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    Colleghi, Autorità, Gentili ospiti,

    sono trascorsi 70 anni dal 24 marzo 1944, quando 335 persone furono deportate, trasportate nelle cave di arenaria di via Fosse ardeatine, in molti casi torturate, e poi fucilate. I corpi senza vita rimasero a lungo sepolti tra le macerie delle esplosioni provocate per nascondere l’eccidio al resto del mondo. Poi, dopo la liberazione di Roma, la verità venne alla luce. 70 anni accompagnati dal ricordo di un dolore che è ancora vivo in tutti noi.

    Ringrazio la senatrice Amati per essersi fatta promotrice di questo incontro che, in occasione del 70° anniversario dell’eccidio delle Fosse ardeatine, vuole rappresentare un momento di raccoglimento collettivo intorno ad un passato dallo straordinario valore simbolico, fonte inesauribile di valori e testimonianze di vita per le generazioni di oggi e per quelle di domani.  Nel salutare tutti i relatori, ringraziandoli per la partecipazione a questo confronto, vorrei rivolgere un caloroso benvenuto a Rosetta Stame, a Riccardo Pacifici e a Carlo Smuraglia, ai quali rinnovo il mio più vivo apprezzamento per l’impegno e la passione che l’Associazione familiari delle vittime delle Fosse ardeatine, la Comunità ebraica e l’ANPI continuano a dedicare ai percorsi della memoria collettiva.

    L’eccidio delle Fosse ardeatine costituisce l’emblema delle barbarie e delle disumanità con cui l’occupazione nazista ha marchiato la città di Roma. Un crimine contro l’umanità, commesso in spregio di ogni regola del diritto internazionale di guerra; raffigurato invece dalle SS tedesche come un atto “esemplare”. Nessun appello alla popolazione e agli attentatori precedette quella che, nella intenzioni delle stesse autorità tedesche, doveva essere una rappresaglia dieci ad uno con “esecuzione immediata”.

    Civili e militari, detenuti politici e detenuti comuni, cittadini colpevoli per la barbarie razzista di appartenere a una confessione religiosa e uomini arrestati a seguito di delazioni dell’ultima ora furono uniti in un solo martirio. Vittime inermi rispetto al loro destino individuale, ma straordinariamente forti per il valore storico del loro sacrificio. A questi martiri dobbiamo il cammino verso una liberazione dall’occupazione straniera che è insieme un cammino verso l’affermazione della libertà e della democrazia.

    All’orrore per questa e per le altre tragedie di cui la storia della nostra resistenza è costellata l’Italia ha infatti saputo reagire con una fede ferrea nei valori della democrazia, della libertà, della tutela dei diritti fondamentali. Lo dimostra la straordinaria esperienza della fase costituente che si aprì due anni dopo, nella quale tutte le forze politiche in campo, pur muovendo da posizioni molto diverse, hanno saputo trovare nella scelta del metodo democratico un comune antidoto alle aberrazioni della dittatura fascista e della guerra.

    Il valore simbolico dell’eccidio delle Fosse ardeatine ci guida anche oggi. In Italia, come in Europa, la democrazia ha raggiunto una fase di maturità che tuttavia non è priva di incognite e di pericoli latenti. Penso in particolare alla crisi dei partiti, alla crescente disaffezione nei confronti delle istituzioni, al sentimento antieuropeista che si diffonde, ai rigurgiti razzisti e antisemiti che meritano solo il nostro sdegno. Il ricordo doveroso a quanto avvenuto alle Fosse ardeatine ci insegna che l’unica risposta a questi problemi sta nella difesa di quei valori di democrazia, di libertà, di confronto democratico che la Costituzione uscita dalla resistenza ci ha affidato.

    Abbiamo bisogno che i giovani in particolare prima di tutto sappiano quanto è avvenuto, e poi che possano riscoprire quella passione per la dimensione politica, per gli ideali ed i valori che essa porta con sé, che ha animato la vita di molti martiri delle Fosse ardeatine. Come era solito affermare Pilo Albertelli, morto nell’eccidio del 24 marzo 1944 per l’impegno militante nelle forze antifasciste, “se ho lavorato e lavoro e come spero lavorerò, questo è dovuto quasi unicamente alle convinzioni morali che ormai sono la spina dorsale di ogni mio agire, la convinzione che la vita va vissuta come una missione (…). Un uomo senza ideali non è un uomo, ed è doveroso sacrificare, quando è necessario, ogni cosa per questi ideali”.

    Mi sembra importante che questo 70° anniversario ci consenta non solo di rinnovare il valore simbolico dell’eccidio delle Fosse ardeatine, ma anche di riscoprire le testimonianze di vita che i 335 martiri hanno consegnato alla storia. La memoria delle loro esperienze, e dei valori che ne hanno segnato la tragica fine, insegna a tutti noi a non rassegnarci all’accettazione di un passato disumano, radicando in questa lacerazione la scommessa di un domani più consapevole, capace di trasformare la fragilità dei destini individuali in una straordinaria capacità di resistenza collettiva alle sfide del domani.

    Con la certezza che questo momento di incontro contribuirà a consolidare in tutti noi questa consapevolezza, vorrei rivolgere alle famiglie dei martiri il mio più affettuoso pensiero, stringendomi idealmente a loro in un commosso abbraccio.

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