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    Care ragazze, cari ragazzi,

    è a voi che voglio rivolgermi in questo mio brevissimo intervento.

    Abbiamo ascoltato parole molto belle e molto profonde stamattina dalla presidente Boldrini, dal presidente Gattegna, dalla Ministro Giannini e dai vostri compagni Alessandro, Lavinia e Giuseppe. La data del 27 gennaio è stata scelta perché, come sapete, proprio oggi, 70 anni fa, vennero aperti i cancelli di quel monumento all’orrore che è stato il campo di Auschwitz.

    Un anno fa sono tornato in visita in quel luogo e ho rivisto, insieme a 130 studenti come voi, i campi, le baracche, i forni crematori. Ho cercato di vederli anche io con gli occhi di quei ragazzi, lucidi e sgranati dall’orrore mentre sentivano le testimonianze dei sopravvissuti. Flagellati da raffiche di vento gelido e pioggia, ma coperti tutti da calde giacche, abbiamo ascoltato le parole di Andra e Tatiana Bucci e di Sami Modiano, che ci raccontavano l’inferno al quale sono sopravvissuti vestiti solo del “pigiama a righe” di cotone loro concesso. Mentre le due sorelle Bucci, allora bambine, dicevano che si erano salvate solo perché, avvertite del possibile inganno, sono riuscite a dire un no straziato alla falsa proposta di rivedere la loro mamma, ho visto riflessa nei volti dei ragazzi la traccia indelebile che avrebbe lasciato quel racconto, al punto da diventare essi stessi testimoni capaci di tramandare quanto accaduto.

    L’orrore della Shoah è nell’aver perseguito intenzionalmente, scientificamente e razionalmente un fine di sterminio attuato nell’indifferenza generale. La chiamarono “soluzione finale”: l’eccidio del popolo ebraico, innanzitutto, ma anche rom, sinti, oppositori politici, omosessuali, disabili fisici e mentali.

    I protagonisti oggi non possono che essere i sopravvissuti, alcuni dei quali ho avuto il privilegio di insignire con la Medaglia d’Onore pochi minuti fa. Uomini e donne che dopo anni di straziante silenzio hanno deciso di partecipare agli eventi meritoriamente organizzati dal MIUR e dalla comunità ebraica, che tornano in quei luoghi, rinnovando il loro dolore senza fine, per far si che le giovani generazioni non possano più dimenticare o negare l’olocausto dopo averli sentiti, dopo avere riscontrato le impronte della storia.

    Oggi è “la giornata della memoria”, ma questa non deve essere considerata solo una ricorrenza che siamo costretti a rispettare. Una memoria diffusa e un pensiero costante ci devono portare a un comportamento coerente, come mirabilmente ottenuto con l’iniziativa delle “pietre d’inciampo”, blocchi in pietra ricoperti di ottone incorporati nel selciato stradale delle città a ricordo delle deportazioni avvenute in quei luoghi. Un “inciampo” non fisico, ma visivo e mentale, per far fermare a riflettere sulle atrocità naziste ogni volta ci si passa vicino. La memoria deve essere coltivata anche al di fuori delle commemorazioni ufficiali, deve dare fastidio, deve essere scomoda, come un pungolo per superare l’indifferenza, che come ci ha ricordato il presidente Gattegna, citando il professor Wiesel, è l’opposto dell’amore, dell’arte, della fede, della vita.

    Dobbiamo essere vigili e attivi  di fronte agli atti, purtroppo ancora oggi frequenti e numerosi, di esclusione, di marginalizzazione, di disumanizzazione dell’altro, come hanno ben sottolineato i lavori degli studenti vincitori del concorso. Perché è grazie alla memoria di ieri che possiamo difendere la nostra civiltà dagli atteggiamenti che hanno originato allora, e muovono ancora oggi, la macchina del razzismo, con la sua fabbricazione del nemico e la sua rozza pedagogia di ignoranza e ostilità verso il diverso: di volta in volta, clandestino, omosessuale, ebreo, islamico, nomade.

    Un saluto affettuoso lo rivolgo infine ai sopravvissuti che sono oggi in quest’Aula, perché è insieme a loro, che così profondamente hanno sofferto, che dobbiamo comprendere la nostra storia, onorarla, e  costruire il futuro. E il nostro futuro si chiama Europa. Dopo l’orrore nasce il sogno di una comunità unita, senza più guerre, senza più odi reciproci. L’Europa unita ci ha garantito il più lungo periodo di pace all’interno del continente, ci ha resi parte di un progetto più grande di quello nazionale. Lo abbiamo visto nella marcia in risposta agli attentati terroristici in Francia: quella è la foto dell’Europa, quello è il confine ideale che dobbiamo difendere ogni giorno, fatto di pace, libertà, giustizia, rispetto dei diritti umani, accoglienza e sicurezza. Non dobbiamo permettere a nessuna paura e a nessuna minaccia di chiuderci in un angolo, non dobbiamo ascoltare la voce della violenza, che semina terrore per instillare odio, ma dare una risposta ferma, decisa e unitaria, perché la storia non ripeta gli stessi errori. Il ripudio del fascismo e della vergogna delle leggi razziali, la forza del diritto, della libertà e della dignità umana, il rigetto di qualsiasi idea di antisemitismo e negazionismo sono il fondamento più profondo dell’Italia repubblicana e dell’Europa unita.

    Nonostante tutto io rimango ottimista per il futuro. Quando nel giugno scorso, nel corso della mia visita in Israele e di un’emozionante cerimonia, ho aumentato la fiamma perenne della memoria nella sala del memoriale di Yad Vashem, quando ho visto gli innumerevoli alberi piantati a ricordo di ciascuno nel Giardino dei Giusti tra le Nazioni, e i loro nomi incisi nel muro d’onore del Memoriale, al pensiero che oltre 24 mila persone, di diversi Paesi e di diverse religioni – tra cui oltre 600 italiani come Perlasca e Bartali, per citare i più noti-  hanno messo a repentaglio la loro vita per salvare dal genocidio nazista uomini, donne e bambini che non conoscevano, ho intravisto la luce della speranza. Quei Giusti hanno rappresentato le stelle in una notte profondissima e scura. Ognuno di loro è stato il segno, il simbolo, la speranza di un nuovo mondo fatto di comprensione, di umanità, di amicizia, di non violenza, di tolleranza e di pace. Un mondo che dobbiamo costruire e difendere ogni giorno.

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