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    Cari giornalisti, cari colleghi,

    voglio porgere innanzitutto il mio personale benvenuto alla presidente  Alessandra Sardoni, ai componenti dell’Associazione Stampa Parlamentare e a tutti i presenti.

    Devo dire che apprezzo particolarmente in queste giornate così calde – e non mi riferisco certo al clima atmosferico – il dono dello splendido ventaglio realizzato da una giovane ragazza della mia Palermo, Eleonora Trapani, cui rivolgo il mio sincero ringraziamento. Accolgo con grande piacere la metafora di una folla che aspira all’unità e alla solidarietà: potrebbe essere utile portarlo in Aula alla ripresa della discussione sulle riforme.

    Il Senato della Repubblica come ho auspicato sin dall’inizio, continuerà a chiamarsi così anche in futuro. Il Senato è stato investito del compito di riformare profondamente se stesso e ha risposto nella fase dei lavori in Commissione con grande senso di responsabilità e con grande serietà. Queste riforme sono attese da decenni, largamente condivise soprattutto nelle loro linee essenziali: superamento del bicameralismo paritario, nuovo equilibrio tra i due rami del parlamento, snellimento del processo legislativo e riduzione del numero dei parlamentari. Partendo dal disegno di legge costituzionale del governo la Commissione ha concordato a maggioranza un testo che prevede un taglio di oltre due terzi dei senatori, un cambiamento radicale nella loro selezione, una revisione della funzione legislativa a favore di una preminenza dei temi concernenti le realtà territoriali e il rapporto con l’Unione Europea. Io ho espresso la mia opinione costruttiva durante i giorni in cui il progetto iniziale è stato aperto a qualsiasi contributo e prima che questo venisse depositato in Senato. Ho ritenuto mio dovere in quel momento segnalare i punti di forza e di debolezza della proposta del governo, specificando che da presidente del Senato, una volta iniziato l’iter parlamentare, non sarei più intervenuto, come del resto ho fatto. Il testo oggi in esame è profondamente diverso da quella bozza: il dibattito in Commissione Affari Costituzionali e il lavoro dei relatori Calderoli e Finocchiaro lo ha profondamente arricchito, definendo meglio ruolo e funzione del prossimo Senato e declinando con maggior precisione il nuovo assetto delle autonomie territoriali nella parte riguardante il Titolo V.

    In merito ai contrappesi e al bilanciamento dei poteri, che è uno degli aspetti più delicati quando si affronta una modifica sostanziale della Costituzione, mi associo all’auspicio espresso pochi giorni fa in occasione della cerimonia del ventaglio al Quirinale. Il presidente Napolitano ha chiesto una messa a punto “con adeguata visione d’insieme, con coerenza e rigore” del sistema delle garanzie costituzionali: credo che proprio nella visione d’insieme stia il punto dirimente. L’equilibrio costituzionale è per sua natura delicato e ad ogni modifica in un senso ne deve corrispondere una in senso opposto per garantire, nell’esercizio del potere, il maggior grado di controllo, di rappresentanza e di tutela dei diritti dei cittadini.

    Tengo in modo particolare a rispondere nel merito alla sua domanda sui criteri che mi hanno ispirato nella scelta di concedere il voto segreto su ben specifici emendamenti, e la risposta è molto semplice. Su questo punto infatti il regolamento non lascia alcun margine di interpretazione prevedendo che, su richiesta di 20 senatori, sono “effettuate a scrutinio segreto le deliberazioni relative alle norme sulle minoranze linguistiche di cui all’articolo 6 della Costituzione”. La ratio di questa norma, chiarissima nella sua espressione, è dare corpo ad un articolo della prima parte della nostra Costituzione, quella sui principi fondamentali, che sono ritenuti immodificabili. Contestualmente alla mia decisione ho informato l’Aula anche di una innovazione rispetto alla prassi precedente: vista la mole abnorme di richieste ho previsto la possibilità di adottare la regola del c.d. “canguro” che, in parole semplici, permetterà di votare le parti comuni degli emendamenti una sola volta, riducendo drasticamente il numero delle deliberazioni con voto segreto. Ho anche chiarito che, se richiesto dai gruppi, sarà possibile votare tali emendamenti per parti separate: questo darà modo di votare a scrutinio segreto solo la parte relativa alle minoranze linguistiche e non quelle relative ad altri temi, quali ad esempio il numero di deputati e senatori o la composizione del futuro Senato. In tal modo penso di aver raggiunto un equilibrio tra il rispetto della norma e l’eventuale intenzione di un uso strumentale del voto segreto, e respingo con forza qualsiasi illazione o sospetto su questa decisione.

    Come presidente ho ben chiaro il mio ruolo di garante sia della maggioranza che delle opposizioni, e continuerò ad operare in tale senso. So bene, per esperienza, che il ruolo del giudice imparziale è tra i più esposti a critiche ma questo non ha mai intaccato in nessun modo la mia terzietà prima e non lo farà neanche ora.

    A proposito dei tempi, dell’ostruzionismo e del contingentamento voglio dire innanzitutto che lo spettacolo offerto dal duro scontro politico di questi giorni mi ha molto addolorato e, in alcuni momenti, indignato. Non è questa l’immagine che la politica, e questa istituzione in particolare, deve dare al Paese. La rappresentazione plastica del muro contro muro, dell’indisponibilità a sentire le ragioni dell’altra parte, le accuse, le iperboli e le provocazioni devono lasciare il posto al confronto e alla ricerca di soluzioni condivise. In una parola: al ritorno alla politica. In occasione delle conferenze dei capigruppo degli ultimi giorni ho rivolto ripetuti appelli per convincere le parti ad aprire un tavolo di mediazione, soprattutto su quei punti che potrebbero essere oggetto di una riscrittura da parte dei relatori. Questo darebbe modo di poter trattare in maniera approfondita in Aula soltanto quegli emendamenti che affrontano i temi di interesse, lasciando cadere quelle migliaia “di contorno”. Lo stallo è evidente e, per usare le famose parole di don Milani, “sortirne tutti insieme è politica”.

    Credo infatti che l’importanza di questa riforma non sfugga a nessuno, e che sia dovere di tutti far si che il confronto sia serio e approfondito ma sui contenuti: non vorrei che si continuassero a sprecare ore e giorni, soprattutto ora che la conferenza dei capigruppo ha deciso a maggioranza un contingentamento dei tempi. Per chiarezza voglio aggiungere che nella ripartizione dei tempi, proprio come accaduto dieci anni fa per la discussione della riforma costituzionale del 2004, è stato tenuto conto della possibilità effettiva di votare tutti gli emendamenti e non utilizzare quindi la c.d. “tagliola”, a torto richiamata anche nel nostro caso avendo previsto ben 80 ore esclusivamente per le votazioni sulle 115 disponibili.

    Per chiudere la parte relativa all’istituzione che ho l’onore di presiedere sono lieto di annunciare che stamattina il Consiglio di presidenza ha approvato il rendiconto dell’anno in corso e il bilancio del 2015, che saranno portati nei prossimi giorni alla discussione dell’Aula. Tra il 2013 e il 2014 per il funzionamento del Senato lo Stato ha speso 75 milioni e mezzo in meno. Di questi 43 milioni e 200 mila euro sono di minori richieste, mentre 32 milioni e 300 mila euro sono stati restituiti allo Stato. Confermando il trend decrescente degli ultimi anni nel 2014, il costo del Senato ha inciso per lo 0,066% sul totale della spesa statale. Sono numeri  che evidenziano il contributo che il Senato, nella sua autonomia, ha inteso dare alla spending review e che proseguirà attraverso l’istituzione dello status unico del parlamentare, che determinerà un ulteriore risparmio per il bilancio del Senato di circa 4 milioni di euro l’anno, e nell’avvio di una trattativa con i sindacati per la revisione degli stipendi dei dipendenti.

    Presidente Sardoni,

    la riforma istituzionale, lo sostengo da molto tempo, è un tassello ineludibile di un percorso più ampio e più complesso che le forze politiche devono affrontare insieme, con senso di responsabilità. La profonda crisi che l’Italia affronta, non solo economica e politica ma anche etica, in un quadro di gravissime e diffuse tensioni geopolitiche e difficoltà dell’Unione Europea, rischia di marginalizzare il Paese nel mondo. Dobbiamo reagire pensando strategicamente, programmare interventi meditati, pacati e seri, funzionali ad obiettivi precisi. Il primo obiettivo deve essere la crescita economica. I dati sullo stallo del PIL, che oggi è più basso di quando l’euro è entrato in vigore nel 1999 e che la Banca d’Italia stima in crescita di un modesto 0,2% nel 2014; la limitata ripresa dei consumi e della produzione industriale; il drammatico aumento della povertà e della disoccupazione, giovanile in particolare; la mole del debito pubblico, delineano una situazione che richiede interventi di diverso genere: liberalizzazioni, privatizzazioni, riforma del mercato del lavoro, revisione della spesa pubblica, modernizzazione della pubblica amministrazione. Ma vedo in questa chiave anche la riforma della giustizia e la lotta alla corruzione.

    Sulla riforma della giustizia, in molte occasioni ho avuto modo di sottolineare che il Paese ha bisogno non di interventi slegati, tantomeno di misure dettate da situazioni contingenti o legate a vicende specifiche, ma piuttosto di una revisione complessiva del “sistema giustizia” che si attende da decenni. Ho accolto quindi con interesse l’iniziativa strategica che il Governo ha articolato in 12 punti. Per rispondere alla sua domanda, Presidente Sardoni: ritengo una seria riforma della giustizia non solo politicamente possibile ma doverosa. Deve trattarsi di una vera rinascita del sistema, attraverso misure legislative ed organizzative, alcune già in corso: la completa digitalizzazione del processo, la rimodulazione del sistema delle impugnazioni, la revisione della disciplina della prescrizione, la riduzione del contenzioso attraverso misure deflattive e forme di soluzione extra-giudiziale delle controversie. E soprattutto l’accelerazione della durata dei processi.

    La riforma della giustizia civile è ormai ineludibile. I dati sono molto eloquenti. Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) la durata media dei processi civili in Italia è di quasi 3000 giorni, circa 8 anni: oltre tre volte la media degli altri Paesi OCSE. Una giustizia ritardata equivale a giustizia negata e la lentezza della giustizia civile è una delle ragioni dello stallo della nostra economia. La grave difficoltà, spesso la sostanziale impossibilità di ottenere giudizialmente in tempi ragionevoli l’adempimento dei crediti insoluti, la tutela dei diritti e degli interessi si traduce in un ostacolo agli investimenti dall’estero e non a caso la percentuale del nostro PIL dovuta agli investimenti diretti dall’estero è la più bassa fra i grandi paesi europei. Ed è un vero peccato perché il Paese potrebbe altrimenti esprimere una forte capacità di attrazione per le straordinarie professionalità di manodopera, innovazione e creatività che sono ammirate nel mondo.

    Come sa, dottoressa Sardoni, l’ho ripetuto tante volte, nel mio primo giorno da senatore ho presentato un disegno di legge proprio in materia di criminalità economica, di corruzione, riciclaggio, falso in bilancio. L’uso criminale o distorto di risorse pubbliche, le alterazioni alla competitività ed al buon funzionamento dei mercati dovute all’economia illegale, alla corruzione, all’evasione fiscale, al lavoro nero sono un grave freno alla crescita. Non posso entrare nel merito di questioni che sono già in parte all’esame del Senato e sulle quali attendiamo le iniziative preannunciate dal Governo ma credo che sia possibile raggiungere con i necessari accorgimenti tecnici un punto di equilibrio fra i diversi interessi in gioco: proteggere l’integrità del sistema economico e finanziario, tutelare gli investitori, prevenire e reprimere la corruzione e ogni forma di abuso di risorse pubbliche. Tenendo al tempo stesso in conto le comprensibili preoccupazioni di Confindustria, che questi interventi non si trasformino in un peso eccessivo per le imprese.

    Ma l’azione contro la corruzione deve anche comprendere misure per restituire alla politica la sua profonda dimensione etica. Proprio stamattina ho proposto in Consiglio di Presidenza di prevedere nei regolamenti del Senato sui vitalizi e le pensioni dei senatori la cessazione di qualsiasi erogazione nei confronti degli ex senatori condannati in via definitiva per fatti di mafia, di corruzione e per altri gravi reati. Si è deciso a questo proposito un coordinamento con la Camera dei Deputati nel quadro dell’unificazione già in corso dello status del parlamentare.

    Sui temi europei, condivido in pieno il Programma che il Presidente Renzi ha illustrato al Parlamento europeo nell’assumere la Presidenza del Consiglio, per affrontare le sfide epocali che abbiamo davanti: la crisi economico-finanziaria, le migrazioni, il crimine organizzato, l’instabilità geopolitica alle nostre porte. Serve un forte salto di qualità nel governo economico dell’Unione: le misure di contenimento della spesa pubblica devono essere adeguatamente bilanciate da azioni per stimolare gli investimenti, la competitività e la crescita e si impone un allentamento dei vincoli di bilancio attraverso una maggiore flessibilità del patto di stabilità. Ma serve ancora di più rafforzare la dimensione politica delle istituzioni europee e dare voce più autorevole all’Unione Europea nel mondo per governare e non solo subire i cambiamenti degli equilibri globali. Infine dobbiamo riavvicinare la gente alle istituzioni e agli ideali europei, perseguendo efficienza e democraticità dei processi decisionali, e restituendo al disegno europeo un’identità condivisa, una vera e profonda anima comune.

    Presidente Sardoni,

    la chiusura o il serio rischio di chiusura di testate giornalistiche suscitano preoccupazione oltre che tristezza. L’informazione è il presupposto della conoscenza e della formazione di un’opinione e, dunque, una condizione essenziale per vivere in democrazia. Ho sempre sostenuto che la democrazia richieda un giornalismo responsabile, che soddisfi il diritto del cittadino a sapere e conoscere, senza trascurare i diritti con esso eventualmente confliggenti e avendo cura dei soggetti deboli coinvolti ed esposti dall’informazione. Le nuove tecnologie impongono una revisione del nostro regolamento e un rinnovato impegno da parte delle Istituzioni alla trasparenza, a garantire le risposte, l’accesso ai dati e agli open data, a fornire tutti gli strumenti per un’informazione corretta e accurata.

    Il Disegno di legge sulla diffamazione attualmente in Commissione giustizia ha alcuni importanti elementi di novità, primo fra tutti l’abolizione del carcere per i giornalisti, ma ha certamente bisogno di un approfondimento in aula soprattutto sui temi delle querele temerarie: ho già espresso la mia opinione sottolineando come si debba prevedere a mio avviso una sanzione pecuniaria proporzionale alla richiesta di risarcimento se infondata. Altro tema da approfondire è certamente quello della revisione del diritto di rettifica in modo da  contemperare i rispettivi interessi dell’evidenza della smentita da un lato e della possibilità per il giornalista di un ulteriore chiarimento del giornalista dall’altro. Sarà mia cura prestare la massima attenzione a questo disegno di legge alla ripresa dei lavori.

    In conclusione voglio ringraziare ancora una volta l’Associazione stampa parlamentare per il difficile lavoro che svolge, fatto soprattutto di dettagli e sfumature, di analisi e ricostruzioni, di presenza costante ed attenta, ed unirmi ai suoi ringraziamenti per l’Ufficio stampa del Senato, sottoposto come tutti noi in questi giorni a un particolare sforzo.

    Grazie.

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