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    Autorità, Colleghi, Signore e Signori,

    Per prima cosa desidero ringraziare per la sua presenza e augurare il più cordiale benvenuto in Senato a Sua Eminenza il Cardinale Segretario di Stato della Santa Sede Pietro Parolin. Ringrazio il collega Sen. Paolo Romani, Presidente della Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare dell’OSCE, per avere promosso questa importante iniziativa.

    Il primo agosto di quaranta anni fa si chiudeva con l’adozione dell’Atto di Helsinki la Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, che si era aperta due anni prima proseguendo poi in più tappe. Giova ricordare che oltre ad una trentina di paesi europei, all’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, gli Stati Uniti, il Canada, la Turchia, vi intervennero come non partecipanti sei Paesi della sponda sud del Mediterraneo, contribuendo positivamente su diversi profili tematici. Ma la presenza più importante, e sorprendente, fu quella della Santa Sede, che all’epoca non partecipava a pieno titolo ad un consesso di stati dai tempi del Congresso di Vienna del 1815. Come ha ricordato in un suo scritto il Cardinale Achille Silvestrini, che rappresentò la Santa Sede in quella Conferenza, suscitò una grande emozione la loro proposta di inserire la libertà religiosa e di credo tra i principi dell’Atto di Helsinki, prova eminente della fecondità del metodo che a Helsinki si sperimentò con successo: l’incontro fra culture e sensibilità diverse, come antidoto all’odio, al conflitto e all’incomprensione.

    L’Atto di Helsinki fu passaggio cruciale del percorso che ha condotto alla fine del lungo confronto fra due ideologie che hanno retto l’equilibrio mondiale nel secondo dopoguerra e che poi ha portato, per un intreccio di eventi, alla caduta del muro di Berlino e alla ricostruzione di nuovi equilibri globali. L’OSCE, Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa nacque con la “Carta di Parigi” del 1990 e il Vertice di Budapest del 1994, come l’erede della Conferenza consacrata nell’Atto di Helsinki e come tale si è trovata ad affrontare le sfide del sistema globale dopo la caduta del Muro di Berlino. Tra i principali obiettivi dell’Organizzazione, ricordo l’importante lavoro sulla transizione e sulla costruzione democratica dei Paesi dell’Europa centro-orientale e dell’Asia centrale, principalmente attraverso la verifica della regolarità dei processi elettorali. Nell’attuale situazione di tensione ai confini orientali dell’Europa, l’OSCE svolge oggi un’intensa attività nel quadro della crisi ucraina, con una impegnativa missione di osservazione civile del rispetto degli Accordi di Minsk, missione che conta 484 unità, di cui 370 si trovano nel Donbas e fra questi vi sono 23 italiani ai quali rivolgo un pensiero di stima e riconoscenza.

    Concludo. Io credo fermamente nel multilateralismo. L’OSCE, il Consiglio d’Europa, l’Unione Europea hanno garantito un lungo periodo di pace e prosperità al nostro continente, accompagnando i processi di democratizzazione, promuovendo i diritti e i valori che sono faticosamente emersi dai Conflitti mondiali e dalle atrocità che vi si perpetrarono. Il significato più profondo della celebrazione dell’Atto di Helsinki non si esaurisce dunque nel ricostruire storicamente quanto di importante avvenne nel 1975, quanto nel sottolineare il valore di quel metodo di ricerca della “pace attraverso il dialogo”. Sono convinto che interpretare lo spirito di Helsinki con gli occhi del presente significhi affrontare le divisioni, i conflitti, le frammentazioni che viviamo dentro e fuori l’Europa credendo nella bellezza di un continente nel quale le civiltà, le culture, i credi non si scontrano, ma si riconoscono e si rispettano: un luogo in cui le diversità non sono contrapposizioni ma solo declinazioni della nostra preziosa, indimenticabile umanità. Grazie.

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