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    Trent’anni fa Piero Grasso apriva il primo grande processo a Cosa nostra. Era il giudice a latere del presidente Alfonso Giordano, ed è stato anche l’estensore delle motivazioni della sentenza che ha condannato all’ergastolo la cupola mafiosa per centinaia di delitti. Oggi Pietro Grasso è il presidente del Senato, dopo essere stato procuratore capo a Palermo e procuratore nazionale antimafia.  In questi trent’anni trascorsi in trincea ha visto morire per mano della mafia alcuni suoi amici, come Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino. Ed ha visto Cosa nostra trasformarsi da sanguinaria e stragista a mafia  infiltrata nella politica e nell’imprenditoria. Ora osserva con dolore le lacerazioni che sta vivendo il mondo dell’antimafia. Ed ha ricordato il periodo d’oro, quando la società civile siciliana e poi quella nazionale si scoprirono «fieramente in lotta contro il dominio mafioso» e la gente faceva il tifo per i magistrati. Ha pure sottolineato la raccolta di firme che venne fatta per dare al nostro Paese «la più bella e innovativa legge sulla confisca e l’utilizzo dei beni». Per Grasso però «se quello era il profumo della primavera di Palermo, gli ultimi mesi sono stati senz’altro l’inverno del nostro scontento». I riferimenti sono alle inchieste giudiziarie che hanno creato squilibri nel mondo dell’antimafia. E non solo. Grasso parla anche delle indagini sulle stragi del ’92, degli spunti investigativi che in questi anni sono stati inviati ai magistrati titolari delle inchieste per arrivare ad entità esterne, ma che ancora non hanno trovato conferme giudiziarie.

    Presidente Grasso, tutto parte dal maxi processo. A trent’anni di distanza cosa è rimasto?

    «Il maxi è un monumento giuridico che ha processato per la prima volta la mafia e tutta la direzione strategica di Cosa nostra. L’unitarietà dell’organizzazione, che è stata un’intuizione di Giovanni Falcone, è stata dimostrata fino in Cassazione. Non è stato un processo facile, abbiamo dovuto superare tutta una serie di ostacoli giuridici e organizzativi posti dalla straordinarietà del dibattimento. La sentenza è diventata un punto di riferimento nei processi e nella lotta alla mafia negli anni successivi».

    I mafiosi non si aspettavano una reazione così forte dello Stato?

    «Riina si era giocato tutta la sua credibilità, aveva fatto promesse agli uomini di Cosa nostra sostenendo che il maxi processo non avrebbe portato a nulla, e invece sono arrivate le condanne all’ergastolo che poi sono diventate definitive. I pentiti dicevano che Riina si era “giocato anche i denti” per tentare di aggiustare il maxi nelle successive fasi del giudizio. E non ci è riuscito».

    Per questo motivo scatena la guerra allo Stato?

    «È stata la conferma di quella sentenza in Cassazione a provocare la reazione di Riina. Infatti dopo c’è stato l’omicidio di Salvo Lima, garante del rapporto mafia-politica, e poi le stragi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino».

    E poi ci doveva essere anche lei…

    «Si, anche se non ne parlo volentieri. Brusca ha più volte detto che Riina riteneva necessario “un altro colpettino”, un attentato nei miei confronti fallito per varie coincidenze e in ultimo l’arresto di Riina. Poi cambiarono strategia con le stragi di Firenze, Roma e Milano contro il patrimonio artistico. I boss, attraverso un elenco di richieste, che Brusca chiamò “papello”, volevano ottenere dei vantaggi tra cui l’ammorbidimento del 41 bis, ossia il carcere duro, e la chiusura dei penitenziari di Pianosa e dell’Asinara, che anni dopo furono effettivamente trasformati in parchi nazionali».

    Ritiene che sulle stragi del ’92 ci siano ancora verità da scoprire?

    «Fino a quando sono stato procuratore nazionale antimafia non ho mai smesso di cercare la verità sulle stragi di Giovanni e Paolo. La storia di Cosa nostra negli ultimi trent’anni è storia di misteri irrisolti. Forse per questo resta sempre un dubbio sui veri fini delle azioni, sui veri mandanti delle stragi. Purtroppo, in molti casi le rivelazioni dei pentiti, le inchieste, i processi hanno chiarito solo in parte l’esatto svolgimento dei fatti. Si può affermare che non c’è mai stato omicidio “eccellente” o strage di mafia, chiarito in tutte le sue componenti: mandanti interni all’organizzazione, mandanti esterni, esecutori materiali e moventi, talvolta plurimi, del fatto criminale. E spesso, anche per effetto di questa imprecisione giudiziaria, è prevalsa l’opinione che Cosa nostra, in certi casi, altro non sia stata che il braccio armato di poteri occulti in grado di indicare ai mafiosi strategie, questioni d’affari o politiche da risolvere rapidamente e bersagli da colpire, si pensi anche a Mattarella, LaTorre, Dalla Chiesa, all’agente Agostino, con la violenza omicida. I vuoti da colmare le verità da cercare, comunque, sono ancora tanti e spesso hanno dato adito a una dietrologia mediatica troppo fantasiosa».

    Il dubbio continuerà ad avvolgere anche la morte di Falcone e Borsellino?

    «Sulla loro tomba ho giurato che non mi sarei fermato di fronte a nulla per cercare la verità sulla loro morte. Ci sono ancora domande senza risposta. Chi poteva avere interesse, anche attraverso stragi di innocenti, a conservare la situazione esistente? Solo la mafia o anche altre entità o persino uomini delle Istituzioni che hanno tradito lo Stato? Il magistrato deve sempre tendere alla ricerca della verità, e questo ho fatto fino a quando ho guidato la procura nazionale antimafia. Ricordo che nonostante gli inviti a lasciar perdere e a non spendere invano i soldi dello Stato per riesumare vecchie inchieste, siamo riusciti a riaprire casi che sembravano chiusi nel libro dell’eterno oblio. Dopo sedici anni, nel 2008, ho avuto il privilegio di raccogliere per primo, dalla viva voce dell’ex mafioso Gaspare Spatuzza nuovi elementi.

    A cosa hanno portato le sue rivelazioni?

    Hanno consentito di riaprire le indagini sulle stragi di Capaci, Via d’Amelio e di Firenze, Roma e Milano e di contribuire a far riaffiorare parecchi ricordi. Quelle rivelazioni portarono anche alla assoluzione di innocenti da anni in carcere per le stragi, e a far emergere una diversa ricostruzione dei fatti. Abbiamo ancora fame e sete di giustizia su quegli eccidi e su tutti i misteri ancora non svelati. Ancora oggi ci assalgono e ci tolgono il sonno intuizioni laceranti che attendono di divenire percorsi di verità. Chi, come me, è sopravvissuto a questi e a tanti altri orrori non può dimenticare che le stesse mani macchiate di sangue, hanno tessuto trame in affari di soldi e di potere. E sente l’obbligo morale, oltre che istituzionale, di cercare la verità fino all’ultimo istante».

    E’ ancora possibile, dopo così tanti anni, scoprire nuovi elementi per arrivare alla verità?

    «Ho lasciato la guida della procura nazionale orgoglioso di aver continuato a ricercare informazioni per dare nuovi impulsi alle indagini sulle stragi. Gli atti d’impulso investigativo, rientranti nelle specifiche funzioni del procuratore nazionale antimafia, presuppongono la raccolta di informazioni che, pur non avendo alcun valore probatorio, costituiscono tracce e suggerimenti alle procure che devono trovare, se ve ne sono, conferme e riscontri in sede investigativa. E’ stato un lavoro intenso che spero porti a illuminare punti ancora oscuri».

    Si sta sfilacciando l’antimafia giudiziaria?

    «Dal 2013 non ho più il polso della situazione delle inchieste antimafia: le mie analisi e valutazioni non hanno elementi recenti se non quelli pubblici».

    La corruzione è ora l’arma delle mafie.

    «In effetti la mafia si è messa al passo con i tempi, entrando negli affari e diventando così sempre più difficile da decifrare. Molte indagini, anche nel centro e nord Italia, penso ad esempio a Milano e a “Mafia Capitale”, hanno mostrato l’esistenza di complesse reti di relazioni fra mafiosi, politici, imprenditori, professionisti e amministratori pubblici, inizialmente caratterizzate da intimidazione e violenza alle quali poi si aggiungono collusione e corruzione, coincidenze di interessi. Una pericolosa saldatura fra criminalità mafiosa, società, politica ed economia garantita dalla corruttela, attraverso gli appalti e le commesse pubbliche, le concessioni, l’acquisizione di imprese. Ma quando serve, l’organizzazione ritorna all’uso dei consueti sistemi mafiosi della violenza e dell’intimidazione. Per questo appena eletto ho presentato una legge per colpire questo complesso fenomeno: la corruzione, il riciclaggio e l’economia criminale. Ma la legge è stata approvata solo dopo due anni e senza l’organicità iniziale».

    Occorre dunque rivedere la legislazione antimafia per renderla più efficace?

    «Abbiano un’ottima legislazione antimafia che però adesso deve essere aggiornata, come prevede la riforma del “codice antimafia” arrivata in Senato lo scorso novembre. Riguarda fra le altre cose i beni confiscati, la tutela dei lavoratori, le leggi antimafia, le nomine e le incompatibilità degli amministratori giudiziari. Va certamente esaminata al più presto: la criminalità economica è la priorità contro cui combattere. Alle forze dell’ordine e ai magistrati che tanti successi conseguono ogni giorno, con dedizione, sacrifici e talvolta anche a rischio della vita, non devono mancare risorse, tecnologie e incentivi».

    Lo stato di salute dell’antimafia sociale sembra essere stato intaccato da indagini che hanno coinvolto magistrati, imprenditori che si erano distinti per la loro azione di legalità, o associazioni ritenute infiltrate da personaggi collusi. Ma cosa succede?

    «Sono emersi casi singoli che non devono offuscare lo spirito dell’antimafia. Il fatto stesso che siano venuti alla luce dimostra che il sistema possiede gli anticorpi per isolare e colpire chi sfrutta questi ideali per il proprio interesse. Dopo 30 anni di un impegno civile eccezionale e alla luce di questi episodi voglio mettere in guardia questo mondo, che è anche il mio, e chiamarlo ad una riflessione seria al proprio interno».

    L’antimafia però non appare più come un movimento monolitico.

    «Oggi viene data la possibilità ai detrattori di riprendere vecchie campagne di delegittimazione. C’è il rischio che chi voglia indebolire tutto il movimento antimafia strumentalizzi questi casi isolati. È vero che la mafia in passato ha tentato di infiltrarsi nell’antimafia, lo abbiamo visto in tante indagini, ma gli anticorpi, finora, hanno dimostrato di funzionare».

    Si potrebbe affermare che non c’è più l’antimafia di una volta. Quella che faceva paura ai potenti.

    «Si. È vero, perchè quei movimenti nati alla fine degli anni Ottanta avevano un’assoluta credibilità, che oggi occorre riconquistare. Per questo serve una riflessione, per recuperare una lunga storia di riscatto sociale e morale che va difesa con orgoglio. Ho usato la metafora della decrescita felice per tornare a privilegiare il contatto umano, le proposte concrete, la coerenza, rispetto al protagonismo e alla corsa ai finanziamenti che hanno finito per dare l’idea dell’allontanamento dallo spirito originario. Non mi stancherò mai di ripetere che l’obiettivo principale è il cambiamento culturale diffuso, la denuncia all’autorità giudiziaria di qualsiasi comportamento illecito o illegittimo, il rifiuto del compromesso, l’isolamento delle mafie e il sostegno alla magistratura. Per l’antimafia ci si spende, non ci si guadagna».

     

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