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    Signor Presidente della Repubblica, Signora Presidente della Camera, Onorevoli colleghi, Cari rappresentanti delle associazioni combattentistiche e partigiane,  Cari ragazzi,

     

    e’ con grande commozione che prendo parte alla celebrazione a Camere riunite del 70esimo anniversario della Liberazione dall’occupazione nazifascita. Desidero innanzitutto ringraziare gli autorevoli relatori che mi hanno preceduto, a partire da Michela Ponzani che ci ha aiutato a inquadrare sotto un profilo storico la complessità dei mesi che vanno dall’armistizio alla Liberazione e ricordato alcuni episodi dolorosi, ferite mai rimarginate, come la strage di Marzabotto o quella di Sant’Anna di Stazzema. Il 25 aprile è, senza dubbio, una data dal profondo significato per il nostro Paese: in quel giorno di settanta anni fa terminava infatti una delle vicende più buie della nostra storia – la dittatura, la guerra, l’occupazione straniera – e iniziava una delle più luminose, il rifiuto di ogni tirannide, la nascita della nostra democrazia, l’affermazione dello Stato di diritto.

    Nel rievocare l’epopea della Resistenza non si deve cedere però alla tentazione di considerare il 25 aprile come uno stanco rituale ripetuto di anno in anno, né tanto meno ci si può limitare ad un mero esercizio retorico. E’ fondamentale andare al cuore di quella esperienza: celebrare la Liberazione significa, innanzitutto, interrogarci sul nostro presente, sulle sfide che si pongono davanti a noi come comunità nazionale, sulla nostra capacità di realizzare, tanto individualmente quanto collettivamente, i valori e le promesse che il movimento della Resistenza ci ha lasciato.

    Permettetemi di ringraziare Marisa Rodano e Michele Montagano, due preziosi testimoni del nostro passato. Marisa scelse di diventare partigiana e fu protagonista di quei mesi: nel suo intervento ha messo in luce il fondamentale ruolo delle donne nel percorso che ci ha condotto alla liberazione, un apporto troppo spesso sottovalutato nella storiografia e nel dibattito pubblico. Mi ha colpito e commosso poi la forza dei “NO” di Michele e la dignità che ha saputo mantenere intatta nei lunghissimi e dolorosi mesi di prigionia. Ai ragazzi che sono oggi qui in Aula voglio dire che, e lo potete constatare con i vostri occhi, la Resistenza è molto di più di un capitolo del vostro manuale di storia: è vita vissuta sulla pelle di persone semplici ma coraggiose come loro che, ancorché giovanissimi, scelsero di stare dalla parte giusta, a costo di pagare a caro, carissimo prezzo quella decisione.

    Per meglio riflettere sul significato di questa giornata ho voluto rileggere alcune delle “lettere di condannati a morte della Resistenza italiana”, un testo che ognuno di noi dovrebbe aver presente perché ci ricorda, con la semplicità e la chiarezza di cui è capace solo chi sceglie il proprio destino, quanto coraggio, quanta umiltà e quanto orgoglio sia servito per sfidare il nemico e affrontare, nell’ora più triste, la condanna a morte. In quelle pagine, così dense di emozioni, ho trovato il senso più profondo della loro scelta. A Via Tasso, Sabato Martelli Castaldi incise sul muro della sua cella un ultimo messaggio prima di morire: “Quando il tuo corpo non sarà più, il tuo spirito sarà ancora più vivo nel ricordo di chi resta – fa che possa essere sempre di esempio”. Achille Barilatti aveva 22 anni quando, poche ore prima di essere fucilato, scrisse a sua madre: “Muoio per la mia idea. Non vergognarti di tuo figlio, ma sii fiera di lui. Non piangere Mamma, il sangue non si verserà invano e l’Italia sarà di nuovo grande. Viva l’Italia libera!”. Domenico Caporossi  ne aveva solo 17, scrisse: “Vado a morire, ma da partigiano, col sorriso sulle labbra e una fede nel cuore”.

    Con quel sorriso e il cuore colmo di speranza posero la libertà e la dignità umana come principi supremi dell’esistenza, mostrando di amare la loro patria sopra ogni altra cosa, sognando un’Italia migliore e battendosi per realizzarla. Il 25 aprile del 1945 fu dunque il risultato più felice dell’unione d’intenti di quelle donne e uomini, divisi da idee politiche e appartenenze divergenti eppure uniti da altissimi ideali comuni e animati da una medesima spinta morale. Da qualunque angolazione storica o critica si voglia guardare alla Resistenza non si può non riconoscere il segno distintivo di un’utopia alimentata da un profondissimo senso del dovere e dall’ambizione di non cedere, appunto di resistere, alla violenza e alla negazione della dignità umana.

    Pochi mesi più tardi la fine del secondo conflitto mondiale, che ci restituì un Paese ferito e provato, i “padri costituenti”, pur venendo da tradizioni culturali diversissime e sostenendo idee politiche molto spesso antitetiche, riuscirono nel difficilissimo compito di scrivere le regole fondamentali della neonata Repubblica: erano avversari ma seppero unirsi nel comune obiettivo di definire “una formula di convivenza” in grado di dar vita a quel processo in continuo svolgimento che è proprio l’esercizio della democrazia. Lo storico Pietro Scoppola scrisse in un suo volume pubblicato proprio in occasione del 50′ anniversario della Liberazione che “se la democrazia non indica un ideale capace di coinvolgere i cittadini e di suscitarne il consenso, non esiste affatto”.

    I costituenti furono capaci di vincere questa sfida, proprio a partire dal comune denominatore di quello “scatto di orgoglio” che aveva accomunato le varie anime della Resistenza:  diedero vita ad un sistema di principi, di idee, di comportamenti, in grado di tendere alla realizzazione della persona, della dignità dell’uomo, dei diritti umani. Sono profondamente d’accordo con il Professor Smuraglia quando ha detto che “la liberazione e la resistenza devono inserirsi a pieno titolo e per sempre nella coscienza civile del nostro Paese”. Bisogna ripartire da lì, oggi più che mai: è fondamentale celebrare il 25 aprile e rievocare le storie di chi ha combattuto per offrirci la possibilità di realizzare quelle promesse di libertà e uguaglianza.

    Mi avvio alla conclusione prendendo a prestito le parole che padre David Maria Turoldo, partigiano e poeta, rivolse molti anni fa ad alcuni studenti in occasione del 40′esimo anniversario della Liberazione: “la Resistenza non è finita; è stata frutto di pochi precursori, che avevano seminato durante il ventennio, ma è stata anche una più vasta semente per l’avvenire. E non dobbiamo scoraggiarci”.

    La cronaca di questi anni, gli scandali della corruzione, la crisi economica che ha attanagliato il Paese e che ancora morde le fasce più deboli della nostra società, hanno innegabilmente alimentato e diffuso una sensazione di scoramento e rinuncia, di allontanamento da quelle Istituzioni repubblicane nate sul sangue e sul sacrificio di tante e tanti partigiani. Se vogliamo poter guardare negli occhi Marisa e Michele senza dover abbassare lo sguardo, queste stesse istituzioni le dobbiamo amare e difendere, dobbiamo unirci, farci forza a vicenda, recuperare quel sentimento di solidarietà e speranza che ha animato i partigiani, e, “col sorriso sulle labbra e una fede nel cuore” lavorare, ciascuno per il proprio ruolo e con le proprie responsabilità, a migliorare questo nostro grande Paese.

    W la resistenza! W l’Italia.

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