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    Signor Presidente della Repubblica, Autorità, colleghi, gentili ospiti,

    tra qualche giorno, il 17 marzo, ricorreranno i venticinque anni dalla scomparsa di Carlo Donat-Cattin. Sono molto lieto di aprire i lavori di questo convegno a lui dedicato e che il Senato ospiti questa occasione di riflessione sulla vicenda politica e umana di un uomo che ha contributo in maniera straordinaria alla storia e al progresso democratico del nostro Paese. Permettetemi di ringraziare la Fondazione che custodisce l’eredità ideale di Donat-Cattin e che è da molti anni un punto di riferimento per studiosi e ricercatori del pensiero economico, sociale e politico del secolo scorso e in particolare del movimento cattolico italiano. Il mio ringraziamento non è mera retorica: sono infatti convinto che gli Istituti di ricerca e le Fondazioni come la vostra siano una formidabile fonte di cultura e approfondimento, irrinunciabili luoghi di elaborazione intellettuale.  Il recente trasferimento della Fondazione all’interno del Polo del ’900 è un segnale di vitalità: legare dodici centri di cultura ad un’unica area comune rafforza le attività di ciascuno e, allo stesso tempo, attrae un maggior numero di cittadini che possono così avere maggiori opportunità di conoscenza. L’apporto di Donat-Cattin alla modernizzazione del nostro Paese è stato profondo, duraturo, originale. Come sindacalista prima e come parlamentare e Ministro poi, è stato uno dei più autorevoli interpreti del cattolicesimo democratico italiano e ha dedicato gran parte del suo impegno al tema del lavoro come elemento fondante della dignità dell’uomo e di una comunità nazionale. Egli ha fatto della difesa dei lavoratori, dell’ampliamento delle loro tutele e di una maggiore coesione sociale, un obiettivo tanto intellettuale quanto politico che mantenne costante nel corso di un lungo e prolifico impegno, otto legislature, nel Parlamento Italiano. Alla costruzione di questa Italia ha lavorato con una forza inesauribile, nella ferma convinzione che sarebbe stato possibile costruire un’Italia più avanzata e più giusta. Da Ministro del Lavoro, concludendo il proprio intervento nell’Aula di Montecitorio che avrebbe di lì a poco approvato lo Statuto dei lavoratori disse che, con quel provvedimento, si avrebbe avuta, cito, “una affermazione dura e precisa dei diritti dei lavoratori che, come cittadini, partecipano alla costruzione di una repubblica fondata sul lavoro e vogliono che sia riconosciuta la possibilità di organizzazione e di manifestazione dei loro interessi, che essi sanno, autonomamente, inquadrare nel contesto degli interessi nazionali”. La sua vita, votata sempre all’interesse generale e mai a quello particolare, è stata quella di un grande protagonista della Prima Repubblica: ripercorrerla ci aiuta a comprendere meglio il nostro passato. Ci serve, più di tutto, ad arricchire la nostra visione del presente e il nostro atteggiamento verso il futuro, un futuro che la politica e le Istituzioni devono disegnare e realizzare con l’aiuto di tutte le componenti della società civile. La sensibilità e l’intelligenza con la quale Donat-Cattin ha attraversato alcuni dei passaggi più critici della nostra storia sono ancora in grado di generare frutti preziosi che abbiamo il dovere di custodire e valorizzare. In un bel ritratto uscito ieri sul Corriere della Sera, Paolo Franchi lo definisce un combattente duro, grintoso, anticonformista, “che nacque e restò, nell’animo suo fino alla fine, sindacalista”. Lascio allora la parola al Professor Malgeri, ai presidenti Marini, Casini e Sacconi e al caro Macaluso, voci che ci aiuteranno a comprendere meglio la complessità di una figura che ha vissuto intensamente, e a tratti dolorosamente, un lungo cammino di impegno civile e politico. Grazie a tutti e buon lavoro.

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