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    Quando circa un anno fa l’Associazione stampa romana mi ha presentato l’idea di questo Forum annuale sul rapporto tra criminalità organizzata e informazione in Italia e nei diversi Paesi del mondo, ho subito aderito con grande entusiasmo. Per 43 anni, da magistrato, ho avuto modo di vedere i modi subdoli e violenti con cui le mafie del nostro Paese cercano di zittire l’informazione: la criminalità, che ricerca il consenso di fasce sociali sempre più estese, teme gli attacchi sul terreno della comunicazione e dell’azione sociale almeno quanto quelli dell’azione repressiva. Lo dimostrano le intimidazioni che ancora oggi, ogni giorno, non più solo nel mezzogiorno ma in tutta Italia, colpiscono gli operatori dell’informazione.

    Voglio citare qui l’ultimo caso noto che ha colpito Pino Maniaci, il direttore di una piccola emittente palermitana con sede a Partinico, Telejato: due settimane fa la sua vecchia auto è stata bruciata, l’altro ieri lui stesso ha trovato i suoi due cani impiccati: un avvertimento feroce, crudele, ed è solo l’ultimo di una serie di intimidazioni che va avanti da anni.

    E’ una storia che si ripete, in forme e modi diversi: lo scorso 11 novembre durante Ballarò, nella parte della trasmissione dedicata a Roberto Saviano e alla sentenza sulle minacce dei boss casalesi a lui e Rosaria Capacchione, è stato mandato in onda un interessante servizio televisivo sulla criminalità organizzata romana, firmato da Francesca Fagnani e incentrato su un’intervista al giornalista dell’Espresso Lirio Abbate. Una mezz’ora di buona televisione, in cui si è parlato di informazione e criminalità. La stessa sera la macchina di Lirio Abbate è stata speronata, e in questa occasione sono emerse anche altre pesanti minacce di cui, per ragioni di sicurezza, non era stata data comunicazione. Ben tre dei giornalisti citati vivono da anni sotto scorta per le loro inchieste e anche Francesca Fagnani, come emerge da articoli dei giorni scorsi, è stata oggetto di minacce e intimidazioni.

    In quel servizio si parlava di Roma, del suo essere infestata da una criminalità mafiosa di tipo diverso rispetto a quella che siamo abituati a conoscere e a rappresentare, ma che, aldilà delle connessioni – che pure ci sono – con le 4 mafie storiche che conosciamo, ha un’identità di “metodo” con le mafie tradizionali. Questo perché ormai il sistema mafioso costituisce un modello di riferimento che viene replicato in contesti diversi da quello siciliano, calabrese o campano, un modello che della mafia ha tutte le caratteristiche sostanziali tralasciando quelle rituali, quelle folcloristiche come ad esempio l’iniziazione mediante “punciuta” o giuramento. Non per questo però dobbiamo correre il rischio di vedere questi fenomeni solo come criminalità comune o corruzione.

    Anzi, questa circostanza deve farci riflettere perché suggerisce non solo che il Paese non ha sufficienti anticorpi per reagire al malaffare, ma che ha interiorizzato, assimilato i meccanismi della corruttela, del perseguimento del profitto ad ogni costo, del disprezzo per la cosa pubblica e per l’interesse generale.

    Quella che una volta veniva definita l’ “area grigia” della mafia, quella sorta di  «camera di compensazione» dove gli anelli più vicini alla società civile e alle professioni entravano in relazione diretta con la mafia – politici, imprenditori, professionisti – quell’area intermedia fra la legalità e l’illegalità, si è resa autonoma senza dimenticare la lezione di Salvo Lima che, nel “sacco di Palermo”, aveva coinvolto tutte le forze politiche con un malinteso senso di democrazia e rappresentanza al motto di ““nun si cala ‘a pasta si nun ci sunnu tutti i cucchiara”, ovvero: non si inizia a mangiare se i commensali non sono tutti a tavola, perché se nessuno è scontento, nessuno fa problemi e nessuno denuncia. E’ quello che è stato definito dagli stessi protagonisti “il mondo di mezzo” dove, cito, “anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non le può fare nessuno.” Una rivisitazione in chiave romanzesca, ma documentata, di questo “mondo di mezzo” la troviamo nel libro “Suburra”, del giornalista Carlo Bonini e dello scrittore e magistrato Giancarlo De Cataldo, uscito nel settembre 2013. Era proprio su Massimo Carminati che si concentrava l’inchiesta di Lirio Abbate di ben due anni fa, dicembre 2012, poi quella dello scorso settembre, infine l’intervista a Ballarò.

    Gli stessi nomi fatti da Abbate li ritroviamo tutti nell’operazione della Procura di Roma che ha terremotato il mondo politico, istituzionale, imprenditoriale e criminale della Capitale. Il giornalismo d’inchiesta, quando è serio e professionale, riesce a far emergere queste realtà, indipendentemente dalle indagini. Ho un bellissimo ricordo di un giornalista incontrato quando ero procuratore a Palermo: mi segnalò che, spulciando a Roma le carte processuali sull’arresto di Riina, su uno degli appunti ritrovatigli in tasca e sequestrati aveva notato il nome dell’imprenditore di Bagheria Michele Aiello, circostanza che fece fare alle indagini un notevole salto di qualità.

    In Italia dall’inizio del 2014 l’associazione “Ossigeno per l’informazione” ha documentato minacce a 366 giornalisti: ad ogni minaccia corrisponde una storia di professionalità e di coraggio. Vale la pena scorrere quel lungo elenco perché, oltre ai nomi citati e ad altri ben conosciuti dal grande pubblico, si incontrano decine di giornalisti locali che con fermezza si oppongono ai piccoli e grandi criminali del loro territorio, ricevendo in cambio  pallottole per posta, vetri delle finestre di casa frantumati, lettere minatorie, copertoni tagliati, automobili date alle fiamme, insulti, pestaggi e così via. Tutto questo ha a che fare con il tipo di società e di democrazia nella quale viviamo e non vorremmo più vivere in futuro. Intimidire un giornalista è un vulnus per la libertà d’informazione e per il diritto dei cittadini di essere informati. A questo va aggiunto il tema dell’utilizzo a scopo intimidatorio delle querele, della salvaguardia dei cronisti a rischio, soprattutto quelli con meno garanzie e che scrivono per piccoli giornali locali o su internet. Non va trascurata infine la necessità della trasparenza sull’assetto proprietario delle testate, perché spesso i criminali l’informazione provano anche a corromperla o comprarla.

    Un’informazione libera è il presupposto della conoscenza e della formazione di un’opinione e, dunque, una condizione essenziale per vivere in democrazia. Nutre il dibattito e la formulazione delle idee, è l’anima del vivere civile. Solo un cittadino informato può compiere scelte consapevoli, esercitare i propri diritti e partecipare al processo decisionale. Scriveva nel 1981 sul Giornale del Sud Giuseppe Fava: “Un giornalismo fatto di verità impone ai politici il buon governo. Un giornalista incapace della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è stato in grado di combattere”.

    Attendo con molto interesse di vedere il video-reportage di Attilio Bolzoni e di Massimo Cappello sulle strade del narcotraffico fra Messico e Italia e ascoltare i racconti dei giornalisti e degli altri protagonisti di queste storie. Da Procuratore Nazionale Antimafia ho avuto modo di viaggiare molto in Messico, in Centro e in Sud America, per firmare accordi di cooperazione – io la definisco una specie di “diplomazia penale” – o per fare conoscere la nostra esperienza con le mafie e il metodo con cui la abbiamo affrontata, a partire da Giovanni Falcone. Paesi quelli di quest’area del mondo dove il potere della cocaina e dei soldi sporchi hanno innescato vere e proprie guerre fra i cartelli della droga e le forze delle istituzioni, con migliaia di vittime, fra cui tanti giornalisti che sentivano il dovere di reagire e di raccontare. Ma il volto violento e brutale della criminalità organizzata, il più visibile e impressionante perché offende il nostro rispetto per la vita umana, non è il più grave pericolo. E’ il volto oscuro delle mafie a doverci spaventare, quello che scava dentro la società, dentro le istituzioni, dentro l’economia; che controlla territori, che inquina le anime e impedisce lo sviluppo e la democrazia. Noi abbiamo imparato nella nostra lunga e dolorosa esperienza che per proteggere la società occorre porre attenzione alla struttura dei soggetti criminali e alla loro capacità di radicarsi, espandersi e sopravvivere nel tempo; e alle relazioni che intrattengono con il potere sociale, economico, politico e istituzionale. Per questa ragione per lottare contro le mafie e le organizzazioni criminali non basta un approccio di tipo militare, di controllo del territorio, che spesso ha incrementato la spirale della violenza. Servono sistemi investigativi e giudiziari indipendenti ed efficienti in grado di disarticolare le organizzazioni criminali, svelando le complicità istituzionali e privandole dei capitali illeciti, attraverso la confisca. Ed è prioritario intervenire sui territori più deboli sostenendo progetti economici, sociali e di istruzione indirizzati ai più giovani soprattutto per sottrarre la popolazione dal bisogno e per sconfiggere la sottocultura del successo e del guadagno facile, della sopraffazione e della violenza.

    La criminalità pretende il silenzio e cerca di fermare i giornalisti scomodi. Anche la cattiva politica, a volte. Dobbiamo invece stringerci tutti attorno a queste persone, far sentire loro e a chiunque si impegni per la verità e la giustizia – come ai magistrati, alle forze dell’ordine, alla parte sana della società civile che si espone, con coraggio e determinazione, contro la criminalità – la nostra solidarietà, la nostra vicinanza, il nostro affetto, la nostra riconoscenza.

    Grazie.

     

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