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    Autorità, gentili ospiti,

    con intensa e profonda commozione sono oggi qui, insieme a voi, per ricordare con questo incontro il periodo forse più tragico della nostra storia. Il periodo tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945, durante il quale l’esercito tedesco, in ritirata, faceva terra bruciata sul suo percorso, distruggendo paesi e borghi e commettendo stragi atroci e sanguinarie di civili inermi, per lo più di donne, bambini e anziani.

    Voglio subito ringraziare per la loro presenza Franco Giustolisi e Pier Vittorio Buffa, autori di indagini giornalistiche e di libri che ci aiutano a far chiarezza e soprattutto a non dimenticare i tragici fatti di quel periodo. Ringrazio Marco De Paolis, Procuratore militare che ha svolto una decennale attività giudiziaria presso varie procure militari e si è occupato di oltre 450 procedimenti per crimini di guerra. Ringrazio Virginia Piccolillo che modererà questo incontro e Pamela Villoresi che leggerà alcune memorie dei sopravvissuti.

    Ma soprattutto voglio ringraziare i sopravvissuti che hanno accettato di partecipare oggi a questo incontro, accompagnati dai sindaci di alcuni paesi dove quelle stragi sono state perpetrate. Grazie per la vostra partecipazione e per la vostra testimonianza. La vostra presenza, in quanto testimoni di quei fatti atroci, è importante e commovente: i giorni in cui commemoriamo la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista sono anche i giorni in cui dobbiamo ricordare e onorare quanti, in quei drammatici mesi, persero la vita a causa della follia umana, dell’insensata barbarie di un regime atroce e totalitario, che aveva smarrito qualsiasi scintilla di umanità, di carità, di ragione. Non possiamo, e non dobbiamo, dimenticare e cancellare nulla: ciascun Paese ha il dovere di coltivare le proprie memorie, di non cancellare le tracce delle sofferenze subite dal proprio popolo.

    Il ricordo è per me un dovere come Presidente del Senato, ma prima ancora come uomo, come cittadino. E’ un monito per tutti noi, affinché l’ignoranza e l’indifferenza non prevalgano e simili orrori non si ripetano mai più, restando ammonimento perenne contro ogni persecuzione e offesa alla dignità umana. Quello della memoria è un dovere nei confronti dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime, oltre che un dovere nei confronti delle migliaia di caduti.

    Si stima che le vittime civili di quelle stragi siano in numero non inferiore a 15.000. Migliaia furono i comuni colpiti e non voglio in questa occasione citarne alcuno: taluni sono noti a tutti, altri, la maggior parte, non lo sono. In questa giornata voglio che il nostro ricordo e il nostro pensiero siano rivolti a tutti, nessuno deve essere dimenticato. Dietro quei numeri giganteschi, quelle statistiche agghiaccianti, dietro la tragedia collettiva, dobbiamo ricordare le vite dei singoli, spezzate senza motivo e senza ragione.

    Dobbiamo ricordare che ognuna di quelle singole persone aveva sogni, affetti, progetti. A ciascuna di quelle persone è stato portato via tutto, brutalmente e senza motivo. Ai loro familiari, che continuano a soffrire della loro mancanza, resta una vita ferita, sconvolta, distrutta.  E’ per questo che libri come quelli di Pier Vittorio Buffa e di Franco Giustolisi sono preziosi: raccogliendo le testimonianze e i ricordi dei singoli ci aiutano a ricostruire una tragedia collettiva, dell’intero Paese, che è talmente grande da rischiare di non essere compresa fino in fondo, talmente grande da rischiare di diventare soltanto un numero, una statistica. Evitare che questo accada è il nostro compito e, ne sono certo, la molla che spinge queste persone che sono qui oggi, nonostante il dolore, a raccontare alle giovani generazioni quanto è avvenuto: sono passati 70 anni, e noi possiamo ancora ascoltare la loro voce. Ma in futuro, quando il tempo dei testimoni sarà passato, le loro testimonianze non devono essere dimenticate.

    A fronte di questa tragedia in Germania non venne celebrato alcun processo contro gli atti di violenza commessi in Italia. E quelli che si svolsero in Italia nei primi anni del dopoguerra, terminati con la condanna all’ergastolo di Walter Reder come responsabile della strage di Monte Sole, ripresero solo nel 1994, dopo il ritrovamento, avvenuto dopo quasi cinquant’anni per motivi mai del tutto chiariti (ma senz’altro vergognosi) del cosiddetto “Armadio della vergogna”: 695 fascicoli d’inchiesta conservati (o meglio: occultati) presso l’Archivio della Procura generale militare di Roma. Come sapete, tale “ritrovamento” rese possibile una nuova stagione processuale che portò alla irrogazione di condanne definitive all’ergastolo.

    Purtroppo, per svariate ragioni, nessuna delle pene è stata eseguita. Come è stato scritto “Non sono latitanti. Non sono fuggiaschi. Non sono evasi”. Tuttavia sono condannati all’ergastolo, ma non sono in carcere.

    Eppure, per saldare, almeno in parte, il nostro debito con le vittime e con i loro familiari è necessario proseguire, con tenacia e determinazione, su questa strada, inchiodare i responsabili alle proprie colpe, siano essi tedeschi o italiani, perché i crimini contro l’umanità non possono essere né prescritti, né archiviati. Né, tantomeno, dimenticati. Devono essere perseguiti, non per vendetta, ma per spirito di giustizia, anche decenni dopo che sono stati commessi.

    I processi servono infatti, oltre che a sanzionare le responsabilità sia penali che civili, anche a definire meglio la verità storica, a cristallizzarla, attraverso la verità giudiziaria, in documenti e atti che restano a disposizione delle generazioni future.

    Voglio ricordare che il Presidente della Repubblica Federale di Germania, lo scorso anno, in occasione della commemorazione dell’eccidio commesso a Sant’Anna di Stazzema, ha affermato di non dimenticare le responsabilità storiche del proprio Paese. E’ stato un momento di riconciliazione e di pace. Costruire una memoria condivisa nella nostra storia è indispensabile per realizzare insieme il futuro dell’Europa.

    Come al termine del conflitto le parti politiche, pur su posizioni molto distanti tra loro, seppero trovare una sintesi dei diversi interessi attraverso la fase costituente che portò alla redazione della nostra Carta Costituzionale (basata ampiamente su quei valori di libertà e giustizia che ispirarono la Resistenza e la lotta dei partigiani), anche noi dobbiamo essere oggi in grado di superare la grave crisi politica e sociale che caratterizza questi anni. La memoria di quelle esperienze tragiche deve insegnarci a non rassegnarci all’accettazione di un passato disumano, dandoci la forza e la consapevolezza necessarie ad affrontare le sfide, individuali e collettive, del domani.

    Sono certo che questo momento di incontro contribuirà a consolidare in tutti questa consapevolezza e rivolgo ai sopravvissuti e alle loro famiglie il mio pensiero più affettuoso.

    Grazie a tutti.

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