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    Gentili signori, Autorità,

    era il 20 maggio del 1999, una mattina come oggi, come tante, quando un commando terrorista ferì mortalmente uno tra i più stimati giuslavoristi del nostro Paese. Nel 1999 il terrorismo era, nell’immaginario collettivo, un fenomeno passato, archiviato, quasi storia. Invece era ancora in grado di uccidere. Le nuove brigate rosse uccisero Massimo D’Antona nel giorno dell’anniversario dello statuto dei lavoratori, una conquista di civiltà che aveva segnato l’assetto dei rapporti sindacali e politici del nostro paese. Oggi è una di quelle date che non si possono dimenticare, che ci impongono di essere presenti.

    Massimo D’Antona è stato, prima di tutto, un giurista di grande spessore. L’insegnamento era la sua grande passione perché in quella veste elaborava i suoi pensieri, li metteva alla prova, li correggeva, li sosteneva, cercando nella platea più un confronto che un sostegno, con un’umiltà che solo i grandi intellettuali riescono ad avere.
    Le sue doti di studioso hanno segnato i momenti più significativi dell’evoluzione del diritto del lavoro degli ultimi vent’anni.
    All’attività di ricerca, che lo accompagnò in tutte le fasi della sua vita, seguì un’intensa partecipazione all’attività legislativa, ma il suolo ruolo istituzionale era sempre discreto, il suo rapporto con la politica lieve. E nessun impegno, nessun compromesso di governo poté mai fargli abbandonare i lavoratori, dalla parte dei quali aveva scelto di stare in modo inequivocabile.
    Ciò di cui lui parlava era la vita delle persone, la vita degli uomini e delle donne “non in quanto parte di un qualsiasi tipo di rapporto contrattuale, ma in quanto persona che sceglie il lavoro come programma di vita e si aspetta dal lavoro l’identità, il reddito, la sicurezza, cioè i fattori costitutivi della sua vita e della sua personalità”. Sono d’accordo con le sue parole: l’attenzione deve spostarsi al lavoratore inteso come persona che ha diritto a essere tutelato dentro e fuori i luoghi di lavoro, ha diritto alla difesa della dignità, alla libertà di espressione e di opinione. La straordinarietà del suo operato è tutta racchiusa nell’attualità del suo pensiero laddove seppe intuire e far proprie le trasformazioni che stavano maturando nel mondo del lavoro. Riteneva necessario confrontarsi con una dimensione europea, superando i confini di un provincialismo che soffocava il lavoratore, impreparato ai processi di globalizzazione delle attività economiche.

    A noi il compito non solo di ricordare e di onorarne la memoria ma di fare dei valori di Massimo d’Antona un punto di partenza, perché la sua opera possa aiutarci a portare avanti le riforme di cui il nostro paese ha estremamente bisogno, trasmettendo alle giovani generazioni un sentimento di speranza in un futuro migliore, dove chiunque abbia capacità, volontà, determinazione, onestà intellettuale possa pensare di costruire su basi solide la propria vita.
    Oggi lo ricordiamo insieme alle persone a lui più care, la signora Olga e la figlia Valentina, i suoi amici, i suoi collaboratori, i suoi studenti, a cui rivolgo tutto il mio affetto e la mia stima.

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