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    Autorità, gentili ospiti

    è per me un onore condividere con voi questo momento di riflessione e di approfondimento incentrato sulla figura e il pensiero del Barone Leopoldo Franchetti: il suo percorso umano e politico, come deputato e successivamente Senatore del Regno, e gli incarichi di grande rilievo a lui affidati, sono autentiche testimonianze delle straordinarie risorse e capacità di un uomo sempre orientato, con la forza e il coraggio delle idee riformiste e liberali, al perseguimento del bene comune. Grazie al professor Angelo Capecci e ai suoi colleghi per essere tra i più fattivi promotori delle attività della Fondazione Hallgarten-Franchetti che, continuando la tradizione dei fondatori, sviluppa e valorizza il patrimonio culturale e scientifico, operando nel campo della scienza dell’educazione, della ricerca e della istruzione. Eccellente sede di educazione formativa, che ospitò nel 1909 il seminario della Professoressa Maria Montessori, la Fondazione è oggi in Italia e in ambito internazionale un importante polo di sviluppo delle molteplici espressioni intellettuali e della crescita dell’uomo, arricchito costantemente da nuovi studi e contributi, attraverso pubblicazioni di ricerche. La giornata di oggi ha lo scopo significativo di ripercorrere la vita e l’attività di Leopoldo Franchetti, uno studioso e un uomo politico capace di riflettere sulla realtà del suo tempo in modo non ideologico, e di esplorarne gli aspetti più complessi attraverso indagini circostanziate condotte in prima persona, lontane da ogni astrazione teorica. Promotore di un conservatorismo liberale e illuminato, fu fortemente influenzato dal clima positivista del periodo, che considerava il metodo dell’indagine sul campo il primo passo per individuare le misure di intervento per risolvere i problemi sociali, e che vedeva nella combinazione tra politica e linguaggio economico-empirico un aspetto essenziale del governare.

    Determinanti per il suo percorso di crescita culturale furono il soggiorno giovanile in Francia e i successivi viaggi per l’Europa, come anche l’incontro e il sodalizio negli anni universitari a Pisa con giovani intellettuali come Pasquale Villari, Sidney Sonnino, Enea Cavalieri, costituendo con loro un gruppo di intellettuali apertamente contrario all’avvento della Sinistra al potere. Erano i tempi in cui il barone Giovanni Nicotera, Ministro dell’Interno del primo Gabinetto Depretis, aveva la sfrontatezza di ammettere che un’azione repressiva condotta in maniera veramente incisiva e determinata contro la mafia ed il brigantaggio avrebbe alienato alla Sinistra buona parte del corposo sostegno elettorale ricevuto nel Mezzogiorno, il quale, per di più, costituiva l’asse portante della sua forza in campo nazionale.

    Tre furono i suoi campi di indagine e di studio: la “questione sociale”, la “questione agraria” che all’epoca evidenziava tutta la sua drammaticità nel Mezzogiorno ed in particolare in Sicilia, e la “questione mafiosa”. Nato nel 1847, il contesto storico in cui visse e svolse la sua attività fu il periodo post-unitario. Il giovane Stato italiano aveva ereditato dal Risorgimento particolarismi regionali e territori economicamente e politicamente autosufficienti, ma anche un forte malcontento popolare, una profonda ineguaglianza tra le varie aree del Paese e una seria arretratezza socio-economica, soprattutto nel meridione. Ad aggravare la situazione vi era anche il profondo problema culturale di far crescere de facto nella coscienza degli italiani l’idea di essere una nazione, affinché le ragioni dello stare insieme prevalessero sulle innegabili differenze, e potesse emergere il sentimento di essere un solo popolo accomunato da una stessa lingua e da valori e tradizioni condivise. E’ in questo contesto che nacque la “questione meridionale”, che in Franchetti trovò un’autorevole voce nel panorama politico e culturale italiano. Le sue inchieste costituirono materiale prezioso per l’impostazione del problema del Mezzogiorno e per un’analisi più approfondita dei fenomeni di trasformazione della società dell’epoca. Non è senza significato che dal 1978 al 1882 Franchetti insieme a Sonnino si trovò a dirigere la “Rassegna Settimanale”, rivista edita con lo scopo precipuo di diffondere, in Italia ed all’estero, i temi della “questione meridionale”. Questo importante impegno culturale e sociale portò il Franchetti ad occupare un posto alla Camera sin dal 1882, dalla quindicesima alla ventiduesima legislatura, quale deputato di Perugia e Città di Castello, e al Senato dal 1909 fino alla sua morte, che lo colse a Roma nel 1917.

    Seppe indagare gli aspetti più crudi del disagio sociale e della miseria del mondo rurale, con chiarezza di espressione e linearità di pensiero, senza nascondersi dietro parole condiscendenti e complici della colpevole sottovalutazione di un problema di cui aveva riconosciuto tutta la drammaticità. Così spiegava nella prefazione al piccolo volume Condizioni economiche ed amministrative delle province napoletane, pubblicato per la prima volta nel 1875: “ho chiamato le cose coi loro nomi ed ho usato espressioni dure dove mi sembrava che fossero giustificate”, ma nessuno incorra “in un patriottismo locale male inteso, che nega tutto e rifiuta di cercare i rimedi ai mali piuttostoché convenire […] di cose che tornino a disdoro della sua regione, provincia o comune”. “Gli abitanti di quelle province – prosegue – non sono responsabili dei mali che vi hanno trovati nascendo. […] Sono bensì responsabili di tutto ciò che non fanno, potendolo, per rimediarvi”.

    La ricchezza e l’efficacia descrittiva di cui fu capace furono dunque accompagnate da un suo preciso e concreto impegno: riscattare il Mezzogiorno dal clientelismo e dalla corruzione che per buona parte lo dominavano, e imporvi l’autorità dello Stato e della legge. Decise di intraprendere insieme all’amico Sidney Sonnino un viaggio privato di studi e di indagine nel Mezzogiorno devastato da una forte crisi agraria, da gravi squilibri nella assegnazione delle proprietà fondiaria, da livelli di produttività inadeguati, da lotte tra proprietari terrieri e classe contadina e dalla presenza del brigantaggio e della mafia. Il mondo rurale siciliano aveva sete di giustizia e di riforme agrarie. Deluso, rivendicava le terre promesse durante le lotte risorgimentali: terre che invece andarono ad incrementare il patrimonio del ceto borghese e dell’aristocrazia.

    La descrizione che Franchetti fece di Palermo mi pare ancora oggi straordinaria. Descrive quella che è la mia città come un paradiso in terra, ma dopo la prima impressione di struggente bellezza dovuta alla natura, agli agrumi della Conca d’oro, al clima, all’ospitalità dei suoi abitanti, lentamente l’incanto svanisce quando gli indicano luoghi facendo riferimento agli omicidi che li hanno bagnati di sangue, gli raccontano storie di violenze, di avvertimenti, di prepotenze, di delitti, di latitanti introvabili solo per le istituzioni, di interessate reticenze e segnali di omertà. Così, quello che appariva un paradiso si rivela un luogo infestato da demoni. Un’immagine dolce, affascinante ma anche forte e crudele che mi ricorda la Palermo della mia giovinezza e dei primi anni di magistratura. Durante il viaggio Franchetti e Sonnino scoprirono l’estrema povertà delle province siciliane: l’arretratezza economica, l’analfabetismo, l’incapacità di governo della classe dirigente locale di far fronte ai bisogni primari di una popolazione stremata da una lato, e la necessità dei latifondisti di ottenere “garanzie” perché il loro patrimonio fondiario venisse protetto dal malcontento popolare, dall’altra, aprirono un varco all’organizzazione mafiosa pronta, con la sua condotta criminale e contra legem, a colmare le lacune di uno Stato assente. Dei due volumi che derivarono dalla corposa inchiesta, il primo, scritto da Franchetti, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia, torna spesso sul concetto di mafia, spingendosi a definirne i contorni, i meccanismi di sviluppo e radicamento nel territorio, descrivendo la figura del capo mafia, i crimini e le violenze commesse, gli sfregi, le intimidazioni, i condizionamenti, la paura.

    Oggi la definizione che Franchetti propose della mafia può apparire per diversi aspetti inadeguata. Per definirla scelse, a suo dire, le parole di “una persona d’ingegno, profonda conoscitrice dell’Isola”: “la Mafia è un sentimento medioevale; mafioso è colui che crede di poter provvedere alla tutela e alla incolumità della sua persona e dei suoi averi mercé il suo valore e la sua influenza personale indipendentemente dall’azione dell’autorità e delle leggi. Dispone a modo suo dell’amministrazione pubblica e quasi delle sostanze e della vita di tutti”. Stentò a riconoscerne la dimensione unitaria e verticistica, pensandola piuttosto come insieme di “vaste unioni di persone d’ogni grado, d’ogni professione, d’ogni specie [prive di alcun] legame apparente, continuo e regolare”.

    Tuttavia, della mafia seppe cogliere alcuni aspetti caratteristici, quali l’esercizio dell’influenza attraverso le relazioni d’interesse con ogni settore della società, il potere intimidatorio implicito, e il vantaggio, anche indiretto, che un membro della classe dirigente può trarre in termini di potere da un legame esistente, o anche solo supposto, con la mafia. L’industria della violenza gli appare in mano non a semplici malfattori, ma ad una classe media, che, con una organizzazione superiore, l’unità delle sue direttive strategiche, la profonda abilità con la quale sa voltare a suo profitto perfino le leggi e l’azione del Governo contro il delitto, si propone per garantire l’ordine, imponendo la violenza privata. I cosiddetti capi mafia vengono rappresentati da Franchetti come persone di condizione agiata, rispettose ma che si fanno rispettare, dotati di un’intelligenza superiore, capaci di legare attorno a sé, come docili strumenti, giovani disposti ad eseguire qualsiasi delitto venga loro ordinato, o depositari di quella finissima arte che consente loro di decidere sulla base delle circostanze se convenga per un momento sospendere la violenza, oppure reiterarla o darle un volto più feroce; se uccidere la persona recalcitrante agli ordini della mafia, oppure farla scendere ad accordi con uno sfregio, con l’uccisione di animali, col taglio degli alberi, con la distruzione dei beni o semplicemente con una schioppettata volutamente a vuoto; se in relazione alle condizioni del mercato fare talune operazioni d’affari, ovvero tal altre; se e quali persone sfruttare. Insomma scegliere l’intimidazione la violenza più funzionali al raggiungimento del fine prefissato. Questi elementi erano veri allora come lo sono oggi, pur in un contesto così diverso e di fronte a una mafia contemporanea che, come sappiamo, ha abbandonato la dimensione locale per estendersi a tutto il territorio nazionale, per poi valicarne i confini e divenire fenomeno transnazionale.

    Conosciamo il grado di infiltrazione della mafia negli apparati pubblici, nei consigli di amministrazione, la sua capacità di esercitare un controllo diretto dall’interno dei centri di potere e di mettere in atto attraverso canali formalmente legali il proprio disegno criminoso di indebolimento della società fin dalle sue radici. Conosciamo la sua capacità di condizionare il sistema produttivo e controllare il mondo del lavoro, di bloccare lo sviluppo economico e culturale del paese, di limitare il pieno sviluppo dei principi democratici sanciti dalla Costituzione, di cui peraltro festeggeremo tra poco più di due mesi il settantesimo anniversario. Oggi come allora la responsabilità di combattere e affrontare un fenomeno così grave è di ognuno di noi, e in particolare di chi ricopre cariche pubbliche, che ha il dovere di restituire concretezza al concetto di legalità come” fondamento della democrazia. A questo ho dedicato la mia attività di magistrato e su questo ho sempre basato il mio convincimento e la mia azione a servizio dello Stato.

    La responsabilità dei Governi nell’affrontare le emergenze delle terre su cui conduceva la sua inchiesta fu sempre chiara a Franchetti, che la ribadì in diverse sedi. Nel corso di un’animata seduta alla Camera dei deputati nel 1895, a proposito delle condizioni della pubblica sicurezza in Sicilia, nel descrivere “quel sistema che mette a servizio delle clientele e delle prepotenze private tutti gli ordinamenti pubblici” affermò con vigore che i governi non devono limitarsi a reprimere, ma “lavorare a sradicare le cause del male”.

    Fra i tanti rimedi per cercare di ristabilire in Sicilia l’ordine e la sicurezza pubblica Franchetti ne propone alcuni che rappresentano delle felici intuizioni, successivamente adottate nell’ambito della legislazione antimafia. Ad esempio, fra l’altro, egli rappresenta al Governo italiano, per cercare di prevenire i reati e fare giustizia, le seguenti improrogabili necessità:

    -          Necessità di una stretta unità d’azione fra magistratura inquirente e polizia, con dipendenza funzionale della seconda dalla prima.

    -          Necessità di uno stabile coordinamento dei Pretori (allora magistrati inquirenti in sede locale), con possibilità di estendere le indagini anche in territori limitrofi rispetto alla propria competenza.

    -          Necessità di mantenere un più rigoroso segreto sulle indagini e nell’istruzione penale, evitando, fra l’altro, di servirsi degli scrivani temporanei.

    -          Necessità di riforme che rendano più rapide le istruzioni penali ed il corso della giustizia.

    -          Necessità di sopprimere le giurie popolari perché facilmente influenzabili, all’uopo prevedendo eventuali spostamenti dei dibattimenti al di fuori della Sicilia. Soprattutto per evitare la ritrattazione dei testimoni.

    -          Necessità di rendere più rigoroso il controllo dei detenuti nelle carceri dell’isola, ove le comunicazioni con l’esterno sono continue e facili e la mafia si impone anche dalla prigione, con previsione di trasferimenti nelle prigioni del Nord.

    -          Necessità di un uso più oculato delle ammonizioni e del domicilio coatto contro i soli sospetti di gravi delitti, con esclusione dei semplici ladri e degli oziosi e vagabondi inoffensivi.

    Infine, condizione indispensabile di tutte le proposte è la scelta di personale di pubblica sicurezza, giudiziario e politico non solo dotato di intelligenza, di energia, di coraggio e d’onestà eccezionali, ma ancora inaccessibile a qualunque influenza locale, anche la più lecita.

    Seppure alcune misure oggi ritenute di primaria importanza, come la confisca dei beni, non siano presenti nell’elenco proposto da Franchetti, le sue proposte operative continuano ad essere di estrema attualità anche per combattere l’attuale natura del fenomeno mafioso. Molto efficace e suggestiva è la similitudine della goccia d’olio che cade sopra il marmo e rimanendone separata si può facilmente asciugare, ma se cade sopra un pezzo di carta si espande, si immedesima e si compenetra talmente nella materia da divenire una cosa sola, difficile da eliminare, se non con energici reagenti chimici. In Sicilia se non si riesce a sopprimere i mafiosi appena comparsi e si lascia loro il tempo di infiltrarsi nella società attraverso le relazioni esterne, l’autorità troverà dinanzi a sé tutta un’organizzazione sociale e per estrarre dalla società “l’umore malsano” ha necessità di un’energia e di un’abilità eccezionali. Da questa analisi è chiara l’eccezionalità dell’opera di Falcone e Borsellino rispetto a questa missione così difficile.

    Franchetti seppe approfondire la riflessione risalendo alle radici del dilagare del fenomeno mafioso, ovvero il grave disagio delle popolazioni delle terre meridionali. Tra i correttivi propose infatti un programma ambizioso orientato ad aiutare le popolazioni del Sud a vincere le gravi condizioni di inferiorità sociali ed economiche, a partire da una grande iniziativa contro l’analfabetismo, attraverso la creazione di un’efficiente rete di scuole e di biblioteche su tutto il territorio siciliano. Proprio Franchetti si fece promotore, lo voglio ricordare, insieme a due altri senatori del Regno (Giustino Fortunato e Pasquale Villari), subito dopo il grande terremoto che colpì Messina e Reggio, dell’Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia (ANIMI), di cui fu primo Presidente. Un’associazione che con lui, insieme a un’altra grande personalità che ha onorato il Senato repubblicano, Umberto Zanotti Bianco, promosse tra le tante attività a favore del nostro Mezzogiorno proprio la creazione di centinaia di scuole per bambini e adulti analfabeti nei luoghi più disperati delle nostre province meridionali. Franchetti legò il progresso delle regioni meridionali ad una maggiore responsabilizzazione delle classi dirigenti, verso cui fu molto critico, e sostenne che senza un Mezzogiorno capace di crescere non si sarebbe dato compimento al disegno risorgimentale di un’Italia unita.

    Se l’Italia ha il dovere di esistere,”- afferma Franchetti – “a lei spetta quello di usare tutti i mezzi di cui può disporre per portare la Sicilia al grado di civiltà delle sue parti più progredite”. La sua visione lungimirante gli permise di capire che il riconoscimento dei diritti di libertà non può essere completato senza l’acquisizione dei diritti politici, elettorali, civili ed economici, non solo da parte del ceto borghese, ma anche da parte di chi versa nella miseria. La sua vicenda umana e politica si chiuse con una preziosa esperienza sui banchi del Senato del Regno, e proprio dal suo scranno fu un instancabile animatore degli interessi sociali ed economici del Mezzogiorno. Tra gli atti parlamentari conservati dall’Archivio del Senato riporto uno stralcio tratto da un suo autorevole intervento pronunciato in una seduta della nostra Aula a favore della riforma elettorale il 26 giugno del 1912. In quell’intervento egli espresse tutta la sua solidarietà verso la classe contadina e agricola.

    L’Italia” – queste le sue parole – “non diventerà mai un paese realmente grande e forte, se non quando uno degli elementi maggiori di grandezza e di forza che essa contenga, cioè le plebi agricole, e specialmente, lasciatemelo dire, le plebi agricole meridionali, saranno rappresentate dallo Stato e sentiranno la loro solidarietà coll’interesse generale del Paese”.

    L’idea di una politica che fosse rappresentativa degli interessi e dei bisogni di tutti i cittadini fu lo spirito vitale di tutta l’attività politica e parlamentare di Franchetti, nella convinzione che l’equità sociale fosse necessaria per raggiungere la prosperità e il benessere necessari alla stabilità del Paese. Oggi noi ci ripetiamo spesso che la legalità è parte essenziale del bagaglio democratico di una nazione i cui cittadini, e i giovani in particolare, siano pienamente liberi di conquistare i propri traguardi sulla base del rispettivo merito, con fiducia, senza mai pensare di dover ricorrere per questo all’intermediazione o al favore dei politici o della mafia e senza doversi rifugiare all’estero alla ricerca di una vita piena e soddisfacente.

    Vivere in un paese in cui democrazia e libertà procedano di pari passo è, come ho avuto modo di ripetere in molte occasioni, un diritto fondamentale che noi abbiamo il dovere di tutelare. Si tratta di un obbligo morale ineludibile, in difesa del nostro Paese e della Repubblica e per questo è necessaria un’azione collettiva e una forte responsabilizzazione delle classi dirigenti. Ricordare oggi Leopoldo Franchetti, nel centenario della sua morte, significa cogliere la straordinaria attualità del suo pensiero politico riformista liberale, la sua incondizionata fede nell’Italia e negli italiani. Significa promuovere quella dimensione morale della politica come servizio pubblico che deve sempre ispirare l’azione delle Istituzioni. Rimane l’auspicio che la sua eredità intellettuale, morale e politica non vada perduta ma trasmessa alle nuove generazioni.

     

     

     

     

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