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    Autorità, gentili ospiti,

    è per me motivo di vivo piacere essere qui oggi per i primi 25 anni di DIRE, una delle agenzie di stampa nazionali più autorevoli e rispettate. L’incontro di oggi è dedicato a un tema straordinariamente attuale, quello del rapporto tra informazione e democrazia.
    L’informazione è il presupposto della conoscenza e della formazione di un’opinione e, dunque, una condizione essenziale per vivere in democrazia. Nutre il dibattito e la formulazione delle idee, è l’anima del vivere civile. Solo un cittadino informato può compiere scelte consapevoli, esercitare i propri diritti e partecipare al processo decisionale.

    Oggi, grazie anche alle nuove tecnologie, disponiamo di un’enorme quantità d’informazioni e in tempo quasi reale. Ma la quantità e la rapidità delle notizie non ne garantiscono in alcun modo il livello qualitativo. Se poca informazione non consente la comprensione della realtà, allo stesso modo un’eccessiva quantità di notizie può uccidere l’informazione senza generare conoscenza. Non è di informazione quantitativa, di rumore, che la democrazia ha bisogno. Non di un fiume di notizie spesso addirittura superiore a quelle che riusciamo ad assimilare e gestire. Non di una rappresentazione riduttiva, superficiale e manipolatoria della complessità della realtà. Ricordo che ci sono giornali che hanno rubriche dedicate alle “notizie che non lo erano”, ovvero all’analisi degli errori dettati da superficialità e ricerca spasmodica della velocità invece che della verifica e dell’accuratezza.

    La democrazia richiede un giornalismo responsabile. È giornalismo responsabile quello che soddisfa il diritto del cittadino a sapere e conoscere, senza trascurare i diritti con esso eventualmente confliggenti e avendo cura dei soggetti deboli coinvolti ed esposti dall’informazione.
    Il sistema dei mezzi di informazione dovrebbe riconoscere e rispettare una precisa gerarchia di valori. L’etica e la moralità sono per il giornalismo un dovere assoluto, perché è diritto dei cittadini non solo e non tanto l’essere informati, ma soprattutto l’essere correttamente informati.
    Perché ciò sia possibile è necessario che le notizie siano “trattate”: un fatto concreto va inserito in un quadro di riferimenti ampi e complessivi, con un’analisi approfondita dei protagonisti, dei presupposti e delle conseguenze. Gli interessi che lo caratterizzano devono essere identificati e valutati in relazione all’interesse generale. Sono questi gli aspetti che qualificano l’informazione nel senso più alto e autentico del termine.

    Le nuove tecnologie agevolano senz’altro la diffusione dell’informazione, ma hanno portato con sé anche un proliferare di iniziative spesso discutibili per qualità e tecnica, oltre che per attendibilità. Senz’altro internet e il digitale favoriscono l’affermazione di un modello di giornalismo che fa della sintesi e dell’immediatezza la propria tecnica di lavoro e che appare centrato su un eterno presente.
    Se ne è parlato tante volte negli anni: il mondo della politica e dell’informazione si avvitano spesso su loro stessi in un continuo rimando di polemiche che durano lo spazio di un mattino, e delle quali non resta traccia perché inconsistenti, utili solo come segnaposto per i protagonisti: polemizzo quindi esisto. Anche nei processi decisionali spesso si produce un effetto distorsivo, che anni fa in una “bustina di Minerva” Umberto Eco definì “La messa in scena dell’esitazione”. Prima di prendere una decisione, soprattutto se da questa dipendono conseguenze importanti, è giusto, lecito, salutare cambiare idea a seguito di analisi, approfondimenti, confronti. Se però la vanità umana e la “fame di notizie” porta a dare traccia di ciascun passaggio si finisce per sembrare incoerenti e inattendibili.

    Cito la conclusione del ragionamento di Eco:
    “Il guaio di questo Stil Novo non è che i politici vengono scambiati per persone inattendibili, perché questo sarebbe ancora il minor male. E’ che, visto che questa pratica viene premiata con l’esposizione massmediatica, si abituino a pensare che l’esposizione delle loro incertezze sia il risultato a cui aspiravano; e si dimentichino pertanto che il risultato doveva essere la decisione finale. La quale, a questo punto, può essere rimandata all’infinito, visto che quella che viene premiata è l’esitazione”.

    Eppure, questi stessi strumenti di comunicazione si prestano contemporaneamente al rafforzamento di un altro modello di giornalismo, un giornalismo orientato all’analisi accurata e documentata dei fatti sociali e politici, in grado di stimolare la capacità critica dei destinatari.
    Un giornalismo professionale e qualificato, che esprime autorevolezza e credibilità nel lavoro di ogni giorno, può recuperare prestigio e funzione sociale e trovare di nuovo un ruolo primario nel gioco democratico. Un’informazione corretta e ponderata consente, infatti, ai cittadini di acquisire il ruolo e la forza di opinione pubblica, mettendoli in condizione di concorrere a determinare, orientare e modificare l’indirizzo politico. L’informazione arricchisce la democrazia.

    Da parte delle Istituzioni e della politica l’impegno deve essere improntato alla trasparenza, a garantire le risposte, l’accesso ai dati e agli open data, a fornire tutti gli strumenti per un’informazione corretta e accurata. Da parte di chi fa informazione il dovere della verifica e della correttezza si dovrà misurare anche con il diritto all’oblio, che in questa nostra era risulta forse il più difficile da garantire.
    E dunque oggi più che mai dobbiamo tenere a mente l’insegnamento di Joseph Pulitzer: “Un’opinione pubblica bene informata è la nostra corte suprema. Perché ad essa ci si può sempre appellare contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, l’indifferenza popolare o gli errori del governo; una stampa onesta è lo strumento efficace di un simile appello”.
    Grazie.

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