla condivisione di un progetto comune, merita di essere tutelata.

    Presidente Amici, lei ha pienamente ragione a dire che la crisi economica, il terrorismo e le migrazioni sono i tre temi che più chiamano in causa l’Europa. L’Unione Europea, una grande conquista della storia, sembra avere smarrito  lo spirito dei padri fondatori: oggi l’Europa o cambia o non è. Prescindendo dagli aspetti tecnici, a me pare che la crisi greca abbia messo in luce ancora una volta che non possiamo fermarci al necessario rispetto delle regole e della ferrea disciplina di bilancio, ma dobbiamo perseguire con determinazione la crescita, gli investimenti, la competitività, l’occupazione, l’eguaglianza sostanziale, la qualità della vita dei nostri cittadini. L’instabilità, i conflitti e il terrorismo che incendiano la sponda sud del Mediterraneo e il Medio Oriente impongono all’Unione di agire finalmente con autorevolezza e coesione, dando vita anzitutto ad una vera politica per il Mediterraneo, che è il punto più debole della nostra comune politica estera.

    Quanto alla capacità di gestire le migrazioni con spirito di solidarietà, visione geopolitica e condivisione fra gli Stati membri, io ritengo che questo sia il terreno su cui l’Unione dimostrerà o meno di credere davvero ai valori che ha posto a suo fondamento. L’Italia deve proseguire con energia la propria azione internazionale e intanto gestire con razionalità il dovere di accoglienza dei rifugiati, un dovere che è morale, giuridico e politico. In questo senso credo che sia giusta la strada intrapresa da quelle regioni che attuano, grazie alla produttiva interazione fra prefetture ed enti locali, l’accoglienza diffusa di piccoli nuclei di profughi, in modo da non determinare disagi e oscure paure nella popolazione.

    Presidente Amici,

    lo splendido ventaglio di cui mi fate dono, con i suoi tanti colori a macchie e filamenti, restituisce l’idea di una composizione armonica di tante differenze: mi sembra un buon auspicio per una società come la nostra, chiamata anch’essa a comporre insieme, sfidando la complessità del periodo, tutte le particolarità e i contrasti che incontriamo ogni giorno.

    I miei più sentiti complimenti a Francesca Kezich e all’Accademia di Belle arti di Firenze, e un ringraziamento sentito a quella di Roma, qui rappresentata dal suo presidente, Roberto Grossi, che promuove il decennale concorso. Ringrazio infine l’Associazione stampa parlamentare, i cui membri quotidianamente “traducono”, con dovizia di particolari, analisi e sfumature, ciò che avviene dentro questi che spesso vengono definiti “Palazzi del Potere” ma che, a mio modo di vedere, devono essere vissuti come Palazzi al servizio dei cittadini.

    Grazie quindi a voi, per il vostro lavoro, e all’Ufficio stampa del Senato per il sostegno e il contributo che da sia all’Istituzione che alla stampa.

    Buon lavoro e buone vacanze.

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