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    Cara Senatrice Amati, cari amici, studenti,

    è con grande piacere che prendo la parola per aprire i lavori di questa giornata nella quale rifletterete sul valore della memoria come elemento decisivo del nostro essere. Consentitemi di ringraziare la Senatrice Amati, alla quale dobbiamo l’organizzazione di questo momento di confronto. Ogni pensiero, libro, opera artistica, rappresentazione teatrale che è in grado di guardare al passato per illuminare il futuro è fondamentale: per questo vorrei ringraziare anche Adachiara Zevi, che da anni è impegnata su questo fronte con la sua Associazione “Arte in Memoria”. Mai prima della Shoah l’uomo aveva osato immaginare e realizzare una “industria della morte” così efficiente e brutale. L’Italia ha pagato un prezzo altissimo per la follia nazista: solo a Roma, nel “sabato nero” dell’ottobre 1943, le SS strapparono alla capitale 1024 suoi figli; solo in 16 tornarono. I segni di quei terribili anni sono impressi nella mente di chi sopravvisse all’inferno e che si è instancabilmente operato affinché non fosse taciuta la verità; nei cuori di chi perse genitori, figli, nonni, amici, conoscenti; nella memoria collettiva del nostro continente che, proprio dopo la fine del secondo conflitto mondiale, si impegnò nel sogno dell’Europa unita con l’obiettivo di garantire pace, solidarietà e tolleranza alle future generazioni.

    Il ricordo non può essere solo un esercizio retorico attraverso il quale si ritiene di aver compiuto il proprio dovere civico, magari partecipando ad uno stanco rituale commemorativo del passato. Deve piuttosto essere un pungolo che spinga l’intera società a interrogarsi su se stessa, sui suoi valori, sulle sue prospettive. In questo senso ho sempre trovato affascinante l’intuizione dell’artista tedesco Gunter Demnig, ideatore delle “pietre di inciampo” che, negli ultimi anni, stanno contribuendo a disegnare “la geografia” delle deportazioni verso i campi di sterminio. Una pietra incastonata nei luoghi in cui uomini, donne e bambini innocenti furono strappati alla vita, privati della dignità e consegnati all’orrore: un simbolo tangibile che racchiude in sé nomi e storie, che testimonia il passato inserendosi nel presente. L’atto – più ideale che fisico – dell’inciampare.  Inciampare non perché ci venga ostacolato il cammino ma affinché ci sia ricordato di guardare con attenzione il nostro percorso; inciampare per ricordare che le strade e le piazze che calpestiamo ogni giorno nelle nostre vite sono state non troppi anni fa teatro della negazione dell’umanità; inciampare perché se si dimentica, si  abbassa la soglia dell’attenzione e si rischia di cadere. Cari ragazzi, è a voi che guardo con speranza, convinto che saprete essere all’altezza delle sfide che il mondo ci pone davanti. Voi non avete vissuto ciò che i vostri nonni hanno visto e provato sulla propria pelle. Anche su di voi, però, ricade una responsabilità importante e decisiva per il futuro del nostro Paese. Siete da ora testimoni della storia, tocca a voi impegnarvi affinché mai più sia umiliata la dignità dell’umanità. Sono certo che le ragazze e i ragazzi che partecipano a questa iniziativa, pieni di entusiasmo e di voglia di incidere sul cambiamento della nostra società, sapranno vedere per tempo e combattere chiunque minacci la libertà e i diritti di ciascun essere umano, non si volteranno di fronte alle ingiustizie e non si faranno indietro quando ci sarà da impegnarsi e fare la propria parte.

    Concludo ringraziando gli autorevoli relatori che interverranno, sicuro che sapranno alimentare la vostra conoscenza e ispirare le vostre coscienze. Auguro a ciascuno di voi buon lavoro.

     

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