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    Autorità, Gentili ospiti, Cari colleghi,

    Ho accolto davvero con grande piacere l’invito ad introdurre questo seminario del Gruppo Speciale Mediterraneo e Medio Oriente e della Sottocommissione sulla Governance Democratica dell’Assemblea Parlamentare della NATO. Voglio quindi ringraziare il Presidente della Delegazione italiana Andrea Manciulli per avermi voluto qui oggi ed il Sindaco di Catania Enzo Bianco per l’accoglienza in questa bella città della mia” Sicilia, una terra che del Mediterraneo è fulcro ed anima.

    Questa riunione non potrebbe essere più attuale e tempestiva. La sponda sud del Mediterraneo e più in genere il Grande Mediterraneo sono scossi da alcuni anni da un violento tsunami che propaga instabilità in tutto il mondo. Profonde fratture geopolitiche si aprono fra Oriente e Occidente e fra Levante e Golfo, lungo linee di faglia vecchie e nuove. La principale è fra Oceano Indiano e Mediterraneo orientale: snodo geologico (competizione per gli idrocarburi), geoenergetico (competizione per le infrastrutture), georeligioso (sunniti contro sciiti), etnico (arabi contro persiani) e geopolitico (Iran contro Arabia Saudita). Poi le minacce del jihad globale che in Afghanistan, Yemen, Mali, Sudan, Mauritania, Iraq, Siria, Somalia sperimenta disegni georeligiosi di abbattimento dell’Occidente e dei governi islamici moderati attraverso i metodi brutali del terrorismo, dell’instabilità, dell’offesa alla dignità umana. E ancora, gli effetti della collisione fra le obsolete strutture sociopolitiche dei regimi e le giovani energie che hanno innescato le rivoluzioni. Ma quella che troppo retoricamente e troppo presto abbiamo voluto considerare una “primavera” ha esaurito la sua fase ascendente. Le conseguenze sono complesse, e drammatiche. L’instabilità danneggiando l’economia aggrava la povertà endemica dei paesi della regione, ma anche quella delle nazioni occidentali, già colpite da una crisi economica senza precedenti; i conflitti producono movimenti di profughi e di migranti. La debolezza delle frontiere, l’anarchia istituzionale, le disgregazioni sociali aprono nuovi corridoi per i traffici di droga, di persone, di armi, di cui l’Italia è sovente il primo terminale, determinando poi una pressione migratoria sulle coste del nostro Paese che è difficile contenere. Noi tutti abbiamo memoria indelebile di un’immagine che si è replicata centinaia, forse migliaia di volte, alla quale però non possiamo abituarci. Da barconi stipati e malandati vengono fatti scendere donne, bambini, uomini tremanti e dal passo malfermo, salvati dai militari italiani che pattugliano il Canale di Sicilia e dai generosi cittadini di questa terra che non esitano a rischiare la propria vita per aiutare chi ha bisogno. Hanno negli occhi il buio del terrore, e la luce della speranza di un futuro migliore, o comunque di un futuro per sé e per i propri figli.

    Le possibili risposte a queste drammatiche sfide emergenti sono racchiuse in due parole chiave: solidarietà e responsabilità. L’Alleanza Atlantica, l’Europa, e i paesi più solidi della sponda sud hanno il dovere di dare vita insieme ad un processo politico strategico di medio e lungo termine finalizzato non soltanto a promuovere la sicurezza in senso territoriale, attraverso strumenti militari, ma ancora di più a determinare l’emersione ed il consolidamento delle istituzioni, l’inclusione politica e il mutuo riconoscimento degli attori statuali, lo sviluppo economico, lo scambio culturale, la pacifica convivenza di credi religiosi e delle identità tribali. Lo dico con chiarezza. Nessuno, ripeto nessuno può considerarsi al sicuro ed autosufficiente rispetto a questioni epocali che ci minacciano tutti, che entrano in ogni casa, scavalcano qualsiasi confine: ogni approccio egoistico di carattere nazionale è destinato a fallire inevitabilmente. Dobbiamo muoverci dentro due direttrici intimamente collegate. La prima. Sostenere in concreto i processi istituzionali, lavorare per unire, per sanare le disgregazioni politiche e sociali, per promuovere la statalizzazione dei territori che oggi sono in balia del caos. Senza la pretesa di esportare semplicisticamente i modelli politici che noi abbiamo conquistato in decenni, in secoli di evoluzione del pensiero. Sostenere il rispetto dei diritti, la coesione sociale e la stabilità ma secondo i modelli auto-determinati dai popoli, puntando sull’evoluzione culturale progressiva piuttosto che su discutibili operazioni di trapianto che la storia recente dimostra essere condannate al rigetto. La seconda. Guardare a questa grande area territoriale nel suo complesso. La soluzione delle crisi siriana e libica, il contenimento del nuovo e vecchio jihadismo impongono ineludibilmente accordi che coinvolgano tutte le grandi potenze della regione, per comporre conflitti superficiali e latenti e per conciliare interessi divergenti. Escluderne qualcuna, l’Iran ad esempio, io credo pregiudicherà le prospettive di soluzioni stabili.

    La diplomazia parlamentare ha in questo un ruolo vitale e crescente. Noi come rappresentanti dei cittadini siamo l’incarnazione e la manifestazione profonda della democrazia e dobbiamo farci interpreti della necessità di un cambiamento profondo delle nostre politiche comuni.

    Chiudo con un grande studioso dell’età moderna, Fernand Braudel, che in una sua celebre opera per un verso notava l’eterogeneità del Mediterraneo: “Mille cose insieme. Non un paesaggio ma innumerevoli paesaggi. Non un mare ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà.. è trovare il mondo romano in Libano, la preistoria in Sardegna, le città greche in Sicilia, la presenza araba in Spagna e l’Islam turco nei Balcani…”. E dall’altro segnalava che quel grande crocevia politico e culturale “si presenta al nostro ricordo come un’immagine coerente, un sistema in cui tutto si fonde e si ricompone in un’unità originale”. Ecco, ripartire dalla considerazione attenta della storia dove si trovano le origini di ogni fatto presente è la strada per riconquistare quella grande unitarietà nella diversità. Attendo quindi di ascoltare gli illustri relatori che seguiranno, nella profonda convinzione che dialogare ed agire sia il nostro collettivo dovere di donne e di uomini delle istituzioni.

    Grazie.

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